file icon

L’altra vita: scrittura e verità
in Svevo e Gaddda

Giuseppe Stellardi

L’arte è la forma di vita di chi veramente non vive: un compenso o un surrogato.

Eugenio Montale (1)

A stento si potrebbero trovare, nel panorama della letteratura italiana del novecento, due romanzieri fra loro apparentemente meno congeniali di Italo Svevo e Carlo Emilio Gadda. (2)

Alle ovvie, estrinseche differenze di provenienza regionale (triestino il primo, milanese il secondo), di appartenenza generazionale (quando Svevo, trentenne, pubblica il suo primo libro Gadda non è ancora nato) e di formazione culturale (tradizionalmente umanistica in ambiente linguistico italiano per Gadda; prevalentemente germanica – negli anni cruciali della formazione e delle prime aspirazioni letterarie – in un contesto linguistico comunque variegato per Svevo) conseguono o si sovrappongono massicce discrepanze stilistiche. Al diligente, composto benché talora faticoso procedere del triestino si contrappone in modo quasi polare la scrittura umorale, screziata e incontenibile del milanese.

L’impressione non è errata, e anzi – lungi dal riflettere il mero accidente di una diversa scelta autoriale – corrisponde a un diverso carattere e destino della scrittura: l’orientamento stilistico è, come sempre, l’equivalente visibile di un’intima necessità.

Tuttavia conviene, prima di ritornare al tema dell’evidente dissomiglianza, esplorare quello di una meno perspicua prossimità; e si vedrà, alla fine, come in realtà questa somiglianza e quella differenza siano collegate da ragioni essenziali.

Non è forse superfluo ricordare in primo luogo alcune circostanze di fatto che sembrano in qualche modo associare (da lontano) i due autori.

Il misto italo-germanico che caratterizza Svevo è presente anche in Gadda, che ha ascendenze teutoniche sul versante familiare materno; giova ricordare, a tal proposito, che Gonzalo, il protagonista della Cognizione del dolore, viene descritto come «germanico», non solo «in certe manìe d’ordine e di silenzio, e nell’odio della carta unta, dei gusci d’ovo, e dell’indugiare sulla porta coi convenevoli», ma anche (ed è significativo in relazione a quanto verrò esponendo) «in certo rovello interno a voler risalire il deflusso delle significazioni e delle cause, in certo disdegno della superficie-vernice, in certa lentezza e opacità del giudizio [...]» (RR I 606-07).

La prima guerra mondiale gioca per entrambi un ruolo cruciale, anche se solo Gadda la vive al fronte da combattente (e poi da prigioniero, in Austria e in Germania); in ogni caso è dopo (e, per Gadda, parecchio dopo) l’esperienza bellica che ognuno dei due trova la propria cifra narrativa. Inoltre, nelle due opere principali la guerra compare con caratteristiche di speciale importanza, sia diegetica che psicologica: nella Coscienza di Zeno (3) è l’evento risolutore che (apparentemente) permette al protagonista di liberarsi dalle pastoie del quotidiano e dalla trappola psicoanalitica e introspettiva, recuperando la salute nella vita attiva; mentre nella Cognizione del dolore essa è l’esperienza di perdita e catastrofe, ormai remota ma sempre straziante, che non cessa di distillare i suoi veleni nell’esistenza presente di Gonzalo, potentemente contribuendo a svuotarla di senso. Paradossale opposizione di valore (positivo per Zeno, negativo per Gonzalo), che varrebbe la pena di interrogare più a fondo. (4)

Aggiungerei alla lista anche quella che si può descrivere come una non facile auto-identificazione (e riconoscimento sociale) nel ruolo di scrittore: entrambi gli autori infatti conducono una «doppia vita», (5) a lungo dominata da necessità economiche o (per Svevo) fallimenti letterari, che dettano il relegamento di una forte vocazione di scrittura alla dimensione di una seconda attività, se non di un hobby. Una professione di carattere tecnico-commerciale poco amata e molto impegnativa in termini di tempo e di energie si pone per tutti e due come ostacolo alla piena realizzazione delle aspirazioni letterarie. Ancora una volta, questa situazione biograficamente vera si trova riflessa nelle due opere rispettive (come anche in quelle precedenti di Svevo), segnalando un contrastato rapporto con la letteratura come mestiere. Andando più a fondo nell’analisi si scoprono senza difficoltà ulteriori complicazioni: per esempio, nel caso di Gadda, la presenza di un terzo incomodo, ovvero di una vocazione filosofica abbondantemente attestata negli anni venti (ma mai pienamente e apertamente realizzata) (6); e, nel caso di Svevo (come già indicato), i suoi ormai lontani trascorsi di romanziere ignorato da pubblico e critica.

Benché i due romanzi precedenti di Svevo offrano spunti interessanti, soprattutto nella descrizione dei rispettivi protagonisti, l’air de famille che accomuna Svevo e Gadda si manifesta precipuamente nei due capolavori: è nella Coscienza di Zeno e nella Cognizione del dolore che sentiamo ribollire un nucleo comune. Si tratta, in primo luogo, della prospettiva autobiografica artisticamente manipolata: entrambe le opere sono imperniate attorno al punto di vista di un protagonista che risulta essere in buona misura il prodotto di una proiezione autoriale, in un contesto in parte fittizio o addirittura (nel caso di Gadda) straniato, ma riconducibile a quello della reale esperienza dei due scrittori. In secondo luogo, la dimensione mentale in cui entrambi i protagonisti principalmente si muovono è autoriflessiva: (7) le peripezie presenti, come anche la rimemorazione di quelle passate, hanno valore accessorio rispetto alla ricerca di verità, che ossessivamente tanto Zeno (narrando in prima persona) quanto Gonzalo (osservato da un narratore anonimo e extra-diegetico) perseguono. Siamo in presenza di due incarnazioni letterarie di quel regno della soggettività che (attingendo anche a remote sorgenti) domina tanta parte della scrittura novecentesca, e che quindi non è di per se stesso probatorio. Ma c’è dell’altro.

Un ulteriore elemento di prossimità è la caratterizzazione dei due eroi in termini di differenza e malattia, (8) e di conseguenza il carattere fondamentalmente diagnostico delle due narrazioni: la valenza filosofica (ricerca della verità ultima) si accompagna quindi a quella terapeutica (necessità di trovare una soluzione ai problemi esistenziali, e così di riguadagnare la salute perduta o mai avuta). In entrambi i casi, tutti i tentativi di cura (rappresentati, nella Coscienza, dalla psicoanalisi, dal perenne sforzo di smettere di fumare e da vari conati (auto)diagnostici di malattie fisiche immaginarie; e, nella Cognizione, dalla visita medica richiesta e inutilmente subita da Gonzalo, e dal suo maniacale desiderio di isolare se stesso, sua madre e il suo spazio vitale – la villa – dal contagio della società circostante) falliscono miseramente, dando luogo però a due esiti diversi: per Zeno un rifiuto dell’autoanalisi e dell’introspezione e un’ambigua riscoperta della vita attiva e naturale (conquista immediatamente inficiata, si noti, dalla profezia catastrofica della pagina finale); per Gonzalo l’amletica certezza, (9) simultaneamente, del dovere di verità e dell’impossibilità di avere contemporaneamente verità e felicità.

Tali esiti sono ad ogni modo secondari, rispetto al valore primario della scrittura stessa: la Coscienza e la Cognizione non sono testi filosofici, la cui consistenza sarebbe valutabile in termini di tenuta concettuale; né in senso stretto testi diaristici, il cui valore andrebbe immediatamente riportato al contesto soggettivo o fattuale a cui si riferiscono; né tanto meno testi ideologici, portatori di progettualità politica o sociale. Valgono invece nella misura in cui la finzione si sovrappone alla realtà in modo supplementare, compensatorio e surrogatorio; il che vale a dire che valgono e vanno letti come testi letterari, per ciò che il testo letterario offre e permette nel suo speciale modo di tradurre e manipolare il vissuto.

Si potrebbe dire quindi che Svevo e Gadda abbiano in comune un orientamento simile del nesso vita-scrittura (che, s’intende, presiede ad ogni autentica creazione letteraria, ma in modi diversi), nel quale la scrittura, nella maniera che le è propria (e diversa da quelle proprie della filosofia, della scienza, della religione e di ogni altro discorso), assume un ruolo inquisitorio-compensatorio nei confronti della vita. Il gesto fondante della loro scrittura è quello di indagare i nodi dell’esistenza e, simultaneamente, di neutralizzarli mediante sostituzione di forme immaginarie, di vite simili a quelle vere ma inventate, di storie meno magmaticamente incoerenti dei coacervi caotici a cui, nondimeno, esse restano ostinatamente attaccate.

Torniamo ora alla differenza stilistica. Questa è stata fatta oggetto di considerevole attenzione critica e addirittura posta a segnacolo di una fondamentale divaricazione nel panorama della letteratura italiana del novecento. Si veda la lucida esposizione di Renato Barilli:

[...] sembra infatti necessario riaffermare che la coppia Svevo-Pirandello costituisce il baricentro della nostra narrativa, o se si preferisce, la linea portante, l’unica ad aver raggiunto un buon grado di equilibrio tra tradizione e innovazione, tra autonomia di valori interni (tecnici, linguistici) ed eteronomia di partecipazione ai più grossi problemi della cultura contemporanea [...] mentre altrettanto non si può dire di altre indicazioni, pur fascinose e accattivanti, che appunto negli ultimi tempi sono state avanzate e candidate a costituire la linea di sviluppo più promettente per la nostra narrativa: a cominciare dal caso Gadda, il cui tormento linguistico è sembrato a molti più attuale che non la trasparenza, la neutralità funzionale che tanto Svevo quanto Pirandello assegnano alla lingua. Ma in realtà si tratta di un tormento «datato», di chi ancora persegue finalità mimetiche nei confronti della verità ambientale, sensuosa, epidermica, pur sentendosene a tratti superiore, e quindi deformando l’approccio mimetico con varie chiavi tra il grottesco e l’espressionistico: una linea in sostanza non nuova, ma di sviluppo ulteriore, di sfacelo ultimo di quella ottocentesca tra regionalismo e scapigliatura. (10)

Mettendo momentaneamente da parte la valutazione negativa dell’opera gaddiana, possiamo cominciare col riconoscere che ciò che apparentemente separa Svevo da Gadda è, in primo luogo, la relativa semplicità del tessuto linguistico del primo rispetto all’evidente complessità di quello del secondo. Nonostante l’ampio plurilinguismo che fa da retroterra alla scrittura del triestino, e a dispetto degli stimolanti spunti emergenti dalla Coscienza sul tema del dialetto, della traduzione, della menzogna e così via, il tessuto del romanzo è fondamentalmente monolinguistico e orientato sull’italiano standard. Stilisticamente l’escursione fra estremi è limitata e l’incidenza di moduli retorici e occorrenze lessicali di carattere letterario modesta. Proprio per questo lo stile di Svevo è stato talvolta definito anti-letterario (ma io lo definirei piuttosto ipo-letterario), caratteristica ancor più evidente quando lo si paragoni, per esempio, col modello dannunziano, ma anche (e si tratta semplicemente di altri esempi) con quello verghiano o fogazzariano. Siamo in ogni caso in presenza di una scrittura piuttosto monocorde, comunicativamente trasparente, che non cerca di riprodurre la lingua della tradizione letteraria, né di staccarsene mediante rotture eclatanti o sperimentazioni sorprendenti. Proprio questa anti-letterarietà, (11) del resto (e in questo Barilli ha ragione), questo rifiuto di stare al gioco della letteratura come invadente ostensione di se stessa e della propria specificità, può essere assunta a tratto distintivo e positivo della scrittura sveviana, caratterizzandone la novità e ponendola come modello di sviluppi futuri, in alternativa tanto all’inerzia passatista, quanto alle rivoluzioni avanguardiste, le quali entrambe possono essere interpretate come fenomeni di letterarietà, canonica l’una, iconoclastica l’altra.

Per Gadda vale l’opposto. L’insistenza della critica sul barocco, sul maccheronico, ma simultaneamente anche l’identificazione di fondamentali nuclei lirici nella scrittura gaddiana; la coscienza autoriale di una spontanea pluralità di stili, già ampiamente attestata nel Cahier d’études; (12) l’ulteriore, aperta assunzione (soprattutto nei saggi di I viaggi la morte) di un modello di lingua espressiva, che giustifica l’uso illimitato di materiali di più diversa provenienza (dialetti, lingue straniere, arcaismi, neologismi, e così via): tutto questo (e altro), largamente riflesso nei testi, giustifica effettivamente l’attribuzione a Gadda di una caratteristica di fondamentale iper-letterarietà. La sua scrittura risulta elaboratissima, con alto contenuto di intertestualità di vario tipo (inclusi riferimenti letterari assai colti), ulteriormente complicata da numerose digressioni e glosse, e dunque tale da attrarre insistentemente l’occhio del lettore sulla propria qualità di raffinato artefatto. Ciò (come giustamente nota Barilli) non è per nulla incompatibile con l’intenzione, fondamentalmente mimetica, di riprodurre il più fedelmente possibile una realtà inevitabilmente caotica e irrazionale, e dunque refrattaria a strumenti espressivi lineari e trasparenti; (13) ma certo, insistendo su valori, simultaneamente, di ammirato ossequio rispetto alla tradizione (o almeno alla parte di essa percepita come vitale, e incarnata nei grandi del passato, da Virgilio, a Dante, Machiavelli, Manzoni, etc.), ma anche di rottura brutale delle convenzioni linguistiche della comunicazione ordinaria, l’opera di Gadda sembra indirizzarsi verso gli antipodi del modello sveviano, e imporsi prepotentemente come fenomeno letterario.

L’ipo-letteratura di Svevo e l’iper-letteratura di Gadda hanno in comune una forza centrifuga che, mantenendoli a una rispettabile distanza da un baricentro o da una koiné virtuali (ma certo non solo per questa ragione), li propone entrambi come modelli evolutivi, di significativa importanza, del linguaggio letterario.

Paradossalmente, entrambe le strategie (ma io le definirei piuttosto condizioni) costituiscono una risposta alla medesima situazione di deiezione e di ricerca di ciò che non può essere raggiunto. Entrambi tendono a una verità che non può essere trovata sul piano della conformità (sia essa sociale o stilistica), e che richiede quindi uno sforzo di ricerca e di espressione. Che le forme espressive effettivamente realizzate siano poi diametralmente opposte è certo fatto non trascurabile, ma non indicativo di una drastica opposizione di intenti. Per entrambi il fine è l’inseguimento di una verità eccentrica.

Oltre ad essere eccentrica e mobile, la verità in questione si rivela essere anche un punto senza estensione, intangibile e inafferrabile; l’inseguimento sarà dunque, per definizione, interminabile. La ricerca di quel punto elusivo, qualunque forma essa assuma, è la filosofia nella sua dimensione più propria, quando cioè essa ancora si distingue dalla razionalità scientifica; ma la forma che tale filosofica pulsione qui specificamente assume è letteraria e narrativa, e questo separa i testi in questione (in termini di modi, regole, orizzonti di attesa, effetti) dal discorso filosofico. Non siamo, quindi, in presenza di testi filosofici, anche se le idee abbondano, e anche se l’impulso di partenza è effettivamente filosofico, nella sua più essenziale e semplice accezione.

Qual è questo punto sfuggente verso il quale la scrittura si orienta? è il perché: perché sono ciò che sono? E che cosa dovrei invece essere? Ma perché chiedere perché? Perché ciò che sono non è soddisfacente. Ma perché no? Il perché è in parte nel passato (la catena «delle significazioni e delle cause» che Gonzalo si ostina a voler risalire), in parte nel futuro (ragioni finali, la proiezione di un dover o voler essere). Il nostro essere attuale, nel frattempo, è costantemente destabilizzato da ciò che ci è accaduto (e che ci sforziamo di comprendere, cioè di organizzare in una storia) e dall’immagine di noi stessi che proiettiamo nel futuro come desiderabile. La Coscienza e la Cognizione in parte tentano effettivamente di rispondere a questi perché, organizzando storie; ma dall’altro possono solo scavare una più profonda fossa sotto i piedi di un soggetto che, invece di vivere, insegue il vano miraggio di un’altra vita, o si perde nei rivoli infiniti che l’hanno portato ad essere ciò che è.

Ma che cosa guida queste scelte, che metonimicamente chiamiamo stilistiche – ammesso che di scelte si possa parlare? (14) Qui si torna forse al nucleo di comunanza fra i due autori, e un modo di affrontarlo è attraverso il tema del tempo.

Svevo e Gadda si situano fra quei romanzieri italiani che più chiaramente articolano il problema della temporalità, affiancandosi in questo modo tanto ai maggiori rappresentanti della narrativa europea (si pensi a Proust), quanto ai principali nostri poeti del novecento (in primo luogo Ungaretti e Montale, che entrambi – nella transizione dalla prima alla seconda raccolta (L’allegria > Sentimento del tempo, Ossi di seppia > Le occasioni) – visibilmente manifestano un’accresciuta coscienza dei molteplici aspetti dell’esperienza del tempo).

L’intersecarsi del tempo della narrazione e di quello della diegesi nella Coscienza presenta aspetti interessanti, che brevemente riassumo. Il libro si apre, come si sa, con la «Prefazione» del «Dr. S.»; l’infido dottore (come ogni prefatore; ma ovviamente questa è una finta prefazione) scrive a posteriori rispetto al testo che segue, dopo che Zeno, avendo ormai chiuso tanto il suo diario quanto il suo rapporto con la psicoanalisi (e con lo psicanalista), gli ha mandato – con gesto sprezzante e liberatorio – il manoscritto delle sue memorie. Restituendo (con gli interessi) il complimento, il medico decide di pubblicarlo, pensando così di vendicarsi e screditare Zeno agli occhi di tutti. La «Prefazione» si situa quindi al punto temporale più avanzato nella struttura cronologica del romanzo (del quale però, nella finzione narrativa, non fa parte). Il tempo immediatamente precedente (logicamente, non testualmente) è quello della fine del libro (il capitolo VIII, intitolato «Psico-analisi»), cioè del diario relativo allo scoppio della guerra e al suo effetto su Zeno. Il «Preambolo», brevissimo capitolo introduttivo e avvio vero e proprio del diario di Zeno, segna invece il momento di inizio della narrazione, coincidente con l’adesione alla strategia terapeutica psicanalitica. Il resto del romanzo non è articolato in modo cronologicamente lineare, ma invece tematicamente, con un andirivieni della memoria soggettiva sull’asse della vita di Zeno, dalla prima giovinezza alla vecchiaia.

Più tradizionale e essenzialmente lineare (pur con frequenti flash back) è invece la struttura cronologica della Cognizione; ma in verità il romanzo è organizzato più fortemente (o almeno visibilmente) sull’elemento spaziale che su quello temporale, e più precisamente su un movimento di avvicinamento al centro del mondo imploso di Gonzalo, rappresentato dalla villa e – in quella – dalla sua camera da letto (nella quale e sul quale si svolgerà quella già citata visita medica che a mio avviso costituisce il pernio ideale dell’opera). (15) Anche la Cognizione, tuttavia, benché in modo meno esplicito della Coscienza, articola la questione del tempo soggettivo e della divaricazione del presente verso il passato (segnato dal lutto o almeno dalla perdita – e anche dalla perdita di tempo) e verso il futuro (che anch’esso è presentato come un orizzonte di fuga dal presente, più che di fattiva progettualità). E questo è il nucleo concettuale profondo di entrambi i libri: la nozione, cioè, che la malattia del soggetto (e della specie) è principalmente un problema di tempo, e più precisamente il risultato (o il sintomo) di una frattura interna al tempo. Strattonato fra la prepotenza della memoria che costantemente ripropone il processo al passato, e l’insidiosa seduzione del sogno che proietta desideri e terrori in un vago futuro, il soggetto perde il contatto col presente, unico tempo autentico della vita, e va alla deriva nell’oceano dell’inanità.

Una caratteristica importante dei due protagonisti è che, ambiguamente, essi vengono rappresentati allo stesso tempo come assolutamente diversi (rispetto al rispettivo contesto sociale) nella loro idiosincratica unicità, ma anche come assolutamente rappresentativi della condizione umana in generale.

A conferma di questo sdoppiamento, si noti che la problematica del tempo si articola per entrambi su un piano sia onto-genetico che filo-genetico: sono in gioco, nel primo caso, lo svuotamento del tempo (e dello spazio) del presente nel soggetto, tema particolarmente vivo nella Cognizione; e nel secondo (in particolare evidenza nella Coscienza) (16) l’accelerazione dell’evoluzione umana e la progressiva, eccessiva indipendenza acquisita dalla specie (particolarmente mediante l’uso di congegni artificiali) rispetto all’ambiente naturale. (17) Ma anche la Cognizione insiste sul tema delle generazioni, degli antenati, e di Gonzalo come «incredibile approdo» di una lunga e inutile evoluzione; (18) mentre è ovvio che la Coscienza propone, con altrettanta chiarezza della Cognizione, l’idea di un depotenziamento soggettivo, collegato a un’eccessiva dipendenza dal ricordo e dal sogno a occhi aperti (e non è questa, forse, la definizione migliore dell’inettitudine sveviana?). (19)

Sia Zeno che Gonzalo, pur nella peculiarità dei loro comportamenti, rappresentano dunque l’esito inevitabile di un progressivo depauperamento dell’intera specie, e in tal senso assumono un valore di universalità nell’esprimere un destino comune; a un altro livello, però (nella prospettiva empatica, lucida e equanime del lettore che i due libri segretamente invocano), essi incarnano valori positivi, di originalità, di indipendenza di pensiero, e quasi di eroismo nell’ossessivo rifiuto di una facile conformità; e anche in tal senso essi pervengono a simboleggiare un che di universale nella definizione di ciò che è propriamente umano.

Tornando al tempo, è interessante notare anche che la (presunta) riconquista della salute corrisponde, nell’ultimo capitolo della Coscienza, a un recupero della cronologia lineare, in quanto dimensione di una più effettiva relazione al presente come impegno e progetto (in opposizione diametrale alla temporalità perdente e esplosa del ricordo e del sogno): «Evito i sogni ed i ricordi» (Svevo 1984: 460).

Non pare inutile segnalare, inoltre, che la riconquista del tempo presente, delineata alla fine della Coscienza, ha elementi di somiglianza con l’ultima parte di Se questo è un uomo, in cui Primo Levi comincia, col ritrovato senso del tempo, un faticoso e forse impossibile recupero della propria e altrui umanità, annichilita dall’esperienza del Lager (perdita della dignità, della moralità, delle cause e dei fini, del linguaggio, e per l’appunto del tempo, oltre che di tempo). Ma è addirittura (anche) alla Divina Commedia che bisognerebbe rifarsi per l’esplorazione di questi nessi; è infatti nel passaggio dall’Inferno al Purgatorio che Dante, come parte del processo di salvazione sua e nostra, riscopre il senso vero del tempo: (20) a riconferma (anche al di là dell’orizzonte specificamente religioso) della centralità delle categorie temporali per la definizione dei fondamentali processi di auto-definizione e interazione dai quali, soli, può emergere un’individualità ben formata.

è quindi particolarmente significativo che tale recupero sia del tutto assente nella Cognizione, dove fino alla (non) fine Gonzalo – al contrario del suo modello, Amleto – resta prigioniero, nel carcere della sua vita/non-vita, della memoria ossedente e del desiderio vano. Per lui, prigioniero di un’irrealtà che a volte si fa incubo (come nel sogno raccontato al dottore, RR I 632 sgg., in cui – nel momento più amletico del romanzo – si proietta un desiderio di morte nei confronti della madre), non si può più «ricostituire il tempo degli atti possibili», e non resta che l’inferno di un «tempo dissolto».

Nella Coscienza, la letteratura si presenta come la cura della soggettività frantumata e della temporalità dissipata che possiamo identificare come l’origine (o l’equivalente categoriale) dei problemi di Zeno, che poi si somatizzano in molti modi diversi. E, in effetti, essa coincide con la terapia psicanalitica: (21) è il medico, difatti, a suggerire a Zeno di scrivere, per «vedersi meglio». Lo scopo non è la scoperta di una verità di fatto, nascosta nelle pieghe della memoria e cruciale alla riconquista della salute, ma invece la traduzione del rumore bianco, privo di significato, della vita, in una sequenza di eventi (con personaggi, sviluppi, emozioni, cause, effetti) fornita di senso: dunque, in una storia o, nel caso di Zeno, in una serie di tratti narrativi a carattere tematico, che nell’insieme (e incorniciati dai due capitoli iniziali e da quello finale) costituiscono un ampio e ricco (benché incompleto e incompiuto) e, soprattutto, significativo arazzo.

Per inciso, proprio di tratti parla Gadda, riferendosi ai capitoli della Cognizione nella loro successiva stesura e pubblicazione; o anche di affioramenti, nel Cahier d’études, (22) a proposito del Racconto italiano d’ignoto del novecento. Ciò che in tal modo affiora dall’oceano silenzioso dei segni non è e forse non sarà mai completo, ma sorge già formato e cinto da limiti spaziali e temporali che – se funziona in quanto storia – lo fanno esistere e permettono al suo contenuto di vivere autonomamente.

Per tornare alla Coscienza, la narrazione fa affiorare, come isole in un arcipelago vulcanico, l’insieme del favoloso arazzo della Vita di Zeno. La quale, così come quelle dei Santi e degli Eroi, probabilmente non ha gran che a che fare con ciò che, se per ipotesi esistesse, sarebbe la sua vita vera, e cioè non narrata; e tanto meno con quella del suo autore.

Una storia, nella sua definizione minima, è una costruzione fatta di spazio e di tempo pieni; è, come dice Umberto Eco, un universo ammobiliato, un mondo in cui ogni movimento ha senso, anche se il senso fosse la totale mancanza di senso: perché, mentre la mancanza di senso per definizione e in quanto tale non ha senso, rappresentare la mancanza di senso è invece certamente sensato – forse anzi l’impresa più sensata che essere umano possa intraprendere.

L’atto di scrittura di Zeno ha quindi per fine di iniettare tempo, spazio e senso nella sua stessa vita, a cominciare dal passato più remoto a cui possono accedere i suoi ricordi. Questa paziente sutura degli infiniti strappi della sua (come di ogni) esistenza raggiungerà prima o poi il presente, che a quel punto – sorretto da adeguato piedistallo di cause, ragioni, storie – potrà consistere e brillare nella luce della salute. O almeno non crollare miseramente nel vuoto dell’insensatezza.

Il raccontarsi delle storie è quindi ciò che la psicoanalisi e la letteratura hanno in comune.

Ora, perché alla fine Zeno rigetta la psicoanalisi e, insieme, la scrittura? Forse perché (come lui stesso suggerisce) la psicoanalisi non gli è servita a nulla, anzi gli è stata nociva, come gli ha improvvisamente rivelato la guerra, ponendolo di fronte alla necessità di agire, invece di rimuginare su se stesso e sul proprio passato? O forse perché non ne ha più bisogno. Avendo raggiunto lo scopo, può ora buttare la wittgensteiniana scaletta con cui è salito sul minuscolo piedistallo della consistenza; sa o crede, ora, di essere qualcuno, essendosi costruito un retroterra, un passato, un’identità (quella dell’inetto, o della vittima della psicoanalisi) che può usare, anche solo (ma è un uso di fondamentale importanza) per rifiutarla e costruirsene una diversa, mettendo insieme un’altra storia.

La Cognizione è meno clemente nei confronti del proprio eroe; a Gonzalo il processo di istoriazione del vissuto non riesce, e questo probabilmente per due ragioni. Da un lato, troppo isolato nella corazza della propria rabbiosa superbia, il Marchese non cerca aiuto e non ha il sostegno di chi lo inviti a scrivere (dispone tutt’al più del consiglio – interessato – del dottore del villaggio, che poco velatamente gli propone un lieto fine matrimoniale con una delle sue numerose figlie: troppo miseranda favoletta, questa, per contrastare l’abisso nero che internamente lo risucchia); dall’altro, e più profondamente, egli rifiuta le apparenze menzognere, e se certamente questo significa rifiutare la cerimonie e le bugie della socialità, significa però anche rigettare la terapia narrativa, la trasformazione di un vissuto penoso in un racconto dotato di senso. Ne è chiaro segnale il rifiuto di usare la guerra (e in specie i compagni caduti) per insignirsi di qualche gloria eroica, o poetica. (23) Ne consegue che la narrazione non può che reiterare il vuoto e intensificare la ferita: non c’è impacco o unguento possibile, per i mali di Gonzalo. Per quanto lo Hidalgo si intestardisca a cercare spiegazioni e forse una cura, il suo narratore sa infatti (ma lo sa anche lui: «Nessuna illusione. Sapeva benissimo [...]. Sapeva, sapeva», RR I 730) che il male «risorge ancora, ancora e sempre, dopo i chiari mattini della speranza» (RR I 674); e non si tratta di una malattia catalogabile e curabile, ma di quel «male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato» (RR I 690).

La Coscienza e la Cognizione, quindi, viste insieme, rivelano un’intrinseca ambiguità dell’atto letterario che entrambe incarnano (e cioè la traduzione artistica del vissuto personale): la scrittura è simultaneamente un sintomo del problema (che è quello dell’introspezione, della divaricazione del tempo, della sconnessione dell’essere umano dalla vita, dal presente) e una cura. (24) Come cura, la letteratura solleva il vissuto a una dimensione di formata contemplabilità, e questo in un doppio modo: da un lato, costituendo o ri-costituendo connessioni spazio-temporali, e cioè creando, da scomposti frammenti di vita, una storia o delle storie; dall’altro, e del tutto indipendentemente dalla sua riuscita o meno a quel primo livello, segretamente istituendo altri rapporti spazio-temporali, un altro mondo, un’altra vita: un universo di senso, esterno alle storie narrate, che coinvolge il lettore, chiamandolo a contemplare vite non sue e – in questa contemplazione – a dare un senso alla propria.

Che Zeno abbia miglior sorte di Gonzalo, dunque, non rende la Coscienza fondamentalmente diversa dalla Cognizione: entrambe proiettano su uno schermo di finzione le vite vere dei rispettivi autori, proponendole allo sguardo fraterno di ignoti lettori. Si tratta di un ambiguo rimedio che non risolve il problema, ma – nel formarlo esteticamente – provvisoriamente lo neutralizza.

La letteratura rappresentata da Svevo e Gadda è, da un lato, il tentativo di articolare una verità a proposito della vita che né il discorso scientifico né la filosofia possono esprimere, e che forse – essendo non solo penosa ma anche inutile e persino deleteria – non dovrebbe essere articolata affatto. Ma, nel farlo, il testo letterario offre simultaneamente anche l’antidoto al proprio veleno: il composto di bellezza e solidarietà (fra scrittore e lettore) manifesta l’orrore, ma provvisoriamente anche lo sospende.

Il soggetto depotenziato e impaurito della modernità declinante vive fra il buco nero di cause, origini e ragioni sempre più remote, sempre più insondabili, e lo spazio irreale di un futuro che si presenta come sogno o incubo. Ciò che gli manca è il contatto col presente, con la vita. A questo problema non esiste soluzione; i due libri tracciano il diagramma delle soluzioni possibili, che tutte si rivelano inagibili, illusorie, o disastrose.

Zeno prima insegue il miraggio di una malattia (fisica o psichica) positivamente confermata, punto di partenza necessario per una successiva terapia medica o psicologica, e di tanto in tanto si illude di aver trovato simultaneamente la verità e la cura; (25) poi si dichiara sano a priori e libero finalmente delle pastoie letali dell’introspezione e della psicoanalisi, come anche, in generale, dal bisogno di curarsi:

Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione e che era una sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla curare anziché persuadere. Io soffro bensì di certi dolori, ma mancano d’importanza nella mia grande salute (Svevo 1984: 477) (26)

Tuttavia finisce poi per lanciarsi in una profezia catastrofica che lo rivela, come non mai, preda di terrori e speculazioni alle quali quell’animale sano che ora pensa di essere non dovrebbe prestare la minima attenzione.

Ancora peggiore è il caso di Gonzalo, che mentre cerca vanamente sollievo nella solitudine e nel silenzio, è segretamente tentato dalla soluzione amletica (la distruzione violenta di ogni falsa apparenza, come sola garanzia di restaurazione della verità offesa dalla menzogna), ma sa già che anche quella soluzione (comunque inagibile alla sua fondamentale timidità) non potrebbe che avere esiti letali. (27)

La letteratura è, per Svevo come per Gadda, l’altra vita, cioè l’unica vita, quella reale, trasferita nell’elemento della letteratura, (28) dove nulla è risolto (filosoficamente o esistenzialmente), ma tutto si illumina di una luce nuova; dove lo scrittore stringe, annullando il tempo e lo spazio, la mano complice di un ignoto lettore; dove un soggetto deietto e marginalizzato diventa il centro dell’universo; dove ogni più futile gesto, ogni più insignificante evento, incorniciato dallo sguardo amoroso della coppia scrivente-leggente, assume significato; dove un tempo e uno spazio si ricostituiscono, articolando una storia e un senso, sulle macerie illeggibili di una vita; dove tutto è verità.

Oxford University

Note

1. Intenzioni (Intervista immaginaria) (1946); ho leggermente adattato il ben noto passaggio originale.

2. Il presente contributo riprende ed amplia spunti da me proposti altrove; mi si perdonerà, spero, se per ragioni d’economia farò frequente riferimento in nota ad alcune mie precedenti pubblicazioni.

3. Citerò da I. Svevo, La coscienza di Zeno, nella vecchia edizione con prefazione di E. Montale e introduzione di B. Maier (Milano: Dall’Oglio, 1984, 19381).

4. Va però almeno notato che la guerra non per è Gadda un’esperienza personale e un fenomeno sociale di carattere essenzialmente negativo. Così il Giornale di guerra e di prigionia, come anche Il castello di Udine, attestano senza ombra di dubbio lo spirito positivo e ottimista con cui il giovane Carlo Emilio, da convinto interventista, parte per la guerra e affronta le sue prime prove di combattente; e questa positività iniziale dell’esperienza di guerra si trova riflessa anche nella Cognizione. È solo la successiva, catastrofica esperienza del caos, inefficienza e mancanza di convinzione endemici nell’esercito italiano, e poi soprattutto della disfatta di Caporetto, della penosa prigionia, e del devastante ritorno a casa, funestato oltre che dalle terribili condizioni materiali nell’Italia post-bellica anche dalla notizia della morte del fratello, a imprimere a quei lontani ricordi un marchio indelebilmente negativo.

5. è il titolo di un fortunato libro di John Gatt-Rutter, Italo Svevo: A Double Life (Oxford: Clarendon Press, 1988).

6. Ne resta traccia principalmente nella progettata tesi di laurea su Leibniz (ora Gadda 2006a-b), e nella Meditazione milanese del 1928.

7. Come Zeno apertamente riconosce: «Come sempre, invece che guardare e ascoltare, ero tutt’occupato dal mio proprio pensiero» (Svevo 1984: 147).

8. Ho discusso questo tema in Stellardi 1989 – poi rivisto in Stellardi 2006: 145-60.

9. Sembra paradossale, e quasi un ossimoro, parlare di amletica certezza; ma questo è un tema sul quale Gadda stesso ha insistito, e che risulta fondamentale per una corretta interpretazione della Cognizione. Si veda un breve sommario dell’argomento nel mio lemma Amleto per la Pocket Gadda Encyclopedia.

10. R. Barilli, La linea Svevo-Pirandello (Milano: Mondadori, 1972), 6.

11. è significativo che la gloriosa edizione Dall’Oglio della Coscienza veda Eugenio Montale e Bruno Maier fare a gara nel sottolineare l’antiletterarietà di Svevo: «Quello del nostro autore è un linguaggio per eccellenza analitico e antiletterario, che esclude ogni ambizione esteriormente decorativa e calligrafica ed è tutt’uno con l’impegno assoluto dello scavo introspettivo» (Bruno Maier); Montale parla di «ardore di verità umana» e «imperfezione positiva», e descrive Svevo come «un moralista, non [...] propriamente uno scrittore d’arte».

12. Gadda elenca, all’inizio delle sue annotazioni, una serie di maniere che riconosce come proprie: «logico-razionalistica», «umoristico-ironica», «umoristico seria manzoniana», «enfatica, tragica, “meravigliosa 600”, simbolistica», e infine «la maniera cretina, che è fresca, puerile, mitica, omerica» (SVP 396). Ma perfino questo lungo elenco non esaurisce pienamente l’ampiezza dell’escursione stilistica della sua scrittura.

13. Si rilegga, in proposito, L’Editore chiede venia del recupero chiamando in causa l’Autore, in appendice alla Cognizione (RR I 759 sgg.).

14. Personalmente non ritengo si possa parlare di scelte, e mi oppongo quindi all’idea di una poetica gaddiana (come anche sveviana). Si vedano in proposito i capitoli V e VI del mio Stellardi 2006.

15. Rimando al mio lemma Spazio-Tempo nella Pocket Gadda Encyclopedia.

16. è appena necessario ricordare qui il peso dell’influenza darwiniana sull’opera di Svevo.

17. Sono ovvie le risonanze ecologiche e ambientaliste di questo tema. Si veda in proposito il mio Dialettica salute/malattia e suggestioni ecologiche nella «Coscienza di Zeno», in Otto/novecento 24, n. 3, 2000.

18. «Oh!, lungo il cammino delle generazioni, la luce!.... che recede, recede.... opaca.... dell’immutato divenire. Ma nei giorni, nelle anime, quale elaborante speranza!.... e l’astratta fede, la pertinace carità. [...] e l’impresa chiamava avanti, avanti, i suoi quartati: a voler raggiungere il fuggitivo occidente.... E dolorava il respiro delle generazioni, de semine in semen, di arme in arme. Fino allo incredibile approdo» (RR I 604-05).

19. E ricordiamo che anche Gonzalo viene esplicitamente descritto come un inetto: «Ingredienti dell’ira, in quell’animo, la severità e l’inettitudine» (RR I 657).

20. «[...] ché il tempo che n’è imposto | più utilmente compartir si vuole», insegna Virgilio in Purg. XXIII, 5-6.

21. Non ha qui importanza stabilire fino a che punto la psicoanalisi sveviana sia fedele a quella freudiana; conta solo vedere che, nella prospettiva della Coscienza, la scrittura è inizialmente presentata come metodo terapeutico.

22. Si veda, per esempio, SVP 399, 575, etc.

23. «I compagni morti, mai, mai, Gonzalo non li avrebbe mai adoperati a così gloriosamente poetare» (RR I 682).

24. Per uno studio approfondito di questa ambiguità non sarebbe superfluo far ricorso a certi aspetti della nozione di farmakon, elaborata da J. Derrida, per esempio, in La pharmacie de Platon, in La dissémination (Parigi: éditions du Seuil, 1972), 69-197.

25. «Qui, invece, tutto era verità» (Svevo 1984: 457), esclama quando, sperando (a torto) di venir certificato diabetico, trova la forza di rivoltarsi contro le bugie della psicoanalisi.

26. Questa certezza, del resto, per quanto espressa al rovescio, è già esplicita all’inizio del romanzo: «La malattia, è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione» (Svevo 1984: 33).

27. «[...] negare vane immagini, le più volte, significa negare se medesimo. Rivendicare la facoltà santa del giudizio, a certi momenti, è lacerare la possibilità: come si lacera un foglio inturpato leggendovi scrittura di bugìe. Lo hidalgo, forse, era a negare se stesso: rivendicando a sé le ragioni del dolore, la conoscenza e la verità del dolore, nulla rimaneva alla possibilità. Tutto andava esaurito dalla rapina del dolore. Lo scherno solo dei disegni e delle parvenze era salvo, quasi maschera tragica sulla metope del teatro» (RR I 703-04).

28. «Letteraturizzata», come dice lo stesso Svevo.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

© 2008-2019 by Giuseppe Stellardi & EJGS. First published in EJGS Resources (Course Material).

Artwork © 2008-2019 by G. & F. Pedriali.
Framed image: after Sir Anthony van Dyck, Portrait of a Gentleman putting on his Gloves, c.1618-1621, Fine Arts Gallery, Dresden.

All EJGS hyperlinks are the responsibility of the Chair of the Board of Editors.

EJGS is a member of CELJ, The Council of Editors of Learned Journals. EJGS may not be printed, forwarded, or otherwise distributed for any reasons other than personal use.

Dynamically-generated word count for this file is 6564 words, the equivalent of 19 pages in print.