Postille a una analisi stilistica

Giacomo Devoto, ordinario di linguistica presso la Università di Firenze, ha sottoposto a particolare esame (1) un capitolo del mio libro Il Castello di Udine, (2) nell’intento di penetrare le modalità stilistiche e, direi, sorprendere i fatti germinali di quella prosa. «Analisi stilistica» egli denomina appunto una siffatta ricerca, di cui richiama i precedenti sistematici per chi operi al tempo attuale. Essa lo conduce a stabilire il valore (o il disvalore) della espressione, in rapporto ai generali fini rappresentativi di una scrittura: nel fatto, la mia.

La ricognizione a cui il prof. Devoto ha creduto di dover procedere nei confronti del mio elaborato è di sommo interesse per me. L’acutezza e la diligenza della sua indagine possono attingere a conclusioni normative che non vorrò trascurare quinavanti: se pure, lavorando, mi sia avveduto subito che i modi della espressione (in un dato sistema di tempo, luogo, affetti, ambiente, cognitiva, studio: e stato fisico e morale dello scrivente) procedono da impulsi pressoché ineluttabili a una fattispecie che direi preordinata e fatale.

Anche le correzioni e le riprese, e furono brevi e nitide per tutti i manoscritti del libro citato, si configurano in parvenze co-necessarie; come avvistare le isole sopravvenenti, chi abbia dato di prora nella punta d’un arcipelago.

Il discorso vero dell’anima tende a venire a galla.

Il libero arbitrio non vi ha governo, o poco: e non e pace fino alla pace raggiunta.

In una gran parte dei luoghi esaminati, il giudizio dello studioso (consentaneo all’opera e talora lusinghiero per me) s’è identificato con il mio intendimento espressivo, lo ha colto nella sua ipsità. Credo poi che le note da me apposte alla narrativa, in piè pagina, permeassero già, secondo certa misura, il terreno della stilistica: e mi par di scorgere che in alcun punto più malamente oscuro o allusivo abbiano agevolato di fatto la lettura di un lettore come Giacomo Devoto; se anche hanno attediato il comune.

Qui solo mi propongo alcuni luoghi disputati, a titolo di semplice ristabilimento dei fatti, e per dissipare ogni velo d’incertezza.

(Bel gioco dura poco, dirà taluno: oh, non ti basta il commento dello pseudo Averrois?) Beh!

p. 192 – § 34.

L’ufficiale di cui parlo non fu raggiunto dai gas. «Oh! non posso dir come né dove, dopo alcuni minuti, rividi il suo volto: dico soltanto il suo volto!». Una esplosione gettò la sua sola testa, tronca e bianca come d’un ghigliottinato, nel camminamento che indi a poco io dovetti percorrere, e dopo un macigno che venne ad ostruire il camminamento. Dovetti passare al di sopra di quella e di altre orribili immagini. Pudore e doverosa carità mi proibirono un più disteso referto. Un telo a tenda sulla straziata immobilità dei compagni: e chi rievoca non può persistere in una sorta di orrenda necrofilìa.

p. 193 – § 7 e p. 197 – § 7.

Prosodicamente vampata, trisillabo, tende di fatto a smorzare la troppa rapidità e severità di vampa, bisillabo. Lessicalmente vampa e vampata si equivalgono: e, se mai. vampa è anche iterativo e può valere in prolungamento: la vampa del caminetto rallegrava il salotto: ma, il caminetto diede una vampata.

«Roba di nessuna importanza» è ironico. Quel mio giudizio negativo era una sofferenza latente, continua: nei richiami del cosciente veniva a galla, come rabbia e dolore: dei più motivati.

p. 198 – § 3.

«Vertice cranico», non che traslato dalla geometria è disegno d’un cranio calvo, a cuspide, più o meno periclèo. La calvizie palesa i bernòccoli.

p. 199 – § 22 – rigo 8.

Non sussiste premio in denaro. La tavola «piena di rubinetti» venne disegnata con fatica, ma «a gratis», (come dicono a Milano), dal reduce-studente di politecnico: e mi costò anzi di carta, inchiostro di China, tasse: e propinquità d’altri disegnatori e poco petrarcheschi ingegneri, ottime persone d’altronde. Per una esegesi compiuta bisogna tener conto de’ miei interessi spirituali (diciamo lettere-filosofia) già allora presenti e preoccupanti il cervello, e mortificati in un curriculum così divergente dal sogno: e così impegnativo, allora e poi, di tempo e fatica.

Sul Politecnico diciannovesco e ventesco, sui Semidèi lombardi e sulla faccenda del segretario scappato con la cassa (fra cui la mia tassa, controtassa e sopratassa di laurea) ci sarebbe da scrivere un romanzone di quelli. Un inno ai patriarchi politecnici lo voglio scrivere davvero pero, una volta o l’altra.

p. 200 – § 34.

«Calcografia wertheriana» è intenzionale, e recede al decoro ottocentesco di quel giovanissimo aspirante non lombardo: «…nel suo volto pallido, italianissimo…» Ammetto che il tocco possa gravare la descrizione come d’una nota burlesca. E non è.

p. 200 – § 32 – penultimo rigo. «Bellimbusto».

Il Devoto interpreta rigoristicamente la parola, che ha senza dubbio un contenuto spregiativo. Nella mia apprensione il detto contenuto si attenua: e si sposta dalla sua origine. Io dico bellimbusto con animo di celata rivalsa perché il ragazzo è spavaldo ed inerme sotto le cannonate. Condizione generale della battaglia degli Altipiani. Da parte nostra, mancanza di artiglierie e di ogni predisposta difesa: 15.000 morti italiani contro 5000 austriaci, mentreché l’attaccante subisce, per solito, le perdite maggiori. Si rechi nel computo il carattere moraleggiante delle invettive austriache contro di noi e il nome stesso da loro dato alla campagna del 1916: «Strafe-Expedition».

In una supposta gerarchia morale dei popoli l’italiano era il bellimbusto parrucchiere mandolinista e per di più traditore: che bisognava punire a colpi di 305.

Io riprendo e dilato il cipperimerli a valore di simbolo, e però troppo «en passant». Il mio Gavroche è una troppo rapida apparizione, che si perde nelle divelte foreste.

Tutto quello che ho ricordato non appare nella scrittura: e l’osservazione del Devoto è formalmente giusta.

p. 201 – § 19.

«Lo spasimo di ogni rovina», detto delle cannonate sulla roccia.

Non si tratta, nella mia intenzione, di animismo, cioè «la roccia soffre per la cannonata ricevuta»; sì di mera contrazione in genitivo d’un complemento d’agente: «lo spasimo prodotto in noi da ogni rovina». Spasimo = tensione dell’animo provocata dall’aspettazione d’un verdetto di vita o di morte, a ogni colpo. Il caso si approssima a quello del genitivo soggettivo: p.e. l’amore del padre = il padre ama me.

p. 202 - § 18.

L’uso di esalare in accezione di predicato neutro non costituisce preziosità, ma è generalmente ammesso e praticato a tutt’oggi. «Dalla pozzanghera esala un fetore da morire», anche se la carogna del cane, disteso gambe all’aria nella pozzanghera, esala essa transitivamente un fetore da morire. Senza di che le esalazioni non sarebbero esalazioni.

Preziosa può riuscire in me, lo riconosco, la qualità dei soggetti esalanti: «la nebbia… dalle fauci vuote dell’abisso; la tosse… da quella povera gola»: che son più rari e difficili delle consuete esalazioni di gas per cui uno lo trovano poi nella bagnarola i parenti, privo di fiato: e il «Corriere» ci fa il capocronaca, in sua prosa distesa.

Per l’etimo latino, ex-halare (donde halitus) mi richiamo al Lexicon totius latinitatis di I. Facciolati, Aeg. Forcellini et I. Furlanetti… curante doct. Francisco Corradini, Patavii, 1864.

halare: a) active: secondo indicato dal prof. Devoto; b) neutrorum more, costruito tuttavia col soggetto esalante e con l’ablativo modale della cosa o dell’odore esalati: il che si accosta all’uso (a) transitivo.

«ubi cernimus alta - ex halare vapore altaria»

Lucrezio

«ture calent arae - sertisque recentibus halant»

Vergilio

L’uso italiano comporta a pari frequenza il transitivo e il neutro.

Vocabolario degli Accademici della Crusca.

Esalare = disunirsi… le invisibili particelle de’ corpi, disperdendosi intorno nell’aria: e prop. dicesi di odori, di qualsivoglia vapore, e simili. «L’odore o sia il puzzo, che esala dalle concie e fabbriche di corami». A.L. Muratori, Trattato del governo della peste.

L’uso neutro è registrato e dichiarato con esempi nelle prime sei accezioni.

1a «…ed esala… fiato grave e puzzolente dalla lor bocca…»

3a «…l’anima… che dal corpo esalata esser parea…». Ariosto, Fur., 7, 76.

= consumarsi svaporando:

«…che ogni calor del letame sia esalato, cioè sfumato». Piero de’ Crescenzi, Trattato dell’Agricoltura, Volgarizzamento.

E detto di vapori, fuoco, fiamma e simili, per uscire, aver l’uscita, spargendosi nell’aria. E detto anche di sangue o siero per trasudare, trapelare.

E nel Vocabolario del Tommaseo - Bellini:
Esalare = uscir fuori salendo in alto e disperdendosi nell’aria. È l’emanare che fa da’ corpi la parte più sottile (sic): è generico ad ogni effluvio.

p. 203 - § 18.

Soldati… alpini, ecc. «uomini degni di vivere in un motivato obbligo». «Le due parole finali sono un bell’esempio di “vuoto stilistico” in netto contrasto con l’immagine impeccabile di un “dovere consciamente accettato”. “Motivato” e un termine amministrativo, ecc. “Obbligo” poi è parola leggerissima di contenuto, ecc.».

Ringrazio il prof. Devoto dell’attenzione prestata agli impulsi etici del mio scrivere, non frequente in lettori meno acuti di lui. Linguisticamente osservo:

Obbligo, deverbale da obbligare, (latino obligare) non mi sembra parola «leggerissima di contenuto», anche se generica. È figura etimologica interessante. E conosce anche un uso non basso, ma di natura etica, o cerimonioso ed illustre.

Dal citato Voc. della Crusca:

«…mosso dall’obbligo infinito che verso l’insigne Accademia della Crusca mi corre…»

A.M. Salvini, Prose toscane, I, 92.

«…secondo quell’obbligo di servitù antica, (etico) che mi corre verso la casa di Sua Eminenza…»

B. Menzini, Opere, Firenze, 1731, 8-295.

«Motivare», per confortare di motivi, non è termine esclusivamente burocratico di oggigiorno, ma d’impiego gnoseologico ed etico. I significati principali di «motivare» son tre: 1º causare: 2º corredare di motivi, convalidare adducendo i motivi: 3º menzionare, esprimere.

Gli esempi della Crusca, bellissimi, da Magalotti, Segneri, Malpighi, riguardano piuttosto la 3a accezione. Ma la 3a e traslata dalla 2a. Così:

Segneri, Prediche, 50: «… tutte le opposizioni motivate (=espresse) contra a un Pittagora».

Magalotti, Lettere scient., 27: «… tal posizione… motivata prima dal Ghiberto, è stata poi ricevuta (= accettata, menata per buona: = reçue di Cartesio, Leibniz, Malebranche) dal Galileo e nuovamente dal Gassendo».

Id. Id. 64: «… un’ipotesi gia motivata e rifiutata da altri…»

E in Marcello Malpighi, Lettere, 395: «… le motiverò il mio sentimento, intorno a ciò che desidero».

E nel Voc. Tommaseo-Bellini: motivare: addurre i motivi. Anche spiritualmente.

Si voglia aver presente, d’altronde, la rigidezza delle espressioni militari ufficiali, p.e. dei bollettini di guerra: (se ben redatti). Qui si ha imitazione di quelle, a raggiungere un tono d’austerità. E l’idea d’un dovere che degrada a semplice obbligo non è poi così spiacevole al mio inconscio: precisi ricordi e sensazioni dell’adolescenza. Joie de vivre dello Zola. Accettazione germanica del dovere, sentito come duro compito. Precisione esecutiva: accudire al lavoro senza commenti etici, senza pompa morale. Senza medaglie. Col badile, o col fucile, nel gelo del mattino.

p. 204 - § 19.

«… orror giallo e feroce delle cose furibonde». Sull’astrattezza, richieduta dall’inconscio, ho io stesso una nota nel volume: (p. 90, nota 2). Le cannonate non si vedono: se scoppiano vicino a noi o su di noi, neppur si sentono arrivare, che la velocità del proietto supera, in genere, quella del suono. L’inconscio, che governa l’espressione, le denuncia pertanto come fatti non ancora nominalizzati nel nome «cannonate», ma come obbietti o fenomeni pre-nominali: gialli, feroci, furibondi.

p. 204 - § 18.

Thor è per me l’epònimo del germanesimo in guerra, non già la personificazione dell’uragano alpino. Per contro, «i bastioni dell’Alpe, onnubilati di minacce nere, diademati di folgori», son tali sia per la tempesta, sia per lo scoppio dei proietti: «minacce, folgori» sono ambigui. E ho una pagina inedita descrivente il Cengio, il Foraòro, il Pasubio veduti sfavillare nella notte, terribilmente, da Vicenza buia, nel giugno 1916.

Questo impiego del dio Thor è legittimo.

«Thor = Donar, nella interpretatio tacitiana e romana posteriore è identificato con Giove: signore, certo, dei nembi e virtuoso del fulmine; (come il Thina etrusco dotato delle tre manubie, cioè il fulmine premonitore, il perentorio, e il punitivo o scavezzacollo). Erede del potere supremo gia detenuto da Ziu (= Saxnot = portatore di spada) = Tyr = Thinga, assimilabile a Mavorte. “Dei Marthi Thingso”, sulle are di Housesteads, in Inghilterra, scoperte nel 1883, presso ruderi del vallo adrianeo. Da Thing = cosa, riunione; donde Dienstag = martedì. Così Donnerstag = giovedì.

«Thor = Donar, signore del tuono e dei nuvoloni, largitore della pioggia fecondatrice, dio patrio e famigliare, tutore della terra germanica, della nazione, della proprietà, della casa, è, nel Nord, il dio principe: vero e proprio Giove germanico, come ad es. nel tempio di Upsala, nella Svezia. Presso i Germani del Sud e inferiore a Ziu e poi a Wodan.

«Donar e la personificazione della forza (anche in atto espansivo e direi virile) usata in difesa del debole: alto, membruto, barbarossa, pronto al soccorso come un’autopompa, terribile ai nemici, batte con un suo martello di corto manico sulla cervice degli infesti; talora gioviale; generoso di cuore e garibaldi del popolo; in contrasto con Wodan = Odino. Che è il dio aristocratico, cavalleresco, fantasioso, avventuroso, scaltro, sapiente, inventore; (punti di contatto con Hermes). Wodan accoglie i morti in combattimento e li guida al Walhalla, dove possano far della scherma ed epulare in un clima elisio, con musica e sorrisi di Walchirie: è il dio psicagogo, o psicopompo che dir si voglia».

p. 205 - § 39.

«Decoro» è esterno. «Dignità, dignitoso» sono più funzionali ed interni. «Decoro esprimente dignità intima»: perché c’è anche il decoro a vuoto, del guardiaportone.

p. 207 - (Castello, p. 94).

«Fading d’arrivo». Il nostro inconscio affretta la soluzione esplosiva: e il tuffo del proietto e la moratoria del suono ci appaiono insopportabili, come il venir meno del suono (fading) nelle ricezioni radiofoniche.

p. 209 - § 22.

Inviluppo di linee, inviluppi. È parola della geometria.

p. 209 - § 18.

«Quadrati e duri» deve riferirsi ai tonfi lontani, non ai sogni. Riconosco che i due punti possono generare l’equivoco. Il tonfo delle cannonate nelle valli lontane è quadrato, (talvolta), in quanto se ne sviluppa per eco o rimando una successione di suoni brevi e recisi, direi perentori, in confronto al rotolamento del tuono. L’aggettivo è gia stato usato da me in Manovre di artiglieria.

p. 209 - § 19.

«Scrofe gravide» sono le bombarde, non gli autocarri che le portano.

La bombarda da 340 o da 400 (non ricordo bene) aveva grosso modo le dimensioni e la forma di una scrofa: chi non ha visto porcelli ammontonati in un carro? La gravidanza animalesca è spesso constatata dal nostro inconscio con una reazione ostile, forse perché dà luogo ad altri concorrenti, ad altri nemici. Beninteso l’allevatore si compiace d’una gravidanza della sua vacca, della sua giumenta, o della sua scrofa: e spiffera fior di biglietti allo stallone ed al toro, se non al verro. In una mostra di cavalli mi sollecitarono ad ammirare un quattro-anni, che si pappava mille lire per volta.

Sia perdonata l’allusiva, psicanalitica e poi zootecnica.

Rinnovo qui al prof. Devoto il mio grazie per l’attenzione che ha voluto accordare al mio lavoro: e a lui e al lettore le mie scuse, per quanto ho richiesto della loro indulgente pazienza.

 

1. In: «Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa», Serie II, Volume V, Fascicolo III, Zanichelli Editore Bologna, 1936.

2. Edizioni di Solaria, Fratelli Parenti Editori Firenze, 1934.

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