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Sul testo di Eros e Priapo

Giorgio Pinottti

Il 16 luglio 1963, con una compassata e burocratica lettera dattiloscritta (l’unica di tutto il carteggio), Gadda comunica al suo main publisher Livio Garzanti:

sono lieto di confermarle quanto ha formato oggetto della cordiale conversazione avuta ieri con l’avv. Frisoli e il dottor Romanò.
Ho presso di me il manoscritto di una mia opera inedita alla quale ci siamo riferiti nel detto colloquio, che mi riservo di rivedere radicalmente. Ne cedo la pubblicazione a Lei, nell’intesa che la relativa esecuzione è sospesa fino a quando non avrò provveduto alla revisione e alla consegna del manoscritto. La cessione sarà regolata dalle stesse condizioni dei contratti precedenti relativi alle mie opere nel Suo catalogo.
Il mio ulteriore repertorio inedito oppure apparso in pubblicazioni periodiche è ridotto a poco, e buona parte di esso è già nelle mani del prof. Spagnoletti e del dottor Citati. Ciò che ne residua, nonché la mia eventuale nuova produzione, saranno affidati alla Sua Casa con criteri di larga preferenza. (Gadda 2006c: 168)

è chiaro che una violenta tempesta si è appena placata, e che la lettera ratifica la pace. Non scordiamo che nell’aprile era apparsa da Einaudi nientedimeno che la Cognizione del dolore, coronata dal Prix International de Littérature, (1) e che nel giugno Gadda aveva siglato un accordo, sempre con Einaudi, per una nuova edizione del Giornale di guerra e di prigionia (già uscito da Sansoni nel 1955). (2) C’era di che mandare fuori dai gangheri anche un editore meno irascibile di Livio Garzanti. E d’altro canto come dargli torto? Gadda non può fare a meno di alimentare la «ariostesca Discordia» (Gadda 1988b: 107; 21 marzo 1966) fra i «cari editori», salvo poi accusarli in blocco di comportarsi come «amanti gelose» (Gadda 1983d: 208; 27 luglio 1958) – in particolare Garzanti: «Mi fa delle scene da Didone che tema di essere abbandonata» (Gadda 1999: 51; 12 luglio 1958). Ma c’è di più. Di fronte ai titoli ceduti a Einaudi è impossibile non attribuire a Gadda una sagace strategia: se il dinamico dottor Livio ha realizzato, con grave sconcerto degli happy few di un tempo, il suo antico disegno di diventare uno scrittore popolare, al «divo Giulio» è toccato il privilegio di dare un assetto definitivo alla sua produzione degli anni Trenta-Quaranta, affidata a edizioni confidentielles, di einaudizzarla. Nonché di «ricompattare la critica [...]. Con la Cognizione, ci si riappropriava di un Gadda del quale, chi era “venuto su con lui”, per dirlo con Alessandro Bonsanti, aveva delibato “parola per parola sul loro nascere scritti e idiosincrasie”, in una continuità di clima culturale, fiorentino sia per intese fra numi tutelari e patrocinatori sia per marchio editoriale» (Andreini 2004a). Altro che «tortura dei due cavalli»! (Gadda 1998: 53; 24 aprile 1959).

è da questa rissosa controversia, che vede in buona sostanza «l’infaticabile entusiasmo e la generosità pubblicistica» (Gadda 1983d: 202; 12 dicembre 1957) di Garzanti soccombere al fascino glacé di Einaudi, che nasce il patto del luglio 1963. Patto che ci interessa molto da vicino, poiché l’opera inedita che Gadda cede in cambio del Giornale di guerra e prigionia è proprio Eros e Priapo, (3) forse il lemma più tormentato di una pur tormentatissima bibliografia. Ripercorriamone per sommi capi la vicenda sino al fatidico 1963.

Una lettera a Contini del 24 ottobre 1945 ci informa che il libello antimussoliniano («Si intitola “Eros e Priapo”, dove il Fava sarebbe lui, cioè quello che hanno così santamente appeso al gancio con la testa in giù») è legato per contratto alle Nuove Edizioni Italiane di Enrico Falqui, ma soprattutto che l’accordo risale all’estate del 1944: «[Falqui] con tutte le buone intenzioni, mi ha pagato per “Eros e Priapo” quattro mesi di lavoro (sì e no) ai prezzi dell’estate 1944: a quelli di ora sarebbero neppure due mesi» (Gadda 1998: 25 e 26). Di lì a un mese già si affaccia un nuovo editore: Alberto Mondadori, cui Gadda subito segnala il carattere oltraggioso di un testo che, analizzando «il sostrato “erotico” del dramma ventennale testé concluso», è redatto «con estrema libertà di linguaggio» (4) (e in maniera ancora più esplicita a Angioletti: «è certamente un libro politico-umorale, una specie di violenta invettiva» – Gadda 2004d: 47; 27 gennaio 1946). Tra invincibili fobie (quella di essere «divorato» dagli editori, anzitutto) e acri risentimenti («Prosa» rifiuta di pubblicare il primo capitolo di Eros e Priapo «perché intollerabilmente osceno»), (5) il contratto sarà stipulato solo nel febbraio del 1947 – e la prevista data di consegna (30 giugno 1947) rapidamente sepolta da una valanga di rinvii. Quel che mi preme sottolineare, al di là di una strategia dilatoria fin troppo nota, (6) è che negli scambi epistolari con la Mondadori Gadda non cessa di ribadire l’implicito avvertimento lanciato ad Alberto: «il testo già redatto non sarebbe oggi pubblicabile», (7) né «opportuno e accettabile» in ragione dello «stato d’animo di esasperata polemica» che l’ha generato (8) – occorrerebbe «edulcorarlo da cima a fondo: e ancora ci procurerebbe odî e seccature, processi e minacce». (9)

Le ultime lettere menzionate valicano un evento sorprendente, che potrebbe fare apparire pretestuose le motivazioni addotte da Gadda: fra il maggio del 1955 e il febbraio del 1956 Officina ospita quattro puntate di un Libro delle Furie (= LF) (Gadda 1955c, 1955d, 1955e, 1956b) che altro non è se non il «secondo libro (circa 150 pagine) di una lunga scrittura che aveva per titolo “Eros e Priapo”, promessa per contratto a Mondadori». (10) E difatti le quattro puntate corrispondono grosso modo ai capitoli «Erotia narcissica o autoerotia» e «Narcisismo giovanile e pedagogia. Teorica del modello narcissico» (parzialmente) dell’edizione in volume. Come si conciliano le folgori scagliate contro lo sciagurato pamphlet («è un inedito da distruggere», «dovrò distruggerlo») (11) con una collaborazione sì funambolica («Gadda si è fatto vivo?» scrive Pasolini ai redattori. «Se, no, sappiatemelo dire immediatamente, che salgo a Monte Mario armato» – Pasolini 1988: 164; 29 febbraio 1956), ma nel complesso straordinariamente fruttuosa?

Lasciamo per un attimo sospeso l’interrogativo e torniamo al 1963: messo alle corde da un Garzanti furibondo per il privilegio accordato a Einaudi, Gadda non trova di meglio che disseppellire l’impubblicabile Eros e Priapo. Certo spera che, ancora una volta, non se ne farà nulla. E brandisce una minaccia che non poteva non atterrire l’editore del Pasticciaccio: si riserva di rivederlo radicalmente. Ma questa volta le cose prenderanno una piega imprevista: Garzanti non desiste e Eros e Priapo (Da furore a cenere) uscirà nel giugno del 1967, «ennesimo volume obbligativo» precipitosamente dato alle stampe per precedere le «paventate concorrenze editoriali»: (12) «Quanto al mio libro,» scriverà il 6 ottobre al cugino «avrei sperato che non fosse percepito da nessuno […] Si tratta di un vecchio relitto sgradevole e rozzo» (Gadda 1974c: 139-40). Definizione drastica e amara, anche per un Gadda-Bacco sbranato dalle menadi (Gadda 2002: 61; 20 febbraio 1958), anche per un Gadda gravato da una «irreparabile condizione di senescenza» (Gadda 1988b: 106; 3 dicembre 1965), che aggiunge nuove domande a quelle già affacciate (in particolare: quale parte ebbe lo scrittore nell’allestimento di questa edizione?) e che rende ancora più perturbante la storia del libello.

Se poi proviamo a interrogare i materiali del Fondo Garzanti (ora custodito presso la Biblioteca Trivulziana di Milano), vediamo delinearsi un iter elaborativo che lascia quanto meno perplessi e dà ragione di un giudizio che poteva sembrare ascrivibile a paranoie ben familiari ai gaddisti. Scopriamo infatti che dall’originario manoscritto (= A) – di cui non sopravvive che una sbiadita xerocopia (13) – fu ricavato un dattiloscritto (= D), passato di furia in tipografia dopo una sporadica revisione. (14) Solo sulle bozze Gadda, coadiuvato da Enzo Siciliano, si provò ad affrontare il problema di fondo – vale a dire l’incompiutezza del testo, la sua natura fluida e magmatica, segnalata dalla presenza di stesure plurime, lezioni alternative, lacune (in corrispondenza di passi rimasti allo stadio di appunti di lavoro), annotazioni e postille costruttive. Improbo compito, cui lo scrittore si era finora pervicacemente sottratto, nella convinzione che Eros e Priapo – al pari, per intenderci, del Racconto italiano – non fosse ormai che un cantiere abbandonato, dal quale attingere, al più, materiali e spezzoni. E c’era poi un problema supplementare, per Gadda angosciosissimo: la intollerabile (e straziante) violenza dell’invettiva. È su questo fronte che si concentrò il lavoro correttorio, come attestano i numerosissimi interventi intesi a resecare l’osceno – a edulcorare il testo. (15) Mi limito a qualche esempio:

D 12 vedutoché a valerci tanta destruzione delle vite e delle fulgide cose la non è suta altra causa, o ratio, se non una sbrodata d’un oste in peste e briaco quando e’ buttò in tromba a la vacca: la maladetta Maltoni Rosa maestra. Che Belzebù la salvi. Ch’io non ne dirò ave né requiem. Te, quando lo spirocheta accompagna dunque lo spermio ad altare, te t’hai aspettarti, o poco manco, lo ’mperoSGF II 225 vedutoché a valerci tanta destruzione delle vite e delle fulgide cose la non è suta altra causa, o ratio, che la incontinenza alcolica di un bicchierante.

D 19 la caccia di Montgomery, bastava appena che glie ne balenasse l’idea, allo spirochetato, che lui subito se ssentiva er culo, de sotto, che principiava a fargli cik-cik. I’ssu poso di smargiasso co’ i’ ccurtello a la cintola. Credo che financo Rommele, maresciallo tudesco al galoppo (retrogaloppante) in camiscia da notte, dico e credo proprio che Rommel avesse una gran voglia di sputargli in faccia. Je pense que jusqu’à Rommel, qui depuis quelques semaines se vit obligé de déguerpir à son tour, en chemise de nuit cette-fois-là, eût vraiment envie de lui cracher à la figure. (Pro-me-Ga : frase inglese)SGF II 228 la caccia di Montgomery, bastava appena che gliene balenasse l’idea, al buon uomo, che lui subito si sentiva i borborigmi nella epizümìa.

D 21-22 Spaparanzato in sulla prima sponda d’i’lletto con una lingua di puttana tra le gambe, adibite alternatamente a quella glottologia le du’ lingue sorelle, oggi l’una e diman l’altra, un provolone imbischerito «vegliava sui destini d’Italia». Sicché il pernacchio dell’emiro […], quello Italiani, ponetelo ben bene in conserva, da bravi, che l’è bon per on’altra volta → SGF II 229 Spaparanzato in sulla prima sponda, sicché il pernacchio dell’emiro […], quello Italiani, ponetelo ben bene in conserva, da bravi, che l’è bon per on’altra volta.

D 86 Non vo’ irridere alle lor donne, a cui devo per dovere d’ufficio tutto il mio rispetto di ipocrita (quando non siano troje), con la simpatia di chi ha del pari sofferto nella sua carne e in quella fraterna → SGF II 261-62 Non vo’ irridere alle lor donne, a cui devo per dovere civile tutto il mio rispetto di essere umano, con la simpatia di chi ha del pari sofferto nella sua carne e in quella fraterna.

D 234 No, no, no, non c’intendiamo, ottimi educatori e buoni padri di famiglia! buoni scrittori eterosessuati, non c’intendiamo → SGF II 337 No, no, no, non c’intendiamo, ottimi educatori e buoni padri di famiglia! Buoni scrittori moraloni, non c’intendiamo.

D 247-48 Se sono assassini circondati di assassini, ladri circondati di ladri, oltreché maiali moralisti, eterosessuali assoluti cioè cretini assoluti, guerrafondai con la pelle degli altri e col culone che al primo cangiar del vento gli fa cik-cik dalla fifa? e cafoni, maccheroni, provoloni: e soprattutto catastrofici somari? E a volte impestati? → SGF II 344 Se sono assassini circondati di assassini, ladri circondati di ladri, oltreché moralisti integrali cioè cretini integrali, guerrafondai con la pelle degli altri e col sederone che al primo cangiar del vento gli fa cik-cik dalla fifa? e cafoni, babbioni, provoloni: e soprattutto somari aruspici della catastrofe?

Per essere più chiari: il problema di fondo non fu risolto, né avrebbe potuto esserlo da un Gadda estenuato, astretto dalla necessità di placare Garzanti. E infatti l’edizione del 1967 mostra gravi corruttele – frutto di un’imperfetta e non di rado maldestra riscrittura –, che in molti luoghi compromettono l’intelligenza del testo. Ad esempio il passo (= SGF II 276)

Fatto ebete, agli anni della postrema demenza, seguitò mentire e tradire: che al sopraggiungere la strage e la guerra e la miseranda fine di un popolo vendeva ancora a’ sollecitanti il favore dell’onnipotente pupazzo, suo càgnolo: e premio ne ebbe.

non dà palesemente senso: l’incongruenza nasce dalla meccanica e incauta cassatura di un segmento della stesura di D (115-16):

Fatto ebete, agli anni della postrema demenza, seguitò mentire e tradire volturato sopra a l’inguine d’una sua cagna: che al sopraggiungere la strage e la guerra e la miseranda fine di un popolo vendeva ancora a’ sollecitanti il favore dell’onnipotente pupazzo, suo cane: e moneta ne serbava del mercimonio. Che moneta, poi? Se un gancio, in capo al Corso, li attendeva capofitti, l’uno e l’altra, e il loro coniugato fetore? Vendere, vendere, tradire, tradire: eruttando paravole e vocabuli di nullo senso.

 Non meno oscuro risulta il passo (= SGF II 288)

E com’e’ dicono egli è per sua natura inritato alle cerche, «il maschio è cacciatore», così e’ cerca. E come chi ha trovato se la palla, così e’ se la passeggia a braccio co’ la pupa e incontrato Padre Ippocastano «padre mio l’Ippocastano, mezza parola dicono e’ Ciciliani, d’un guardo vi sete intesi»

ancora una volta a causa della automatica soppressione di una porzione di D (138-39), nonché del passaggio dalla prima alla seconda persona plurale: (16)

E com’e’ dicono egli è per sua natura inritato alle cerche, «il maschio è cacciatore», così e’ cerca. E come chi ha trovato se la palla, così e’ se la passeggia a braccio co’ la pupa e incontrato Padre Ippocastano «padre mio l’Ippocastano mezza parola dicono e’ Ciciliani, d’un guardo ci siamo intesi. Te tu se’ bell’e piantato in nel bastione, e l’hai far piantare a me questa volta».

Un’edizione, insomma, infida, regressiva, «quasi postuma» – come ha scritto Isella a proposito della Meccanica –, condotta con un pragmatismo empirico del tutto inadeguato alla complessità dell’impresa, (17) e che in occasione della pubblicazione delle Opere garzantiane mi sono limitato a emendare ovunque possibile. (18) Ma si avverte ormai la necessità di una più ambiziosa iniziativa: di una nuova edizione che restauri, con esigenze e criteri filologici, il testo di A – restituendo così a Eros e Priapo il suo statuto di inedito – e riproponga nel contempo in appendice il Libro delle Furie. (19) Perché i tratti di Officina, che riprendono e dilatano mediante una calibratissima messa a punto stilistica e semantica la lezione di A, vanno considerati a tutti gli effetti l’unico sviluppo compiutamente d’autore di quel «vecchio relitto sgradevole e rozzo». Basterà, muovendo da uno stesso brano di A/D, citare i divergenti esiti di LF e EP 67:

D 206 (= A) I “meriti” politici resultano quasi sempre d’una forma verbiloquente-basedowoide <di> agitazione viscerale, presenza fisica ai raduni, lingua pronta a ubbidire «sì federale», zelo finto e strabuzzamento dei globi ottici, prestazioni sbirresche, attitudine spiccata e congenita a far la spia, provenienza dal vivaio pepiniera della delazione delle spie, il Guf.

EP 67 (= SGF II 321-22) I «meriti» politici resultarono quasi sempre d’una forma di verbiloquente-basedowoide agitazione viscerale, presenza fisica ai raduni, lingua pronta a ubbidire «sì federale», zelo finto e strabuzzamento dei globi ottici, prestazioni sbirresche, attitudine spiccata e congenita a referire in lato loco, provenienza dal vivaio pepiniera dei referendari, il Puf

LF I meriti politici resultano, pressoché in ogni caso, d’una forma verbiloquente-basedowica di zelo simulato con agitazione, battitura dei tacchi sull’attenti, strabuzzamento dei globi oculari, a chi l’Italia?, a noi! alalà, saluto romano e se n’annamo: spaghettacci. Merito politico il bercio eja egutturato a ogni mosca che vola, a ogni can che piscia: merito il nodoso randello: proprio l’asse di bastoni. Merito la grinta oscura e minace, satura di tutte le micidia della consorteria, di tutto il nerume de’ capegli, adeguata al ceffo cafonico, alle quadrate mascelle d’asino, alla iattanza fottuta del principale. Merito i fiocchi, i nastri, le coccarde, i cartelli col vedoppio capovolto. Evviva e morte: i muri imbrattati: lo schiamazzo peninsulare, il peninsulare tumulto. Presenza fisica ai raduni, lingua presta a ejaculare un eja al tu per tu, soli nella sala vuota con il federale: «sì federale!» e subito dipoi e senza provocazione: «eja eja eja alalà»: che t’è venuto?, di far l’ovo? Se si pensa a certi nanonzoli racchi con una vocetta di fregna… «Eja eja eja». Che t’ha preso? Ciai un ovo da scodellare? «Coccodè, coccodè, coccodè» fallo qui. Sì. Qui. Alle segrete comminatorie: «che volete che si dica in vostro nome all’illustrissimo signor Don Rodrigo?» «Spiegatevi meglio!» «Disposto… disposto sempre all’ubbidienza». Tacchi tàc. E via. Prestazioni sbirresche, attitudine ingenua, e di poi disciplinata e selezionata a far la spia: provenienza dal vivaio-pepiniera delle spie, il guf. Esami all’orbace, laurea in scienze politiche male scilinguata, col più coglione dei professori dell’ateneo, quello che ha ottenuto la cattedra d’assalto, con un volume di cinquantatré pagine sul Principe, occhielli compresi: in cui si dimostra che il Principe, a suo tempo, ha fatto rizzar la minchia a Giuseppe Mazzini. Speroni finti, ossi di morto in croce sul fez, sul berretto: come sui pali della corrente.

Viene in realtà il sospetto che Gadda considerasse da sempre Eros e Priapo un laboratorio segreto. Non a caso cercò subito di tradurre la sua «vituperante mussolineide» (20) (vale a dire il II capitolo) (21) in forme più pacate, degne di un «tiglioso e bombardato moralista» (SVP 904): nel trittico I miti del somaro (cui si apparenta Le genti – Gadda 2003c), del 1944, nel coevo e incompiuto trattato sulle «latenze pragmatiche nelle donne “patriottiche”», Le Marie Luise e la eziologia del loro patriottaggio verbale (Gadda 2003b), e in un frammento di quest’ultimo, apparso nel 1945 col titolo Teatro patriottico anno XX (SGF I 911-13). Sdegno e furore troveranno sfogo altrove, nell’oltranza soprattutto scatologica di alcune favole (111, 129, 132, 134, 137, 138, 147, 184) del ciclo antiducesco. (22) Non a caso propose a Botteghe Oscure e Paragone (23) e poi rielaborò (parzialmente) per Officina il III capitolo, dove, deposto il parossismo espressivo caratteristico del II, aveva delineato in chiave teoretica e freudiana l’anamnesi del narcisismo, tema cruciale affrontato negli stessi anni nel Pasticciaccio, e in particolare nel personaggio di Liliana. (24)

Note

1. Si veda la riconoscente lettera a Vittorini dell’11 giugno 1963 in Gadda 2003d: 113. E si veda anche la bella rievocazione di Ernesto Ferrero, I migliori anni della nostra vita (Milano: Feltrinelli, 2005), 120-25.

2. E promesso in uno primo momento a Garzanti, come si evince dalla lettera di Roscioni a Fossati del giugno 1967 citata da Liliana Orlando (Gadda 2003d: 116, nota 99). Non scordiamo inoltre che nel 1955, nei prestigiosi Supercoralli, erano usciti I sogni e la folgore (dunque La Madonna dei Filosofi, Il castello di Udine, L’Adalgisa), e che si preparava Le meraviglie d’Italia-Gli anni (pubblicato l’anno successivo).

3. A Eros e Priapo riconducono tanto il riferimento a un «manoscritto» (da un manoscritto, come vedremo, fu ricavata l’edizione Garzanti del 1967) quanto la necessità di una revisione radicale, su cui tornerò fra breve. A escludere che possa trattarsi dei Luigi di Francia concorre la convincente ipotesi di Gaspari 1992: 976-77, secondo la quale il dattiloscritto del «divertissement» che servì per la stampa garzantiana dell’aprile 1964 fu esemplato su un altro precedente, verosimilmente già compiuto nel 1952.

4. Archivio della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori (= AFM), Fondo Alberto Mondadori, lettera autografa datata 25 novembre 1945. Era stato lo stesso Falqui il regista occulto della manovra: «La cosa è nata dal fatto che le N.E.I. (Nuove Edizioni Italiane) di Falqui hanno ceduto la baracca dei periodici (“Prosa”, “Poesia”) a Mondadori: Falqui mi ha suggerito di svincolare il mio libro “Eros e Priapo” dalle Nei per darlo ad Alberto: (rimanga segretissimo, per ragioni pratiche.)» – Gadda 1998: 30 (29 dicembre 1945).

5. Gadda, come va la vita?, SGF I 950; e si veda anche la lettera a Contini del 28 ottobre 1946 (Gadda 1988b: 46).

6. «Non ti dispiaccia il ritardo: “moror, moratus sum, morari” è ormai il mio motto, la mia divisa: sono il morante, il remorante, colui che tarda a far tutto, a leggere, a scrivere, ad andare, a venire» (Gadda 1988b: 66; 19 aprile 1949).

7. AFM, Fondo Arnoldo Mondadori, lettera autografa datata 14 novembre 1948.

8. AFM, Fondo Alberto Mondadori, lettera autografa datata 30 gennaio 1956.

9. AFM, Fondo Autori, lettera autografa indirizzata a Vittorio Sereni e datata 2 febbraio 1959. E si veda anche la lettera del novembre 1957, in cui Gadda riferisce a Garzanti di un incontro con Arnoldo Mondadori: «Alle sue gentili circa l’accordo, e a ulteriori cortesi insistenze per il volume “Eros e Priapo”, de quo, dissi che il libro non era pubblicabile oggi: (parolacce, violenze verbali contro il De Quo)» (Gadda 2006c: 138).

10. Si veda l’Introduzione a Pier Paolo Pasolini, Lettere 1955-1975, a cura di N. Naldini (Torino: Einaudi, 1988), xvii.

11. Le citazioni provengono rispettivamente dalla già ricordata lettera a Sereni del 2 febbraio 1959 e da una comunicazione a Arnoldo Mondadori di qualche giorno successiva (AFM, Fondo Arnoldo Mondadori, lettera autografa datata 15 febbraio 1959).

12. Secondo la definizione offerta a Contini il 7 giugno 1967 (Gadda 1988b: 109).

13. «Il detto lavoro è già ultimato e devo soltanto ricopiarlo in una ultima stesura, dopo le molteplici stesure già elaborate» scriveva Gadda ad Albero Mondadori: si veda la già ricordata lettera del 25 novembre 1945. In calce all’ultima pagina del I capitolo Gadda ha voluto fornire di coordinate cronologiche non solo la nuova trascrizione (Firenze, 25 giugno-9 luglio 1946) ma anche, retrospettivamente, il primo getto: «Roma: / 14 settembre-2 ottobre / ? dicembre-? dicembre 1944» – il che conferma che la genesi di EP risale all’estate del 1944, dunque a «un tempo e a uno spazio disegnati di orrore» (Gadda 1983d: 153). Si rammenti che nell’agosto del 1944 Gadda fuggì a Roma, dove «fu “trasportato” (dietro sua scelta) con una colluvie di profughi verso il sud a cura del Comando inglese» e dove «rimase ospite della gentilezza della signora Olga Gargiulo, in Via Vittoria Colonna 11, favorito contabilmente con piccoli prestiti mensili […] dall’umanità di Raffaele Mattioli» (SGF II 875).

14. Per una più dettagliata descrizione di D rimando a Pinotti 1992: 1002-006.

15. Frutto della revisione condotta sulle bozze è anche la bizzarra e incongrua articolazione della princeps Garzanti 1967, che rimpiazza quella di A/D in tre capitoli o libri: I ( = SGF II 221-43), II (= SGF II 244-319), III (SGF II 320-74).

16. Nel corso della revisione cadono tutti i riferimenti personali e autobiografici, e affiora l’alter ego Alì Oco De Madrigal.

17. è il destino dei testi pubblicati da Garzanti dopo il 1963, «termine ultimo del ruolo attivo di Gadda […] nella gestione editoriale dei suoi inediti» (D. Isella, Gran lombardo e gran scrittore, in Il Sole-24 Ore, 6 giugno 1993, 22), e in particolare della Meccanica del 1970, un «patchwork messo insieme con parti desunte dai quaderni della bella copia […] e parti riprese dalle stampe» (Isella 1989a: 1203) e della Novella seconda del 1971, che pretendeva di offrire «un testo fissato in forma rigida, compiutamente definita, là dove l’originale si presenta in uno stato estremamente fluido che esige di essere fedelmente rispecchiato» (Isella 1989c: 1319).

18. Si veda Pinotti 1992: 1016-023.

19. A questa nuova edizione stiamo lavorando Paola Italia ed io.

20. Vela 1994: 187.

21. Faccio qui riferimento alla originaria partizione di A/D.

22. Non stupisce che una di esse, la 147 (SGF II 46-47), sia nata proprio sulle pagine di A, dove si legge il primo getto dell’irresistibile lettera di Nasanda degli Strozzi, lettera qui fregiata della sentenza «che il Fava Maramaldo ha sempre ragione» e indirizzata dal «Rosmarino a Majano» all’amico Gianni: «ti aspetto sabato alle cinque a prendere il tè. Non mancare. Ci sarà la contessa Malafica, arrivata jeri da Roma».

23. «Ho proposto a Lucia il 3° Capitolo di “Eros e Priapo” respinto da S.E. la principessa Margherita Caetani de’ Miei Stivali perché troppo turpiloquente. Che ne dici? Sarà tollerata da “Paragone” la mia priapologia?» (Gadda 1999: 35; 31 maggio 1951).

24. Cfr. Amigoni 1995a: 78-82. E non si trascuri l’irridente meditazione di Emilio e Narciso (1949) e L’egoista (1953).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-17-5

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