Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Galileo Galilei

Mario Porro

«Quanta carta! Pensava. Viviamo in un mondo di carta». Così medita il giovane Grifonetto, architetto di simpatie fasciste, nel Racconto italiano di ignoto del novecento, abbozzato da Gadda nel 1924: l’Italia uscita dalla Grande Guerra è giudicata attraverso il filtro del Seicento manzoniano, quello di Caravaggio e di Galilei. È da quest’ultimo che lo scrittore attinge l’immagine del mondo di carta: nella giornata seconda del Dialogo sopra i due massimi sistemi, Salviati ricorda all’aristotelico Simplicio che non è proprio della filosofia sottoscrivere il detto di un’autorità pur indiscussa per «serrar la bocca all’avversario»: «Però, signor Simplicio, venite pure con le ragioni e con le dimostrazioni, vostre o di Aristotile, e non con testi e nude autorità, perché i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta». (1)

«è quarant’anni che il mondo vive di carta e di parole: e s’è fatto un cervello cartaceo, come direbbe Galileo, un cervello parolaio… Ora, se la carta stesse al suo posto, appesa dove m’intendo, pazienza. Capisce? capisce?…». Nel giudizio che Grifonetto esprime sulla storia e sul costume dell’Italia dopo l’unificazione si avverte l’eco delle iniziali speranze che lo stesso Gadda aveva proiettato sul fascismo. La rigenerazione dell’Italia impone di uscire dalla morsa che si stringe fra inefficienza della burocrazia e dell’amministrazione pubblica (l’ingegnere ne aveva fatto amara esperienza negli anni della Grande guerra), indolenza dei governanti e delle classi borghesi, fantasticherie di classi subalterne intossicate da illusioni e ipocrisie. Il velleitarismo dei proclami socialisti, con giornali e libelli, con la carta appunto, imbratta le anime. L’Italia è ridotta a un popolo di fumatori d’oppio, incapace ormai di rapportarsi alla dura realtà dei fatti:

La mania fantastica delle palingenesi chimeriche, tipica del secolo scorso e del nostro, è la cocaina dello spirito. È indice di impotenza morale […]. Un partito, una setta, un cristo, che per diffondersi è costretto a mentire, a falsare dei dati inoppugnabili, a nascondere le dure verità fenomeniche non può essere che cosa morbosa e caduca. Non è scienza, non è filosofia, non è metodo, non può essere fede. È solo ipocrisia. (SVP 566)

La scheda che il Racconto italiano redige per Grifonetto, «estremamente volitivo, ma non eccessivamente critico», ripercorre gran parte dei tratti salienti della biografia gaddiana: «dalla ricchezza alla miseria per cause non sue: (ascendenti); dalla vita alla morte di suo fratello: (nella guerra); dalla fede nella patria alla sozzura: (1919); dal sacrificio come fascista alla minaccia del carcere, e alla conoscenza dei vili motivi che hanno determinato la prima spedizione punitiva; dalla patria all’esilio; dalla fede nelle “colonie” al disdegno e forzato ritorno». Il Gadda reduce dall’esperienza di lavoro nell’America del sud guarda al fascismo come all’occasione di riscatto dei valori della patria e della nazione, anzi della razza: ma alla «razza di Galileo e di Volta» (o di Galileo e di Bruno, dice una variante) sono oggi precluse «le ricche regioni dell’America», a causa della legge dell’Immigration bill che «ci considera una razza inferiore» (Meditazione, SVP 738). Il richiamo a Galileo è certo mosso dalla volontà di risvegliare una corrente intellettuale italiana, ma assume una valenza che potremmo dire di politica culturale, di rigenerazione della civiltà nazionale attraverso quel sapere tecnico-scientifico che mantiene saldo il legame con la realtà osservabile e sperimentabile. Si tratta di una tradizione anti-metafisica, in esplicita contrapposizione agli idealismi dimentichi del mondo e della durezza della materia, anche se non sono estranei ad essa gli spunti attivisti e pragmatisti rintracciabili nell’attualismo gentiliano. È la corrente a cui spontaneamente si volgeva uno studente milanese, formatosi nel clima del tardo positivismo, e che al «noster Politéknik» aveva appreso in primo luogo ad unire il pensare all’agire, secondo le modalità operative dell’ingegnere. Il radicalismo di Grifonetto ritiene però già smarrita la vitalità di quella cultura nella verbosità dell’illuminismo lombardo: «Quando passa la rabbia e una gente comincia a rammollire, ed è incapace di mettere prima a posto un cialtrone, allora viene il gusto delle letture filosofiche: si dà ascolto alle prolissità degli enciclopedisti, si prende sul serio un Beccaria, si discute circa il progresso, si fan rilegare i libri, tutti eguali».

In appendice al Racconto italiano vi è l’abbozzo della «riesumazione manzoniana»: fra i «disparati apporti teoretici e storici» che confluiscono nella grottesca e tragica realtà dell’Italia del Seicento, anche gli scritti di Aristotele servono a «far ragionare Don Ferrante» il quale

seguita a raccogliere ordinatamente la sua biblioteca e a ragionare meglio degli altri. È una persona colta. Guida l’opinione. Se vivesse oggi molte redazioni di quotidiani se lo contenderebbero. C’è nello scaffale un posto per il «Principe» e un altro per [ma la variante in nota recita: non uno per] il «Saggiatore» ma non sono proprio i suoi santi. Piante più grosse, nella bizzarra foresta, hanno avviluppato e soffocato. (SVP 597)

Si prepara, osserva Gadda in nota, la «reazione religiosa […] contro il nihilismo fiorentino, sbocco del nostro Rinascimento»; ma il sapere del bibliomane don Ferrante è anche emblema della sconfitta della scuola galileiana ad opera dello spirito controriformistico, ed è questo il punto di svolta della nostra storia culturale, quello che segna l’abbandono di una cultura fondata sull’operatività tecnico-scientifica. «Da centocinquant’anni il mondo latino non vive che di parole: s’è fatto un cervello cartaceo: ubriaco di carta distillata farnetica la palingenesi» (SVP 568).

Contro la cancellazione della realtà nel sogno delle derive utopiche e delle parole infruttuose, la funzione Galilei, etica ancor prima che intellettuale, consiste nell’indicarci l’esigenza positiva di adesione al concreto e al fattuale. Lo scienziato pisano non è tanto l’eroe laico della libertà della ricerca contro l’autorità religiosa e il dogma, e nemmeno l’eponimo della scienza nel senso della kantiana rivoluzione copernicana, dove il soggetto impone alla natura i modi con cui intende interrogarla nel dialogo sperimentale. Il Galilei di Gadda è invece il sostenitore primo di quel «religioso empirismo» che doveva raccomandare di lì a poco la Meditazione milanese; è il volto italico di quell’atteggiamento pragmatico, anche in termini filosofici, che caratterizza altri popoli ed in particolare gli inglesi, eredi dello spirito baconiano per cui scientia est potentia ed il sapere è modalità operativa di intervento efficace sul mondo.

Il merito di Galileo è infatti quello di essersi sbarazzato, nell’analisi del dato, delle idee fisse che «hanno contristato» l’attività di altri scienziati, pervicacemente ancorati ai loro principi:

come certi pescatori che si ostinano a pescare in certi siti dove non levan che alghe melmose, o meglio, come certi generali che si incaponiscono in un certo lor cánone: e mentre il cánone brilla nel cielo delle sette stelle, più fisso che mai, il mondo [impertinente, diceva la prima stesura] gira sette volte su sé stesso. Così perdono le battaglie, dopo di che incolpano i generali avversari da cui sono stati battuti di «non conoscere le regole della vera strategia», della musica classica insomma: essere degli arfasatti e dei pervenuti della scienza strategica: insomma dei cattivi improvvisatori e dei dilettanti volgari. Così malauguratamente avviene a certi solenni maestri: di essere battuti dagli empirici. E Copernico quanta roba non ha buttato a mare! e Galileo, l’acre e penetrante empirista Mediceo-Lorenese, quant’altra! E Bacone diede la stura a quell’empirismo che si chiama Impero Britannico. (2)

Tornando sulla questione del dato, Gadda ribadisce l’esigenza di eliminare gli idola, rendendo ancora più esplicita la rilettura baconiana del pensiero galileiano: «Ora io mi propongo di denunciare a me medesimo quelle “idee fisse” che mi paiono occluse in talune posizioni della conoscenza e che mi risultano frapporre un incespico al passo: e forse la cagione dell’incespicarvi non è in esse, ma in me». Il primo insegnamento del pensare scientifico è la necessità di venire a patti con la realtà, di «incastonarsi nella “summa rationis”»; «ammettere religiosamente la possibilità del dato, imprevisto dall’io limitato», equivale a «tenersi pronti a riconoscere il possibile passaggio del treno»:

Ciò equivale ad affermare che uno dei massimi mezzi di conoscenza effettuale è un «estremo religioso empirismo» (Aristotile, Galileo, Inglesi). L’empirismo sviluppa il senso colloidale. Coloro che hanno avuto la religione dell’empirismo hanno dominato e dominano il mondo, perché essi dicono «vediamo che dice il dato, il quale ne sa più di noi che siamo dei teoreti ma dei limitati»: il dato invece è un nucleo logico che ha in sé una inesauribile ricchezza di riferimenti, una infinità di riferimenti. (3)

Su questo nucleo gnoseologico si fonda dunque l’apprezzamento gaddiano per «la vitalità intraprendente e quell’istinto così felicemente empirico del popolo inglese», che, proprio a partire dal Seicento, ha trovato il modo di esprimersi liberamente anche nella prassi politica. (4) Galilei (come Copernico) viene dunque riletto in prospettiva empiristica (e positivistica), è l’interprete della scienza che elimina credenze e convinzioni metafisiche, attenendosi ai fatti. Gadda non può che ignorare, per ragioni cronologiche, le riletture di Galileo (e di Copernico) che si svilupperanno soprattutto a partire dagli studi di Alexandre Koyré: qui saranno evidenziate le istanze filosofiche, le matrici platoniche e pitagoriche soggiacenti la teoresi dei fondatori della scienza moderna e che dovevano orientare in senso razionalista le interpretazioni successive, fino al razionalismo critico di Popper. (5)

Proprio da una radicalizzazione dell’anti-empirismo popperiano ha preso le mosse il dadaismo epistemologico di Feyerabend: non esistendo fatti che non siano già inscritti in un contesto teorico di riferimento, non essendoci osservare puro in quanto ogni osservazione è già carica di teoria, in senso stretto ogni presunto dato è sempre un costruito. (6) Per il Feyerabend di Contro il metodo proprio l’esempio di Galileo è illuminante: lo scienziato pisano è un raffinato sofista, un ciarlatano che spaccia per fatti empirici le sue teorie non comprovate; il «mondo galileiano» non è affatto quello in cui «occorre il provare e riprovare», di cui parla la Meditazione. Ma, nonostante la profonda divergenza nell’impianto gnoseologico, alcuni passi della Meditazione appaiono accostabili al rifiuto del metodo sostenuto da Feyerabend: in un mondo che ha perso la fissità e in cui il soggetto, mobile su di un battello ebbro, non ha più una stella che sia termine per la misura, offuscata e nascosta dietro le nuvole barocche, non si può che giungere al rifiuto del canone, della «vera strategia», della «musica classica», visto che «in qualche modo bisogna pur cavarsela» (SVP 863, nota). In forme più provocatorie, Feyerabend dirà che nella ricerca scientifica «qualunque cosa può andar bene»: non si possono imporre i passi del balletto classico a chi vuole scalare un’impervia montagna, il metodo non può tradursi in norma universale che finisce per cancellare la variabilità delle circostanze.

Per Gadda, la «galileiana sottigliezza» consisterà allora nell’invito a lasciare «un attimo le questioni teologiche eccelse» (Le belle lettere e i contributi espressivi delle tecniche, SGF I 475), nello scientistico rifiuto di ogni slancio metafisico o comunque di ogni teoresi che pecchi di astrattezza. Un lungo passo della Meditazione breve circa il dire e il fare annoda la gnoseologia galileana alla questione del linguaggio, questione che assume in Gadda immediata valenza etica. Vi è un «male» che si genera da un «vizio dell’espressione», da frasi «destituite di senso»; la parlata falsa falsifica l’animo e impoverisce il pensiero, fino a renderlo schiavo di formule magiche:

Dei molti scrittori italiani che percepirono la vanità e l’iniquo di certe consecuzioni parolaie, citerò solo (per grossi esempi) il Boccaccio, il Dante, il Galileo, il Manzoni. Levano talora l’edificio del giudizio sopra una sola frase o parola accattata sagacemente e poi diabolicamente inserita nel testo, a dileggio ed a confusione de’ frodatori. Il «velen dell’argomento» è loro famigliare. Il loro scherno e la loro polemica, in questi casi, hanno una radice che si potrebbe dir filologica: ed è radice diritta. La frode si rivela dal suo nome, come il ladro dal marchio che gli è stato impresso a fuoco sulla fronte: ed essi, per denunciare la frode, ne danno a conoscere il nome. (SGF I 453)

Nei tempi moderni gli scrittori operarono talvolta mossi da «quell’acume libero (da precostituiti ancoraggi)» o da quelle «petizioni di principio» che inducono a credere di possedere principi di assoluta validità o sistemi onni-comprensivi; questo spirito di ricerca è stato «a volta a volta designato come spirito rinascimentale, illuministico, libertino o liberale, scientistico: e attribuito, di quando in quando, al demonio». Ma i ricercatori non possono che procedere nell’oscurità, non presumono già di sapere, ed ecco perché rischiano di venire

incriminati d’empiria, cioè d’esser pratica da praticoni, disancorata dai lemmi sistematici e quasi smemorata de’ principi […]: Don Ferrante sapeva, Pasteur non sapeva: come l’esploratore, il pioniere non possono darci un «sistema precostituito», la mappa già disegnata degli accidenti (oro-idrografici) che incontreranno, e che ancora non sanno. Marco Polo e Livingstone e Stanley furono forzatamente degli empirici, oltre che degli eroi. L’empirico e l’esploratore, procurandoci nozioni adeguate, smontano le terminologie e i sistemi fraseologici inadeguati. (SGF I 453)

Le acquisizioni conoscitive, rese possibili dal «lento rito» della ricerca, consentono anche un «approfondimento nozionale e dialettico», un arricchimento e un «affinamento espressivo e terminologico». «Lo scrittore (per tornare a lui) ha “preso nozione”, nozione critica, dei limiti di validità, cioè del campo di applicabilità del suo segno espressivo. Galileo del suo: Molière del suo: Flaubert del suo: Dostoewski del suo». L’accostamento dell’autore del Dialogo sopra i due massimi sistemi ad alcuni fra i massimi esempi della letteratura moderna è in parte motivato dall’essere Galilei inventore di personaggi, come Simplicio, che devono essere mossi e comandati da parole adatte, consone ai loro caratteri. Anche per lui vale l’impegno di riscattare la parola «dall’ossessione della frode e di ricreare la magia della verità» (Meditazione breve, SGF I 453). Leopardi era solito distinguere le parole della poesia dai termini della scienza: e in quest’ultima chi compie opera innovativa finisce per sconvolgere anche le abitudini linguistiche, per incrinare la validità dei «suoi termini, belli, lindi, certi, finiti, ben pettinati, indiscutibili, senza perplessità, senza angosce, senza nuvolaglie filosofiche» (Meditazione, SVP 740); «qualche maligno pisano, o non pisano, sorge a imbrogliare le cose. Allora gli scienziati diventano peggio dei filosofi», si dividono in fazioni in lotta tra loro.

Il giudizio che lo scrittore milanese esprime sulla prosa di Galilei è certo in sintonia con lo spirito ingegneresco il cui scopo è intervenire in modo efficace sulla realtà: «L’elaborazione espressiva […] morde in corpore veritatis – e cioè lavora sui fatti, sugli atti, sulle cose, sulle relazioni, sulla esperienza insomma, che vengono vivamente, immediatamente proposti agli occhi ed al cervello di tutti» (Le belle lettere, SGF I 479). È questo in fondo il lascito alla letteratura del «religioso empirismo» galileiano: escogitare le parole che consentano di aderire al concreto, che non si fermino sulla carta. Il Leopardi dello Zibaldone riconosceva in Galilei «forse il più gran fisico e matematico del mondo» (1821), «il primo riformatore della filosofia e dello spirito umano» (1828). Ma l’apprezzamento si fondava soprattutto sulla «magnanimità di pensare e di scrivere» (1827), sulla «precisa efficacia e scolpitezza evidente» (1818) in ambito linguistico. È un rilievo quest’ultimo svolto nel contesto del confronto tra lingua italiana e francese: la seconda, buona soprattutto «pel matematico e per le scienze», è efficace per farsi comprendere, ma la lingua italiana ha in più il vantaggio «di scolpir le cose con l’efficacia dell’espressione». L’italiano di cui si serve Galileo unisce alla precisione e al rigore tipici della scienza una comunicazione intuitiva, che fa vedere cioè l’oggetto del discorso, «mettendo quasi sotto i sensi quello che i francesi mettono solo sotto l’intelletto». In altri termini, lo «splendido esempio» dello stile di Galilei sta nel riuscire a comporre quel che in genere rimane separato, cioè la filosofia e la poesia, ad associare la «precisione coll’eleganza», la «purità» con l’immaginazione. (7)

L’apprezzamento leopardiano è all’origine di una valutazione dell’opera galileiana che la colloca tra i massimi esempi della nostra letteratura. Italo Calvino definirà lo scienziato pisano «il più grande scrittore italiano di ogni secolo». Lo scrittore ligure aspira a riconnettersi a quella «vocazione profonda della letteratura italiana» che, a partire da Dante, passando per Ariosto e Galileo, fino a Leopardi pensa l’opera come «una mappa del mondo e dello scibile», come «immagine dell’universo». Sono questi gli scrittori, accomunati dall’attrazione per la luna, che formano il «vero alveo dimenticato della tradizione italiana», e ne esprimono la vocazione cosmologica. Galileo è per Calvino il nume tutelare del suo ideale di «letteratura come “filosofia naturale”», in cui la scrittura, mossa da una «spinta conoscitiva», aspira a proseguire con altri mezzi l’opera della scienza, cioè ad assolvere il compito di leggere il libro del mondo. (8) E benché Calvino riconosca in Gadda l’altro filosofo naturale della letteratura italiana del Novecento, quasi opposte sono le ragioni dell’apprezzamento del fondatore della scienza moderna: «nella direzione in cui lavoro adesso, trovo maggior nutrimento in Galileo, come precisione di linguaggio, come immaginazione scientifico-poetica, come costruzione di congetture», scrive Calvino nell’epoca delle Cosmicomiche (Calvino 1995: I, 233). Galileo è una riserva di stimoli per l’immaginario, suggerisce le sperimentazioni mentali del «pensare raccontando» o del «pensare per immagini», tema su cui Calvino tornerà al termine della sua vita nelle Lezioni americane. Oppure, il Galileo del Calvino combinatorio è il pitagorico assertore dell’ordinamento scritturale o della leggibilità del mondo, per dirla con Hans Blumenberg, fondata sull’analogia, cara all’atomismo, fra la natura e il libro. La lettura empirista di Gadda sembra invece riecheggiare nell’affermazione di Primo Levi, anch’egli una strana giraffa nel giardino delle belle lettere, chimico prestato alla scrittura testimoniale: «Galileo era un grandissimo scrittore proprio perché non era scrittore affatto. Era uno che voleva esporre quello che aveva visto». (9)

Centro Studi Gadda di Longone al Segrino

Notes

1. Dialogo sopra i due massimi sistemi, in Opere di Galileo Galilei a cura di F. Brunetti, vol. II (Torino: UTET, 1964), 148. All’immagine galileiana si è richiamato uno dei massimi storici della scienza italiani, Enrico Bellone, nel ricostruire il dibattito ottocentesco sul meccanicismo: Il mondo di carta (Milano: Mondadori, 1976).

2. Meditazione, SVP 630. Del passo riportiamo anche la prima versione, SVP 864-65: «E Copernico qual grandinifero nembo non fu sopra il frumentone filosofico, e il naturalista Bruno, e l’acre e penetrante empirista che si divertiva a lasciar cadere palle dalla torre pisana; e quell’altro che diede la stura a quell’altro empirismo che si chiama Impero Britannico».

3. I passi sono tratti dalla Meditazione, SVP 721 sgg.

4. Quando le idee costruiscono una civiltà (1945), recensione a Il Tappezziere politico di Addison, SGF I 889.

5. I saggi di Alexandre Koyré, poi raccolti negli Studi galileiani (Torino: Einaudi, 1976), sono composti nella seconda metà degli anni Trenta. Sulle interpretazioni del pensiero galileiano, nelle quali un ruolo rilevante è svolto dal Galileo Galilei (1949) di Antonio Banfi (allievo, come lo era stato Gadda, di Piero Martinetti), si veda L. Geymonat, Galileo Galilei (Torino: Einaudi, 1957).

6. Paul K. Feyerabend, Against method. Outline of an anarchistic theory of knowledge, 1975, trad. it. di L. Sosio, Contro il metodo (Milano: Feltrinelli, 1979).

7. Sul tema è d’obbligo il riferimento a G. Polizzi, Galileo in Leopardi (Firenze: Le Lettere, 2007).

8. I. Calvino, Due interviste su scienza e letteratura (1967), in Una pietra sopra (1980), ora in Saggi, a cura di M. Barenghi (Milano: Mondadori, 1995), I, 232. Calvino, anche per le polemiche suscitate dalla sua valutazione, attenuerà poi il suo giudizio e definirà Galilei il massimo «prosatore» della nostra letteratura. Si veda in proposito M. Bucciantini, Calvino e le scienze (Roma: Donzelli, 2007).

9. Conversazione con Primo Levi, in G. Grassano, Primo Levi (Firenze: La Nuova Italia, 1979), ora in Conversazioni e interviste, a cura di M. Belpoliti (Torino: Einaudi, 1997).

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ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

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