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«Le meraviglie d’Italia»
Enrico Falqui
Sempre che impugna la penna, anche se per intramezzare la laboriosa invenzione dei suoi vendicativi racconti (da La madonna dei filosofi a La cognizione del dolore) con la composizione di un articolo di viaggio o di un pezzo di cronaca (come nel Castello di Udine e maggiormente nelle Meraviglie d’Italia: Parenti, Firenze, 1939), sempre il rigoroso ed estroso Carlo Emilio Gadda si fa un dovere, nonché un piacere, di sovvertire il naturale assestamento delle parole in disusati e grotteschi giuochi d’immagini.
Insofferente d’ogni luogo comune e passaggio obbligato, insinua lo sguardo o ficca il naso negli angoli più impreveduti, ricavandone scoperte spesso indiscrete, quando non aspre, sulla formazione d’un paese e sulle inclinazioni dei suoi abitanti. Ma, più che al vero, porta fede a se stesso, alle sue «manìe», alle sue «ubbìe». E tutto vede attraverso la rifrangenza del più arrovellato e insormontabile fatto personale. L’impressione, che per altri è fine a se stessa, per lui è un punto di partenza, un’occasione; ma non ad avventure, bensì a riconferma d’antichi sospetti. In Gadda l’impressione sta alla visione come la reazione alla provocazione. E non si cimenta in descrizione che non sia la conseguenza d’un giudizio, di una scelta, di un’analisi. I suoi meticolosi occhi nulla trascurano, nulla sorvolano. Ma ecco i suoi umori: scavano, dissolvono. Perché, se altri si serve delle parole come d’un suono o d’un colore, Gadda vi trasfonde ogni suo veleno con turbata gioia e con la precisione di un’inchiesta.
Percorso quant’è lungo da una grossa vena scientifica, un po’ se ne compiace come d’una forza e un po’ se n’affligge come d’un impaccio. Così l’incorrere delle sue descrizioni quasi nel parodistico deriva da un inasprimento che muove dall’interno e all’interno fa ritorno in circolo chiuso. Gadda non s’allevia nell’osservare; s’accanisce invece nel commentare. E gli stessi capitoli elegiaci (Nella notte) gli si configurano a grottesca in un’accumulata e inagrita fermentazione. Tra sprezzi e ripulse passa dallo sforzo di superare un ottenebrante malumore senza perdersi nella ribellione (Libello, Frammento) allo studio di penetrare (Una tigre nel parco) nel mistero di qualcuno tra i «tic variopinti di cui Nostra Magnificenza si addobba».
Resa più ingegneresca e quasi ostentata nelle annotazioni, a volte (Funivia della neve, Apologo del Gran Sasso d’Italia) la sua scrittura non salva al particolare suo canto che rari emistichi, tuttavia rapinati dall’ossessionante tecnicismo. Né ciò deve sorprendere. Nel senso, libero e spiegato, di raggiante pienezza, in cui, sia nei colori che nei suoni, suol riconoscersi presente la ispirazione, la prosa gaddesca non è mai ispirata. È anzi conquistata a fatica, retta con studio. E d’abbandonarla al canto ha timore, pudore. Oltre che la grazia e la dolcezza, la stessa lingua non gli si presta e non gli si arrende con l’agio e la copia di chi ne dispone per natura. Sicché, fatalmente, tanto studio e fatica, dopo il primo stupore, generano una gravezza che ha dello stordimento. Si resta presi nel ritmo vorticoso impresso al capitolo sulla Borsa; fino a che il parossistico e indemoniato crescendo rallenta declina e s’arresta sul rosseggiante panorama dei «prezzi di chiusura». Si cede al virtuosismo onde sono spartiti e colorati in quadri i vari momenti della visita al Verziere o l’incalzante succedersi degli episodi dentro il Macello. Virtuosismo: qua e là ridanciano, ora sbeffato e respinto, ora accolto e potenziato. Tale che, se ne vanno giustamente altere una cinquantina tra le sue pagine più originali, tutte vi concorrono con armatissimo impegno, storico o ingegneresco, satirico o poetico, descrittivo o rievocativo, secondo gli accidenti o gl’incanti subìti. Ma le sue prove migliori corrispondono alle più libere. Senza che il poeta dia una mano all’ingegnere, dove questi non s’accorga d’esagerare e pericolare, e senza che l’ingegnere intervenga a toglier la parola di bocca al poeta se troppo eccitato, i due coesistono e sussistono in un medesimo incessante rifacimento.
Una tigre nel parco è quanto di più rivelatore ci si può aspettare per farsi un’idea del modo con cui Gadda descrive e analizza, avvivandolo e fantasticandolo, un lontano ricordo d’infanzia. Aiuta ad accettare alcuni procedimenti della sua «tecnica di scrittore (di seconda classe)». «Inseguendo la sofferenza o la gioia», egli perverrà «alle immagini e quasi agli stadi infantili, ai fatti radicali e profondi della età prima: ma vi perverrà necessariamente e d’istinto, non per volere o programma». Ammette, dunque, riconosce nella propria pagina l’intervento di un coefficiente tecnico e la presenza di un influsso fatale. «Il mio cammino mi addurrà per se stesso alla espressione necessaria, se la pregnanza del caso dimanderà.... Se avrò in mano qualche tarocco, al momento buono lo giocherò.»
Scrittore necessitato e ansietato da se medesimo, Gadda si libera attraverso i suoi sfoghi. Pianta di Milano: Decoro dei palazzi, cos’è se non un capitolo bernesco trasposto in una prosa parimenti mordace e burchiellesca? S’avvale di un’invenzione e di un’armonia accattivantissime nella loro stizza e nel loro arzigogolo; e in più reca il segno di un intransigente irrimediabile carattere: dispetto più che divertimento, rivalsa più che protervia lo guidano. E certa finale fuga nell’elogio delle «verità di natura» lo riscatta d’ogni municipale aggressività.
Una mattinata ai macelli vuol quasi fornire un pezzo di cronaca e basta. Ma si osservi il passaggio e l’ascesa da un descrittivismo crudelmente compiaciuto a un tono poetico singolare. Si osservi come, per raggiungere tal grado d’intensità e disfarsi del proprio involucro, a Gadda sia bisognato vincer prima un’infinità di resistenze e di tentazioni attraverso tutto un cupo sforzo lessicale e fantastico. Solo a questa condizione il suo linguaggio perviene alla giusta fusione e si tempra. Eppure anche allora la dannazione di un ulteriore compimento e avvilimento ironico lo fa quasi tornare sul suo stesso dettato.
La complicata natura avuta in sorte e l’appropriata scrittura messa in cima ad ogni ambizione fanno sì che in Carlo Emilio Gadda tanto il riscaldarsi e l’incendiarsi dell’umore, quanto il suo sfreddarsi e raggelarsi, condizionino l’alterna vicenda del suo contrastatissimo stile. E lo fanno con una rispondenza intimamente dolorosa, anche se sulle prime parrebbe volesse tener dello spasso e addirittura servirsi del dileggio. Gli accade spesso di corrompere il sentimento iniziale «in uno stimolo sempre più acre, d’una sempre più proibita curiosità». «Giro con anima analitica per ogni dove.» «Un istinto coercitivo sul mondo esteriore.» «Ancora un appunto, meno acre tuttavia dei già fatti.» Natura ricchissima e voracissima, sempre in trabocco e sempre in risucchio, la sua scrittura ha la turgidezza, la sovrabbondanza, la violenza, la esasperazione d’un autore folenghiano del Novecento.
Coloritismi e onomatopee appartenenti a gerghi e dialetti, locuzioni delle più specializzate arti e maestranze, citazioni latine, smozzicature forastiere, sussiegosi arcaismi, termini scientifici quanto mai rigidi, bonari vocaboli di famiglia, espressioni ambigue, grafie disusate, accezioni arbitrarie, manierismi e asintattismi, barocchismi e popolarismi: tutto, il nostro «convoluto Eraclito» mette in opera nel giro stringente delle sue pagine al fine di trarne ogni maggiore effetto sia di polemica e sia di pace, con l’aggrumarsi e schiarirsi dei periodi «in un coagulo e in uno scioglimento continui». E lo fa da «maccaronico» e pasticheur, che attira e rinfocola in sé gli sparsi e smorti umori di certa conterranea Scapigliatura lombarda (dal Dossi al Lucini, al Cantoni), con un pizzico d’Imbriani Bini Scalvini, nonché di Barba Piero. Non per nulla è forse il più composito tra tutti gli «scrittori nuovi». Ma è anche il più «provocato». Provocato e provocante, lezioso e drastico: vivo d’un suo focoso struggimento, pregno d’un suo tetro sedimento.
Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3
© 2007-2026 by Riccardo Stracuzzi & EJGS. Previously published: E. Falqui, «Le meraviglie d’Italia», in Gazzetta del popolo (14 February 1940): 3; then in Novecento letterario (Florence: Vallecchi, 1961), VI, 450-54. First published as part of EJGS Supplement no. 7, EJGS 6/2007.
The archival research carried out on behalf of EJGS was part of a project funded by the Edinburgh Development Trust, University of Edinburgh. The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 7 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.
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