Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Gadda saggista

Giuseppe Papponetti

Imbarcandosi all’inizio del 1922 sul piroscafo Principessa Mafalda alla volta dell’Argentina, il giovane e coatto ingegnere Carlo Emilio Gadda portava con sé, oltre alla valigia di cartone, il fardello gravoso e frustrante della disastrosa vicenda di guerra e soprattutto di prigionia, nonché la memoria umiliante di un ritorno da reduce che l’aveva spinto ad aderire simpaticamente al movimento fascista. Il forte senso del nazionalismo, che ne aveva fatto un convinto volontario di guerra, lo avrebbe portato alla fondazione del Fascio di Buenos Aires, tra rimpianti per gli affetti e le amicizie lasciate in patria.

Ed è così che la predisposizione alle lettere già manifestatasi negli anni del liceo milanese e la memoria della prigionia a Celle Lager lo inducono a recensire un libro di poesie di Ugo Betti, Il re pensieroso, su un giornale nella cui testata – La Patria degli Italiani – sta già tutto il senso di un’adesione coerente. Primo incunabolo del futuro Gadda saggista parallelo al narratore ancora da venire, il testo travalica l’occasionalità della recensione, annuncia fra le righe quella voluptas destruendi che accompagnerà Gadda per tutta la vita.

Tornato in Italia, agli impegni ingnereschi si accavallano quelli del corso di laurea in filosofia, con una tesi mai conclusa e consegnata, e che comunque produrrà la duplice redazione, tutta leibniziana, della Meditazione milanese rimasta nel cassetto fino alla morte. Sono però gli anni immediatamente successivi, quando con l’aiuto di Bonaventura Tecchi si inserisce nell’ambiente degli intellettuali fiorentini, comincia la collaborazione a Solaria, e fallisce (nonostante ne sia auspice sempre Tecchi) l’impiego a direttore del Gabinetto Vieusseux (che andrà invece ad Eugenio Montale), che ci danno, fra recensioni occasionali, testi esemplari di una saggistica al servizio della sua vocazione di scrittore.

Fra il ’27 e il ’31 escono infatti: Apologia manzoniana, ove si stabiliscono gli antecedenti di una paternità e di un modello espressivo mai in seguito rinnegati; I viaggi, la morte, fra Baudelaire e Rimbaud, sulla simbologia esistenziale del viaggio, distinguendo gli «umani in sedenti e migranti» e inaugurando una sorta di simbiosi con la letteratura francese; Le belle lettere e i contributi espressivi delle tecniche, in cui si tenta per la prima volta una conciliazione fra le «due tensioni», fra la tecnica ingegneresca e quella scrittoria, che presto si rivelerà, nonostante importanti e proficue osmosi, finalmente incompatibile a livello professionale, procurando a Gadda laceranti scelte di vita, anche sotto il profilo economico; Tendo al mio fine, che, uscito a conclusione delle poche collaborazioni su Solaria, propone dietro la veste ironico-sarcastica la personale dimensione del «poeta del bene e della virtù» tutto proteso «a una sozza dipintura della mandra» umana, aprirà non a caso l’edizione di poco posteriore del Castello di Udine, composto dall’aggiustamento di testi fra il descrittivo, il narrativo e il saggistico.

Subito dopo, ferme restando le urgenze narrative confinate per il momento in precisi quaderni, Gadda si concede ad alcune recensioni occasionali e ad altre connesse a rapporti di amicizie fiorentine (si veda al caso l’attenzione alla stenta produzione post Ossi dell’amico Montale), iniziando in concomitanza – e per urgenza di denaro e per reale convincimento – tutta una particellata saggistica che, su diversi quotidiani, ma soprattutto La Gazzetta del Popolo e L’Ambrosiano, imposta su diversi registri il tema portante del lavoro italiano chiamato a sostegno ben scoperto della politica autarchica del Fascismo. È questo un impegno molto sostenuto, da cui derivano testi che confluiranno quasi tutti, inizialmente senza l’autocensura del secondo dopoguerra, nelle Meraviglie d’Italia e negli Anni.

E così Gadda andrà avanti, fin quasi alla conclusione della seconda guerra mondiale, sul doppio registro dell’assestamento degli scritti narrativi ancora però da editare e gli articoli di reiterato sostegno alle opere e i giorni del regime, con il concomitante affastellarsi di recensioni o d’obbligo o di convenienza. Merita comunque una citazione, collocandosi a cavallo dell’esperienza disastrosa della guerra, il saggio Lingua letteraria e lingua dell’uso, del 1942, «intorno ai problemi dell’idioma» – Gadda non rinnega l’insegnamento che può venire da un «lattaio fiorentino», ribadisce come la lingua di riferimento non può essere quella di insulsi accademici «che asineggiano sopra scolaresche di zucche», bensì quella che promana «da tutta la universa società». Come pure merita ricordare, del ’45, una prima incursione nell’Arte del Belli, autore destinato ad essere fra i più cari, anche per il lessico del successivo Pasticciaccio, da cui – prendendo spunto dall’uscita de Er Commedione, antologia belliana curata da Antonio Baldini – scaturisce un «dolorante apprendimento», non scevro di implicazioni personali e autobiografiche, al solito opportunamente sottese se non del tutto taciute.

è intanto incominciata la proficua stagione dei capolavori creativi che, dopo l’uscita dell’Adalgisa, trovano nel Bonsanti di Letteratura il mentore e il persecutore. Non a caso, la bibliografia recensoria degli anni ’40 si dirada sostanzialmente, lasciando solo spazio all’estensione del testo di una conferenza tenuta a Milano su Psicanalisi e letteratura, ove le vecchie urgenze nevrotiche trovano esito, decantandosi, in un discorso che, prendendo l’abbrivio da una panoramica storica, pone intanto Freud quale semplice sistematore di materiale già noto da secoli, e non può che finire sulle urgenze assillanti di un Saba, conosciuto e subìto a Firenze con tutte le sue turbe.

Per altro verso, il saggio sulla Scapigliatura milanese che va praticamente ad inquadrare gli antecedenti e i padri della scrittura gaddiana destinati a diventare, grazie al giovane e solerte Gianfranco Contini, i referenti quasi obbligatori per ogni classificazione della produzione artistica del gran lombardo, evidenzia di fatto un interesse specifico e mai completamente distaccato, visto che vi si rileva «Certa propensione tecnica verso la ricerca di una più libera espressione, ove lingua e dialetto arrivino a contaminarsi in risultati bizzarri: certo umore: certo capriccio: il dolore: la delusione: la speranza: la malattia fisica: il male sociale». E se si interrompe qui la citazione, non è chi non veda come Gadda stia parlando, in fin dei conti, di se stesso e della sua personalissima esperienza di scrittore.

Di qui in avanti, al di là di una certa attenzione alle arti figurative e al prediletto Tirinnanzi, Gadda è impegnato in poche circostanze d’impegno recensorio, ma riesce al contempo a produrre un’ulteriore autoriflessione nel Come lavoro del 1950, che aprirà significativamente il volume di saggi per Garzanti I viaggi la morte. Il testo risulta di estrema importanza per capire pulsioni e concezioni di poetica narrative, dal momento che contiene in apertura «Una confessione circa i problemi dell’officina, o le angosce e i ragnateli d’officina» la quale «comporta di necessità dei riferimenti a una vita, a una biografia interna ed esterna, si ingrana in una gnoseologia e in un’etica, nel mio caso molto più poveramente e meno felicemente che in altri in una esigua e frammentaria poetica». Dove si vede come torni a funzionare l’educazione filosofica dei primi anni milanesi post Argentina, riversata nella necessità di esorbitare in dettato narrativo: «Parole e parole. Dovergliele buttare di piena mano come a’ polli, grandine di picchiettanti scemenze di che sopra ogni mangime le appetiscono: quali buttò il Colombo le perline vetro a’ Càraibi in uno sgomento d’eclisse»; ribadendo ancora – e qui si annuncia la chiave di lettura del futuro Pasticciaccio in volume – che «Ognun di noi mi appare essere un groppo, o nodo, o groviglio, di rapporti fisici e metafisici».

E gli anni ’50, con Gadda assunto alla Rai, trascorrono fra le poche incidenze narrative delle Favole, le collaborazioni dovute al Radiocorriere, accidentali dispersioni su varie riviste e la costrizione garzantiana alla raccolta degli Accoppiamenti giudiziosi (già Novelle del ducato in fiamme), alla definizione in volume del Pasticciaccio, alla altrettanto forzosa raccolta di saggi I viaggi la morte che accorpa frettolosamente pezzi da tempo editi, oscillando fra testi di estrema importanza ed interventi di minor conto ai fini di una abbastanza maldestra architettura interna del libro. Va però considerato a parte Il Petrarca a Milano, destinato poi a ricomparire in Verso la Certosa e Le Meraviglie d’Italia – Gli anni dei primi ’60, dove restano sottesi i propri antecedenti milanesi insieme ad un personale e malcelato cupio dissolvi che si configura nella dedica al suo mecenate Raffaele Mattioli in esito quasi testamentario. E subito dopo, un testo quale la recensione appassionatamente indignata al Manzoni di Moravia (Manzoni diviso in tre dal bisturi di Moravia) rinnova interesse ed attenzione devota al grande maestro lombardo, ma al contempo finisce per rivendicare a qualsivoglia scrittore – se stesso compreso – la necessità di un giudizio senza condizionamenti ideologici, che trascenda da eventuali natali borghesi dell’autore, allontani occhiali politici nella valutazione, e ne rispetti in sostanza la necessaria autonomia di espressione a prescindere dal ceto sociale, qualunque esso sia.

Dopo di ciò, un Gadda abbastanza frastornato dal successo del Pasticciaccio e costretto da Einaudi all’edizione della Cognizione del dolore è un autore stanco, non contento di sé e insoddisfatto del già dato, tirato d’ogni parte per le maniche, ma di fatto renitente alla leva; che riesce per motivi diversi a fornire una sintomatica prefazione al Male oscuro di Giuseppe Berto, nonché il deflagrante, ultimo capolavoro, Eros e Priapo, summa estrema di un risentimento accumulato per decenni nei confronti del regime fascista ma soprattutto del suo capo, in cui aveva forzosamente creduto per il bene della nazione, e che oggi ci si consegna come il suo testamento esplosivamente rancoroso di una esperienza di vita e di fiducia tradita clamorosamente, sotto ogni punto di vista.

Centro Ovidiano di Studi e Ricerche
Istituto Nazionale di Studi Dannunziani

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

© 2008-2021 by Giuseppe Papponetti & EJGS. First published in EJGS. EJGS Supplement no. 1, third edition (2008).

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