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Gadda e la Brianza
Olivia Santovetti
Mario Porro (a cura di), Gadda e la Brianza. Nei luoghi della «Cognizione del dolore», Milano, Medusa Edizioni, 226pp., ISBN 978-88-7698-081-7
Obiettivo di questa raccolta – spiega il curatore Mario Porro nell’introduzione – è «districare il “groviglio” dei rapporti di ambivalenza affettiva che Gadda ebbe col territorio dell’alta Brianza». Il discorso sulla Brianza, e in particolare sulla villa dei Gadda a Longone, è in realtà il punto di partenza – ma anche di riferimento – per ricerche e approfondimenti critici che, nella loro diversità, illuminano aspetti e tappe importanti della tragica autobiografia della Cognizione del dolore. Questo è il pregio della raccolta: un tema molto specifico – i luoghi della Cognizione, la villa di famiglia, il paesaggio prealpino e campagnolo della Brianza – dà organicità e concretezza a letture dell’opera gaddiana che sono, per metodologie e fini, molto diverse. I saggi si alternano secondo, sembrerebbe, un piano preciso: si parte con una accurata perlustrazione del luogo (la villa nel saggio di Manzotti e di Italia) e una precisazione del tema (la casa e gli affetti familiari nel saggio di Terzoli e, lateralmente, di Pedriali) per finire con delle riflessioni sulla natura del dolore (Antonello e Natoli) e sull’arte come pharmakon o possibilità di redenzione (Stellardi). Il blocco di saggi centrale (Vela, Leucadi, e Bertoni) si sofferma su aspetti particolari della Cognizione che, grazie ad una puntuale e serrata analisi testuale, divengono esempi rivelatori dell’universo e dello stile gaddiano.
Ma andiamo con ordine. Secondo lo studio di Emilio Manzotti nella Cognizione la casa e la madre divengono entità indistinguibili su cui Gonzalo riversa il suo sentimento di odio e amore, di risentimento e nostalgia. Anche la terrazza, come la casa di cui è parte, ha uno statuto ambivalente: concepita come spazio riservato alla famiglia, come luogo di raccoglimento e di riposo, assume presto – anche per la sua specifica posizione – «le caratteristiche invise di “luogo pubblico”, luogo di passaggio e di troppo agevole accesso all’interno della casa» (p. 13). Qui si svolge, in parte, la lunghissima e cruciale scena del dialogo tra Gonzalo e il dottore; qui è ambientato il sogno premonitore, con la sua «figura di tenebra»; da qui, stravolgendo le barriere tra interno ed esterno, dentro e fuori, irrompe la violenza. Se il saggio di Manzotti prende spunto dalla planimetria della casa per far emergere la centralità della terrazza sia nella struttura del romanzo che nel suo immaginario simbolico, il saggio successivo, di Maria Antonietta Terzoli, si concentra sulla casa come tema, e dimostra, attraverso una precisa ricostruzione degli scritti gaddiani, quanto la casa come «teatro dei disperati affetti familiari» sia tema antico e radicato nella poetica dello scrittore: a cominciare dalla recensione del ’23 al Re pensieroso, dell’amico Ugo Betti, in particolare la poesia intitolata La casa morta, dove significatamente figura per la prima volta l’espressione «dolorante cognizione», chiara premonizione del futuro maggiore romanzo. Gli affetti familiari e in particolare il triangolo tra la madre, Gadda e il fratello minore, sono il perno su cui ruota l’intervento di Federica Pedriali. L’intricata rete di gelosie, affetti e sensi di colpa verso il fratello morto offrono a Pedriali lo spunto per mettere in mostra e esplorare il linguaggio gaddiano, di cui adotta l’andamento digressivo, la commistione di stili e lo sperimentalismo linguistico. Un esperimento di «congestione e quasi indigestione di spunti» (p. 68) che si fa particolarmente interessante nell’unica nota esplicativa che correda il testo: una specie di digressione-riflessione all’ennesima potenza, che finisce per inglobare – e irridere? – la forma del saggio in generale. La casa, quella vera, di proprietà dei Gadda a Longone – «fottuta», «strampalata», per usare le parole dello scrittore – ritorna ad essere oggetto di attenzione nel saggio di Paola Italia. Attraverso documenti e atti notarili relativi alle pratiche dell’acquisizione, della costruzione e della successiva e tanto sospirata vendita nel 1937, Italia ricostruisce la tormentata storia della casa, presentandola come un romanzo dentro il romanzo. Emerge con grande vividezza il rapporto di odio e amore che lega Gadda ai suoi luoghi, in particolare l’incidenza che la casa di Longone ebbe nell’immaginario dello scrittore, il quale, a villa venduta, non esitò a «vendicarsi» – esattamente come aveva avvertito in una lettera a Gianfranco Contini del 1936 – delle tribolazioni subite per causa sua, immortalandola nella Cognizione.
Il saggio di Claudio Vela si sposta sul campo dell’analisi testuale, rifacendosi ad un tema caro alla critica gaddiana – quello del canto delle cicale nella scena del dialogo di Gonzalo con il dottore. L’elemento nuovo che qui si vuole sottolineare è la funzione narrativa che esso svolge nel testo. Attraverso un close reading preciso e illuminante, Vela mette in evidenza la grande abilità di Gadda nell’utilizzare questo tema, ricco di suggestioni culturali, e «nell’esplorarne al limite il capo semantico e le possibilità di variazione» (p. 103). Giancarlo Leucadi si sofferma su un altro particolare della Cognizione e cioè sul fenomeno delle annotazioni olfattive che abbondano numerose nelle pagine del romanzo – come, del resto, in molti altri scritti del corpus gaddiano. Una ossessione maniacale per i cattivi odori costituisce un sintomo dello stato depressivo o malinconico; ma qui, argomenta persuasivamente Leucadi, essa si carica di una precisa valenza retorica, cioè diventa stile – non a caso è dalla «gamma infinita delle puzze brianzole» che si scatenano i deliri allucinati del protagonista del romanzo. Il che permette a Leucadi di leggere la scrittura gaddiana in termini di contrapposizione tra registri stilistici opposti: «la satira e il lirismo, lo stile del naso e lo stile dell’anima» (p. 123). Il saggio di Bertoni invece prende in considerazione la fascinazione-ossessione di Gadda per il corpo umano, evidente nelle straordinarie descrizioni del corpo della madre violato nella Cognizione o in quello sfigurato di Liliana nel Pasticciaccio. In queste descrizioni Bertoni rintraccia l’influenza del modello anatomico secentesco: sia per l’accanito interesse per l’interno dell’uomo che per le sue metodologie di sezionamento e scomposizione. Bertoni dimostra, e in modo molto convincente, come tale modello anatomico si sposi perfettamente con il costruttivismo gnoseologico gaddiano (cioè con l’idea della conoscenza come sistema mobile i cui parametri cambiano continuamente e di pari passo con l’esplorazione) e soprattutto con il bisogno di andare oltre l’apparenza delle cose per coglierne le istanze profonde, la realtà oscura. Per Bertoni il corpo ferito, sezionato, anatomizzato, che si ritrova in alcune delle pagine più intense dell’opera gaddiana costituisce «il nucleo profondo dell’istanza realistica di Gadda: è il miglior emblema di quello che Angelo Guglielmi ha chiamato il suo “corpo a corpo con la realtà”» (p. 150).
Il corpo martoriato, ferito può anche essere visto come simbolo della poetica gaddiana, i cui nuclei costitutivi sono, secondo Pierpaolo Antonello, autore del saggio successivo, dolore e materia. (è tra l’altro sulla base di questa associazione che Antonello propone un parallelo con altri autori materialisti della letteratura italiana, ossia Leopardi e Levi.) Insistere sulla prospettiva materialistica dell’opera gaddiana – come Antonello fa sottolineando le critiche di Gadda al cartesianesimo, all’idealismo come separazione tra materia e spirito – permette di interpretare il dolore come strumento di conoscenza (una conoscenza che parte dal basso, dalla dimensione materiale e senziente del soggetto) e insieme, e paradossalmente, come impasse conoscitiva, come resistenza o irriducibilità della materia a farsi conoscere. Il dolore nella Cognizione diventa «una sorta di assoluto, inattingibile» (p. 173) a cui si accompagna un silenzio muto. Questa dimensione di stallo, di impasse, viene anche analizzata nel saggio di Giuseppe Stellardi – seppure con fini diversi visto che qui il discorso affronta l’annosa questione dell’incompiutezza del romanzo. L’impasse cioè scaturisce dal voler esprimere una verità che però è indicibile – il desiderio di morte verso la madre e verso l’istanza vitale che essa rappresenta, per esempio. Di qui la connaturata imperfezione o incompiutezza del romanzo: perché non dirà mai apertamente quello che vuole dire. Ma anche – sottolinea Stellardi – la sua straordinaria ricchezza e modernità: perché sfiora l’indicibile, perché si pone derridianamente come residuo, come «il supplemento di ciò che se detto fino in fondo […] non lascerebbe posto che al deserto» (p. 202). Ne segue che l’opera letteraria si fa garante – seppure in versione residuale e volutamente imperfetta – dell’urgenza espressiva e conoscitiva, e come tale offre una possibilità di redenzione, un preziosissimo pharmakon. Nell’intervento conclusivo Salvatore Natoli fa una «lettura per nuances», raccontando le riflessioni che il testo di Gadda ha suscitato in lui come «lettore e profano». Il dolore, come prima cosa, porta l’uomo a interrogarsi sul perché; la cognizione del dolore è questo «scatenamento di interrogazioni», uno scatenamento che in Gadda è ossessivo, senza requie, frenetico. Elemento caratteristico della Cognizione è allora, secondo Natoli, il meditare ossessivo, irrisolto: una «farneticazione» in cui «il protagonista cerca di afferrare se stesso» (p. 209). Di questa meditazione – che, sottolinea giustamente Natoli, stravolge la struttura del romanzo annullando la storia come plot – vengono messi in luce alcuni aspetti volutamente contrastanti: il senso vanificante del nulla, il disprezzo violento, lo scherno, la dissoluzione dell’io, ma anche il radicamento nella terra, la vivezza del corpo, la nostalgia per la bellezza, la vitalità, l’autoironia. Questa, si potrebbe concludere, è una meditazione che «esce dalla biografia», ossia dai luoghi individuali, dalla casa di Longone, dalla Brianza, tema di questa raccolta – «s’interroga sul sé, ma insieme sul senso del mondo» (p. 214).
University of LeedsPublished by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)
ISSN 1476-9859
© 2007-2026 by Olivia Santovetti & EJGS Reviews. First published in the Edinburgh Gadda Reviews, EJGS 6/2007.
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Framed image: detail after a sketch of Gianfranco Contini by © Tullio Pericoli.
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