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Sensi, funzione e moduli tradizionali
in Notte di luna

Antonio Zollino

Il disegno d’apertura dellAdalgisa presenta tante e tali problematiche che sarebbe necessario far convergere su di esso il concorso di parecchie attenzioni critiche per dipanare il nodo assai complicato dei significati e per definirne con sufficiente approssimazione le ragioni compositive e quindi la stessa funzionalità all’interno dei Disegni milanesi. E in effetti, specie negli ultimi anni, la bibliografia critica sull’argomento si è arricchita di note e contributi specifici (fino al recente saggio di Emilio Manzotti) (1) intesi ora ad acclarare la genesi, ora a stabilire e segnalare le peculiarità esegetiche o funzionali del pezzo gaddiano; il quale per parte sua e per diversi aspetti continua a resistere, mi pare, ai pur raffinati strumenti esegetici sin qui messi in campo. La storia del brano sembra peraltro testimoniare di un qualche grattacapo procurato allo stesso autore, sia per quel che riguarda l’elaborazione del testo definitivo che per la scelta della collocazione, se è vero che la prima stesura di Notte di luna si trova già all’inizio del Racconto italiano di ignoto del novecento, sotto la nota compositiva 25 del 26 luglio 1924:

Fissare i leit-motif della I.ª Sinfonia. Abnorme. Ambiente it. (SVP 419)

La nota, di cui riporto qui solo la prima parte (ovvero quella pertinente al testo che poi diverrà Notte di luna) offre tre capisaldi per avviare la lettura su solidi binari ermeneutici: il testo andrà dunque considerato non tanto un’introduzione, quanto un’ouverture nella quale si trovano anticipati i motivi dominanti di un Racconto concepito come «Sinfonia»: (2) in generale quelli che caratterizzano l’ambiente italiano che farà da sfondo alla narrazione, e in particolare il tema dell’«Abnorme», ben caro al giovane Gadda. L’esigenza di comporre uno sfondo caotico in grado di far coagulare «alcune figure a cui sarà affidata la gestione dalla favola» (SVP 395) corrisponderà, nello sviluppo della scrittura, alla presenza di temi quali la religione (considerata per lo più in modo animistico), le città, le ville, i giardini, la vita militare, i viaggi, i giovani e, ovviamente, il lavoro. Per quanto riguarda l’«Abnorme», nella nuova destinazione a principio dell’Adalgisa le notazioni relative agli «eslegi» (RR I 292) e al «desiderio un po’ malinconico e strano, un turbamento, inavvertito dapprima, che si faceva poi ansia, brama cupa» anticiperanno soprattutto le vicende di Elsa e Valerio, ma anche tutto ciò che nei disegni milanesi, così come nella realtà, sfugge al controllo sociale imposto dalla norma per seguire le vie segrete ma imperiose della ventura e, in ultima analisi, della vita.

La genesi del brano è ovviamente fondamentale per comprenderne la destinazione e il senso, così come è chiaro che le componenti allusive meditate e prescelte in sede di scrittura siano altrettanto decisive per orientare la lettura di Notte di luna come parte integrante del testo dell’Adalgisa, dissipando quella sensazione di corpo estraneo che pure può legittimamente cogliere, a tutta prima, il lettore. Preliminarmente, per avere  un’idea delle vicissitudini del testo basterà riassumere le informazioni a suo tempo fornite da Guido Lucchini (RR I 839-50). Ciò che costituiva il pezzo d’apertura del Racconto italiano sarà pubblicato solo diversi anni dopo, con qualche variante, sulla rivista Primato (3) del 15 giugno 1942, ricevendo il titolo di Notte di luna e il sottotitolo Paese, a guisa d’introduzione, che certamente dovette risultare abbastanza enigmatico per il lettore del periodico, dove Notte di luna rimaneva un brano isolato che non preludeva ad alcun altro scritto, ma che aveva altrettanto certamente un senso nelle intenzioni dell’autore, il quale lo aveva concepito, come s’è detto, in apertura del suo primo tentativo romanzesco e che probabilmente già pensava ad esso come al primo disegno dell’Adalgisa. E tale risulta, in effetti, la collocazione di Notte di luna nella prima edizione dell’opera, stampata verso la fine del 1943, presso Le Monnier, con data editoriale del 1944. Ma nel 1945 la seconda edizione presso lo stesso editore non accoglie più il brano introduttivo, assieme ad alcuni racconti che, secondo le parole dello stesso Gadda, «i critici giudicarono “poco milanesi”» (Gadda, come va la vita?, SGF I 950). Notte di luna verrà quindi ripristinata nella posizione iniziale dell’Adalgisa nella terza edizione del 1955, vale a dire nella raccolta einaudiana dei Sogni la folgore; (4) da qui in poi rimarrà al suo posto in tutte le successive edizioni.

Sin dalla prima comparsa in volume, dunque, Notte di luna ha suscitato perplessità e diffidenza nella critica, tanto da spingere l’autore a rimuoverlo temporaneamente dall’Adalgisa per ovviare ai potenziali problemi di congruenza con il resto dell’opera. Per la risoluzione di tali problemi, a rischio di rasentare l’ovvietà, conviene tuttavia attenersi ai pochi dati certi offerti dalla storia e dalla natura del testo: e da questi, semmai, dedurre ipotesi che almeno non ne complichino la lettura. Trovo che sia assai fuorviante, ad esempio, insistere sul carattere lirico-alto della scrittura: (5) un po’ perché così facendo si perde contatto con uno dei caratteri principali del disegno gaddiano, ovvero quell’impersonalità che per definizione si contrappone recisamente a espansioni lirico-soggettive, e un po’ perché tale presunta liricità (che a questo punto sarebbe meglio chiamare letterarietà, o altissima densità letteraria) appare pronunciata solo nelle prime pagine del testo, e peraltro non senza contrappunti di tutt’altra specie, e comunque nient’affatto lirici (così i «grossi cani e mastini a ringhiare dietro i cancelli», RR I 293). Se invece rimaniamo strettamente aderenti alla genesi e alla lettera del disegno, appare estremamente plausibile che Notte di luna passi dal Racconto italiano all’Adalgisa per via dell’origine introduttiva rispetto a una materia sociale ben determinata, quale quella dell’alta società lombarda colta nel suo incontro-scontro con i ceti piccolo borghesi e popolari; transito che oltretutto appare autorizzato da un tema comune ad entrambi i progetti, ovvero il lavoro italiano; (6) semmai, nell’Adalgisa, noteremo una sorta di concentrazione localizzante, dal momento che nei disegni milanesi rispetto al primitivo abbozzo di romanzo è assai accentuata l’ambientazione borghese e milanese. Proprio a tale ambientazione, e all’ideologia corrente nella società meneghina su cui si innestano contrastivamente i disegni, va fatta risalire l’espressione incipitaria di Notte di luna, «Un’idea, un’idea non sovviene, alla fatica de’ cantieri»; nell’attacco è sicuramente riconoscibile la trasposizione letteraria di un luogo comune dell’industre mentalità lombarda, che notoriamente privilegia il mondo del lavoro rispetto a quello delle idee; ma vi si può forse riconoscere anche una nemmeno troppo larvata presa di distanza rispetto alle posizioni di un altro narratore milanese, Ercole Annibale Butti, il quale non era, nel panorama di fine secolo, un autore di poco conto, se nel suo volume di «colloqui» Alla scoperta dei letterati Ugo Ojetti lo inserisce in una compagine che comprende, fra gli altri e solo per citare i più noti, Carducci, Verga, Fogazzaro, Cantù, Marradi, De Amicis, Scarfoglio, d’Annunzio, Pascoli, Capuana, Serao, Giacosa e De Roberto. Proprio in questa intervista Butti espone una sua particolare teoria sul «romanzo opera d’arte» (evidentemente esemplato sulle teorie di Wagner) in grado di raccogliere in sé «a volta a volta anche le altre forme letterarie». (7) Il vagheggiamento del nuovo romanzo si inserisce peraltro nell’auspicato rinascimento della letteratura e della cultura nazionale che, secondo Butti, deve fondarsi anzitutto su una forma non annacquata di «idealismo»:

Io adopero la parola idealismo a significare due fatti: la coscienza e la curiosità che l’artista creatore ha dell’Inconoscibile, cioè di quanto s’agita oscuramente dietro le semplici apparenze; la necessità che a centro dell’opera creata sia posta un’idea eccelsa. Le preoccupazioni dello scrittore idealista io le formulerei dunque in queste massime: non considerare mai i fenomeni della vita soltanto nelle loro esteriorità sensibili, ma altresì nella loro significazione ideale, nella loro essenza intima e profonda; non arrestarsi mai alla descrizione d’uno di quei fenomeni quando le apparenze si spengono, ma piuttosto quando i suoi fenomeni morali risultino chiari ed evidenti; scegliere possibilmente dei soggetti che, pure essendo strettamente veri, compendiino in sé una moltitudine di fatti singoli atti ad essere raggruppati sotto una denominazione comune, così che dalla narrazione d’uno solo fra essi emerga per necessità logica un’idea generale, eterna, immanente, quasi direi: un assioma di vita individuale o sociale. Il fatto narrato diverrebbe per tal modo un simbolo, e precisamente il simbolo di un’idea. (Ojetti 1895: 109-10)

Da rilevare che il volume di Ojetti è di sicura pertinenza gaddiana, dal momento che compare fra quelli conservati nel fondo del Burcardo (sia pure nella riedizione curata da Pancrazi nel 1946). (8) Si noterà, inoltre, che nel preambolo dell’intervista Ojetti descrive il panorama lombardo circostante in questo modo:

sotto il cielo ancora vivido d’oro il lago placidissimo aveva lunghe strie color di zaffiro e color di topazio (Ojetti 1895: 104);

ovvero con caratteri per nulla distanti, come si vede, dai gaddiani «ori lontanissimi e uno zaffìro, nel cielo» (Notte di luna, RR I 291). Ma torniamo a Butti e alla preferenza accordata all’idea, posta «a centro dell’opera creata»; e se pensiamo alla natura incipitaria del brano originariamente posto in apertura del Racconto italiano, non sembra forzato riconoscervi una risposta più o meno indiretta allo stesso Butti, tesa ad affermare (ciò, lo ripeto, è molto marcatamente meneghino prima che gaddiano) che un’idea non serve a nulla, senza il lavoro che manda avanti il mondo. Proprio nella trama del Racconto, abbozzata nella «Nota Co(mpositiva) 15bis» l’opposizione era esplicita e personificata nelle figure del «filosofo e abulico» Gerolamo Lehrer e della moglie, evidentemente assai più dotata del consorte di senso pratico: quest’ultima «lo aiuta ora aprendo o rilevando un “bar” della quasi malavita in una via della vecchia Milano. – Questo bar le serve per tirare avanti mentre il marito idealista vorrebbe aprire una scuola professionale (contrasto)»; (9) ma si ricorderà anche, in Un «concerto» di centoventi professori dell’Adalgisa, l’idiosincrasia dell’industriale Gian Maria Caviggioni per la musica, intesa appunto come idea:

un cataclisma di trombe, di ragli di violino, di bacinelle di barbiere sbattute le une contro le altre, ché tali gli parvero sempre i piatti: e dell’orchestra percepiva solo il frastuono, incapace di rimasticarne l’idea. (RR I 448)

È appena il caso di avvertire che una simile avversione per la musica avrà marcate conseguenze sul piano narrativo, poiché consentirà a Valerio di accompagnare la giovane zia Elsa, moglie del Caviggioni, al «Concerto» di centoventi professori, con tutto quel che ne seguirà sul piano dell’abnorme. In questo stesso ambito oppositivo (stavolta privo, assai significativamente, di ogni attinenza all’abnorme) si inquadra, in Notte di luna, la partecipe rassegna gaddiana degli operai che tornano dal lavoro, analoga ma ben diversa, come ha acutamente rilevato Manzotti (Manzotti 2004b: 194-96), da quella operata da d’Annunzio nel Laus vitae: Gadda, al contrario, aderisce con simpatia senza riserve ad una disposizione al lavoro che non ha nulla di servile, registrando – ma è solo un esempio – il «caldo e vigoroso impegnarsi del torace sulle fatiche dell’opera» (RR I 295).

Formazione tecnica e suggestione letteraria sono dunque messe a confronto, evocate in una notte di luna che se da un lato risente concretamente del genius loci di pertinenza, dall’altro imprime nel titolo del disegno gaddiano uno schema logico susseguente ai connaturati caratteri astratti di tesi-antitesi-sintesi, ovvero la notte (la fine del lavoro), la luce della luna (l’idea, il desiderio), la compresenza di notte e luna: residuo, anche questo, dell’impostazione ricevuta nel Racconto italiano, dove sono ricorrenti le indicazioni che mirano a istituire contrasti e sintesi fra i vari motivi. (10) Si veda particolarmente la nota compositiva 30:

I.a Sinfonia : tocchi generali e confusi. Poi analisi con

sdoppiamento



Idealità

Realtà


poi sintesi e finale nella II.a Sinfonia Generale (SVP 437),

che sembra istituire un procedimento ora rifunzionalizzato all’interno di Notte di luna e dei disegni milanesi cui prelude senza molti attriti, proprio perché anch’essi prevedono l’opposizione e la coesistenza di temi quale il lavoro e i desideri o gli appetiti di varia natura che finiscono in qualche modo per scompaginare l’ordine sociale precostituito.

Si noterà fra l’altro che l’incipit «Un’idea» tornerà poi ne Il dolce riaversi della luce, il cui explicit verrà invece dedicato alle «opere»: è in tale ambito oppositivo che l’«idea […] non sovviene alla fatica de’cantieri», riverberandosi nella prima parte del testo in motivi che non sempre sembrano appartenere al più tipico repertorio tematico gaddiano: spicca, in questo senso, un certo animismo diffuso nella natura, con alberi e piante che pregano, e ci si chiederà quale sia l’origine di tali immagini. Accertata la stringente similitudine con analoghi temi dannunziani (Zollino 1998a: 75-85), si può tuttavia ipotizzare, quanto ai contenuti ideologici, un presupposto filosofico non solo ben noto a Gadda, ma addirittura segnalato fra le opere da consultare durante la stesura dell’ouverture del Racconto italiano che poi diverrà Notte di luna. Ecco in effetti, a margine del testo che recita: «Cancellava gli insegnamenti: e così muoviamo verso il futuro né conosciamo quale sarà» che Gadda annota:

Paulsen, p. 164 Se noi ecc. (necessario perché poi parlo della luna). (SVP 1275)

Il rimando è quasi certamente al Kant di Friedrich Paulsen (Langenhorn 1846 - Steglitz 1908), (11) opera posseduta da Gadda e ora conservata nel relativo fondo della biblioteca del Burcardo. Il volume reca una nota di possesso autografa con data «1924-1925»; data verosimilmente riferibile all’anno accademico frequentato da Gadda proprio nel periodo di composizione del Racconto italiano. In particolare, una volta preso atto che l’opera di Paulsen è inserita in un appunto gaddiano risalente al 28 giugno 1924 fra i testi necessari per la preparazione al Corso di Filosofia teoretica tenuto da Piero Martinetti, (12) si noterà la stretta contiguità cronologica con il brano del racconto che poi darà origine a Notte di luna, a sua volta risalente al 26 luglio dello stesso anno. Vale dunque la pena di consultare il volume alla pagina annotata da Gadda, appunto la 164, dove troviamo un esempio teso a dimostrare che «l’esperienza è opera dell’intelletto e non, come ritiene l’empirismo sensualistico, dei sensi»:

All’occhio, che verso sera si rivolga al cielo, è data una sensazione di luce. Essa è data così all’animale come all’uomo; ma per l’animale essa è tutto, mentre l’uomo, procedendo oltre la sensazione data, giunge a costruire questo bagliore come lo splendore di un corpo cosmico, del pianeta Venere. Anzitutto egli apprende (apprehendiert) ripetute sensazioni come uno stesso splendore. Poi egli, con la forza riproduttiva dell’immaginazione, comprende in una unità questo dato splendore in un punto determinato del cielo con lo splendore che precedentemente si era visto in un altro punto del cielo e se li rappresenta come movimento di un oggetto luminoso nello spazio e nel tempo. Infine egli determina concettualmente l’oggetto, da cui parta la luce, come un corpo cosmico con grandezza, forma e distanza dati.

È chiaro che l’attinenza del brano a Notte di luna non si limita all’argomento, ma offre un ulteriore indizio di come Gadda cercasse quantomeno di orientare i contenuti del proprio disegno in ambito idealistico. Nel Kant di Paulsen, del resto, Gadda poteva leggere solo poche pagine prima un’osservazione sul modo di procedere del grande filosofo tedesco: quasi un’indicazione di stile, da raffrontare con la caratteristica presenza di numerose disgiunzioni in Notte di luna: (13)

Nell’argomentazione Kant prende spesso per punto di partenza un punto di disgiunzione. Ai concetti si può attribuire con fiducia una validità obiettiva solo nel caso che questi concetti si regolino secondo gli oggetti, o, viceversa, gli oggetti si regolino secondo i concetti. (Paulsen s.d.: 161)

Si noterà, inoltre, che nella biblioteca di Gadda figura anche un’altra opera di Paulsen: si tratta dell’Introduzione alla filosofia, (14) opera di un certo rilievo in cui, ad esempio, spiccano alcune considerazioni che sembrano ancora avere a che fare con i «cancellati […] insegnamenti» di Notte di luna. Si legga il testo di Paulsen, qui teso a illustrare gli effetti di un’educazione clericale su cui può facilmente attecchire l’ideologia materialistica:

Per quanto riguarda la difesa con mezzi più o meno dolci di costringimento io credo che questi debbano considerarsi come residui di costringimento ecclesiastico, i quali, piuttosto che arrestare, preparano il terreno propizio al materialismo. Essi rendono sospetto l’insegnamento imposto e difeso, quasi che esso non possa reggere sul campo di una libera ed onorevole concorrenza; perché si pensa che quelle verità che di fronte alla ragione umana si giustificano, non abbisognano dell’appoggio della forza. Invero noi possiamo ogni giorno osservare che le dottrine difese ed appoggiate dell’autorità, al primo contatto con quelle libere ed indifese, cadono miseramente. Ponete un giovane che, dopo essere stato educato nella chiesa, nella scuola e nella casa paterna alle dottrine ecclesiastiche, entra in un nuovo ambiente. Nella fabbrica, nel negozio, all’università viene in contatto con compagni spregiudicati, dai quali viene a conoscere la letteratura popolare scientifica, nella quale la natura e la storia viene trattata da un punto di vista avverso alla superstizione e al clericalismo. Allora gli cadono le bende dagli occhi; dunque, egli dice, è tutto frode ed inganno ciò che mi fu messo in testa fin da fanciullo: il mondo è sempre stato, e l’uomo non è altro che una specie animale in ispecial modo sviluppata, le leggi morali e l’al di là sono un’invenzione dei preti per intimidire gli stolti. Ed un tale sconvolgimento circa l’idea del mondo non succede senza reagire sulla vita pratica. Ecco che il nuovo spregiudicato prosegue nei suoi ragionamenti; dunque Dio non esiste e neppure una vita futura; dunque io posso fare e non fare ciò che a me pare e piace; è lecito tutto ciò che piace. E tali persone che forse sono tali che vogliono conservata la «religione» pel popolo, non ne conservano affatto per sé. Che un tale sconvolgimento con tutte le sue deplorevoli conseguenze accada migliaia di volte non v’ha dubbio, e varrebbe la pena, potendolo, di impedirlo. Ma come ciò è possibile? (Paulsen 1911: 64)

Si noterà la sostanziale convergenza con analoghe notazioni a carattere pedagogico di Notte di luna, dove tuttavia bisogna segnalare che non è tanto il materialismo a traviare dall’educazione originaria, ma il desiderio avvertito come male dirompente: (15)

E allora questo male attutiva ogni memoria; e ne straniava dalla idea. Ridecomponeva il preordinato volere.4 Cancellava le antiche norme, gli insegnamenti raccolti lungo un sentiero già smarrito, quasi puri fiori da bimbi. E così moviamo verso il nostro futuro: né abbiamo senso o contezza, quale sarà. (RR I 292)

Convergenza che si fa anche maggiore se leggiamo il contenuto della nota 4 :

«Ridecomponeva il preordinato volere». Le urgenze e le inquietudini d’amore ci strappano alla lettura de’ filosofi e all’osservanza de’ buoni propositi che la edificante lettura andava maturando nel nostro assentimento. Sicché ne va scombinato ogni preventivo, ogni programma del duro volere.

La «lettura de’ filosofi» sembra qui davvero riportare a Paulsen; anche perché l’intenzione del pensatore tedesco di «impedire», se possibile, lo «sconvolgimento» provocato dal contatto con le dottrine materialistiche trova un discreto riscontro nella nota 2 di Notte di luna:

«E nessuno la impedirà». Nessuno degli abilitati a pronunziare un veto, a formulare o ad imporre (altrui) il dettame della legge: padri, pedagoghi, poliziotti, pompieri, bambinaie, maestri, sacerdoti, filosofi, suocere, ufficiali di picchetto, guardie daziarie, ronde e pattuglioni ad hoc, moralisti vari ecc., ecc., o addirittura il governatore di Maracaibo. Così, rese le lenzuola a bande, il bergamasco ragazzo si cala nottetempo di finestra per andare con Garibaldi, «perché sua ventura abbia corso». Ed altro invece rampica o serpe lungo ferri e grondaie insino alla finestruccia dell’amata, rischiando il fil del collo ad ascendere non meno che il garibaldino la pelle a discendere. Contravvenendo entrambi ai tonitruanti veti e dinieghi: del genitore, del predicatore, del governatore, di Giove Ultore. «Allem was die Eltern sagen – widerspricht das volle Herz». (RR I 296)

Se da una parte la nota 2 pare replicare al mite filosofo tedesco (e si noti la presenza dei «filosofi» nell’elenco eterogeneo di categorie di educatori), dall’altra la citazione da Novalis (16) che la conclude rammenta un uso assai diffuso nell’opera di Paulsen, ovvero quello di suffragare le proprie considerazioni filosofiche coronandole appunto con altrettanti pareri poetici (quasi sempre da Goethe). Già dalla coperta, peraltro, il volume di Paulsen appare tutt’altro che estraneo alle atmosfere e ai contenuti di Notte di luna: accanto all’indicazione dell’autore e al titolo, occupa infatti buona parte della stessa un astro stilizzato, i cui raggi luminosi diradano il buio. Diversi altri punti di contatto convincono che l’opera di Paulsen fornisca gran parte dell’apparato ideologico sotteso alle prime pagine di Notte di luna: le stesse, ovvero, deputate allo svolgimento del motivo dell’idea su uno sfondo notturno. Si tratta di pagine pervase da una percezione animistica e religiosa del creato che certamente, come s’è detto, non appartiene alla visione del mondo di Gadda (e anche da qui, credo, proviene il senso di estraneità e di artificio che ha colto non pochi interpreti) e che invece si può agevolmente rinvenire nel filosofo di Langenhorn, impegnato per tutta la vita a trovare una formulazione di pensiero in grado di opporsi con forza sia al prepotente incombere del materialismo sia al clericalismo ottuso e dogmatico. In quest’ambito, Paulsen guarda con simpatia alla tesi dell’animazione universale di Fechner: (17) alle piante è riconosciuta «una vita psichica» (Paulsen 1911: 90) ed esiste «uno spirito unico nella terra» (Paulsen 1911: 97), cosicché, supportato da tali presupposti ideologici, può sembrare meno immotivato, in Notte di luna, il ricorso all’immagine dannunziana degli alberi in preghiera: (18)

La moltitudine delle piante pareva raccogliersi nell’orazione […] Quelle nature adempivano interamente e sempre alla lor legge, vivevano attrici, in se medesime, di un’unica legge: che è la loro unica vita. (RR I 291)

Parallelamente, per Paulsen, «nel mondo spirituale non esistono fenomeni isolati, ma tutti si racchiudono in un’unica vita» (Paulsen 1911: 127), (19) e «Goethe, il poeta che più d’ogni altro sentì l’unità di tutta la natura, esclama: “Il pulviscolo, e la stessa sterile pietra, opera secondo la sua legge, e porta al gran tutto il suo contributo”» (Paulsen 1911: 195). Che il giovane Gadda abbia nutrito simpatie all’idea (anche) paulseniana degli «enti cogitanti» è del resto un dato di fatto, se si legge la precisazione contenuta in un appunto al testo della Meditazione milanese:

è soltanto apparentemente fantastico l’indirizzo di pensiero del sommo Giordano Bruno […] per il quale i mondi («De l’infinito, universo et mondi») sono enti cogitanti: il cogito di cadauno può essere, dico io, estrinseco specialmente ad essi, p.e. nella mente di un genio o di un Dio. – Tale pensiero è ripreso da Leibnizio (che si guarda bene dal riferirlo a Bruno) e modernamente dal Paulsen, Leibniz ammise come pensabile, se non proprio come probabile, l’esistenza di genî superumani o angeli (stellari, cosmici, come nubi, che so.) – Io ho lavorato a chiarire che nessun sistema, cioè nessun agglomerato logico operante nel reale (sistema – operatore reale) è pensabile se non dotato di mens. (SVP 1355-356)

E in effetti, su una non dissimile lunghezza d’onda, si possono collocare tanto un passo dell’Introduzione alla filosofia in cui Paulsen cita Leibniz:

Ogni corpo ha sentore di tutto quello che avviene nel mondo, cosicché qualcuno che vedesse tutto potrebbe in ciascun individuo leggere quello che si avvera nell’universo, ciò che si è avverato e si avvererà. (Monadologie, § 61 – Paulsen 1911: 126),

quanto una successiva considerazione sul pensiero di Lotze: (20)

Così anche il mondo è un unico sistema nel quale non si danno processi isolati, ma ciascuno sta in rapporto con tutti gli altri, e la mutazione della parte corrisponde ad una mutazione del tutto. (Paulsen 1911: 187)

Ovvero altrettante idee che potrebbero ben figurare come presupposti non solo della ben nota ossessione di Gonzalo nella Cognizione (21) ma anche della clausola del quinto paragrafo di Notte di luna:

Così dei lontani si sa tutto, ed anche i dolori. (RR I 292)

Appare probabile, in definitiva, che proprio le letture del Kant e soprattutto dell’Introduzione alla filosofia di Paulsen possano aver fornito più di uno spunto per la stessa composizione di Notte di luna (nonché, com’è ovvio, del relativo ipotesto nel Racconto italiano): senza contare il particolare dell’illustrazione sulla coperta, di cui s’è già detto, si noterà ancora che per il filosofo tedesco il realismo e l’idealismo sono le due possibili ma contrapposte risposte alla domanda «Che cosa è la conoscenza?» (Paulsen 1911: 278), mentre nel disegno gaddiano appare evidentissima e anzi scontata la bipartizione fra rappresentazioni ideali e realistiche: fatto salvo, ovviamente, il successivo momento della sintesi fra le due visioni del mondo. E in questo senso Gadda potrebbe aver subito la suggestione del pensiero di Lotze, la cui filosofia venne spesso divulgata sotto l’etichetta del «realismo idealistico» e figura, del resto, frequentemente evocata nell’opera di Paulsen, così come da Piero Martinetti (gran maestro e ispiratore, com’è noto, degli studi filosofici gaddiani). Interessanti, per l’autore di Notte di luna (e per quello del Racconto italiano, dove La Norma era un titolo pensato per la prima parte, SVP 415) sembrano anche le considerazioni sulla norma nell’ultima pagina del volume di Paulsen:

L’individuo conosce quali sono le norme stabilite dall’usanza per i suoi rapporti coll’altro sesso. L’educazione, il giudizio della società, la legge, i precetti religiosi gli dicono come egli debba regolarsi. Questa norma del suo operare non è per lui qualche cosa di estraneo, perché egli stesso coopera alla sua formazione e vuole che anche gli altri la riconoscano. Solamente in certi casi speciali e rari sorge tra questa norma ed i desideri momentanei di passioni isolate, disunione. (Paulsen 1911: 355)

Analogamente, Paulsen si può ritenere consentaneo al modo di sentire di Gadda, ovvero allo stesso incipit di Notte di luna: «Un’idea, un’idea non sovviene, alla fatica de’ cantieri», nella pragmatica constatazione che «i pensieri non possono muovere un dito, come non possono smuovere la luna dal suo posto» (Paulsen 1911: 83).

***

Se dunque Notte di luna nasce come avvio del Racconto italiano e conserva e anzi accentua il proprio carattere introduttivo rispetto ai disegni milanesi dell’Adalgisa, viene pur sempre da chiedersi di che specie di introduzione si tratti. Risponderemo provvisoriamente che, a prima vista, Notte di luna non sembrerebbe un’introduzione se non per la posizione incipitaria; e comunque è evidente che ci troviamo dinanzi a un’introduzione che intende inserirsi con forza nel coro della tradizione letteraria, da cui trasceglie e riassume alcune esperienze salienti nei confronti delle quali Gadda prende posizione, sia pure implicitamente, ovvero mantenendo il prosatore di Notte di luna in una posizione di sostanziale impersonalità. (22) Ciò avviene dapprima rimarcando enfaticamente il tono retorico di molte immagini e quindi permettendo loro di reagire con immagini e questioni legate al tema del lavoro; le quali, per parte loro rifuggono non solo da un simile tono iperletterario, ma sembrano addirittura opporsi al mondo delle idee, e dunque alla letteratura stessa. E tuttavia, attribuendo un qualche rilievo ai riferimenti tradizionali, concentrati soprattutto nella prima parte, molti dei residui dubbi sulla natura e sugli intendimenti del disegno d’apertura dell’Adalgisa potrebbero perdere consistenza. La sottile ma ben disegnata rete di rimandi letterari lascia infatti intravedere un quadro di maniera, in cui i singoli elementi sono certo deputati ad allegorizzare altrettante visioni del mondo (ovvero, per l’appunto, le idee) ma anche a segnalare l’appartenenza del testo a una nutrita tradizione di testi consimili. Si noterà allora che Notte di luna rammenta a tratti i caratteri della cornice, ambientando i disegni su uno sfondo comune, dove si possono riconoscere temi e idee generali, ma non si parla direttamente e nel merito delle storie che seguiranno. Così alcune movenze sintattiche del testo gaddiano, con i relativi contenuti, risentono della tradizione della cornice: si legga ad esempio un brano nel Proemio del Decamerone:

sì come a Colui piacque, il quale, essendo egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte le cose mondane aver fine. (23)

e lo si confronti con Notte di luna:

siccome del giorno conchiuso doveva darsi grazie ad Alcuno, a Chi ha disegnato gli eventi, il nero dei monti dentro la infinità buia della notte. (RR I 291)

Ma si vedano anche, sempre in Notte di luna, «le urgenze e le inquietudini amorose» (nota 4) non lontane dall’amore boccacciano, «altissimo e nobile» e tuttavia divampante in un «soverchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito» (Boccaccio 1906: 9); notando, in quel «poco regolato», come già Boccaccio (ovviamente in buona compagnia) abbia considerato l’esperienza erotica sotto la specie di atto che sfugge alla norma.

Complessivamente si può pertanto ritenere che in Notte di luna operi una genuina tradizione in grado di dare spessore alle definizioni tematiche fornite da Gadda a corredo della narrazione che sta per iniziare. (24) è appena il caso di ricordare che è lo stesso autore lombardo a indicare come le operazioni creative di riferimento alla tradizione, e in particolare il pastiche, consentano di definire la struttura stessa del testo ricreato sul «valido liccio» di quello tradizionale:

Rifare il verso! quali sottili misure si dimandano per una cotanta operazione! Dire dassenno le proprie magre opinioni sulla piantatura del rabarbaro può essere pratica d’ordinario mestiere. Ma lavorare ai sottili e congegnati equilibri cervantini vi par sapienza di nulla? Ora in codesti giochi e burle ch’io dico, la lingua illustre è talora adibita a predisporre l’orditura medesima della burla. È il valido liccio di fondo a cui si appoggerà l’opera: dico il disegno del simulare, o del mordere. (Lingua letteraria e lingua dell’uso, SGF I 494)

Del resto, non è frutto di illazione critica che Gadda si sia spesso servito di schemi preesistenti per sviluppare i contenuti del proprio disegno: se infatti badiamo alle procedure messe in opera nel Racconto italiano, troveremo utilissime indicazioni in tal senso. In particolar modo si veda la parentesi che segnala direttamente l’ascendenza letteraria riguardo a un passo del primo Cahier d’études:

La notte imminente uniformava i colori (Ariosto). (SVP 403)

Si tratta di un passo estratto dallo «Studio n. 1» del 28 marzo 1924, verosimilmente un abbozzo del brano che poi diventerà l’incipit del Racconto italiano e quindi Notte di luna: lo si capisce facilmente dalla natura descrittiva del testo, dal carattere notturno dello stesso e dal travaso di parecchi temi da un testo all’altro (basti citare, per tutti, quelli della preghiera e degli eslegi). La cosa interessante, tuttavia, è che il riferimento ariostesco (Orlando furioso, II, 54, 4: «quella ora | che spiegando pel mondo oscuro velo | tutte le cose discolora»: a sua volta, curiosamente, rifacimento di un verso virgiliano) (25) non trova sviluppo nel brano, forse perché il tema del desiderio legato all’ambientazione notturna è diretto e scontato da altra zona della tradizione letteraria, comprendente almeno il celeberrimo «Nox erat» di Virgilio (Aen. IV 522 e sgg.), a cui si può far risalire, data l’esemplarità dell’episodio, lo schema che contrappone la notte e il riposo di chi ha lavorato alla veglia di chi ama o nutre passioni, diciamo così eslege. Ma è lo stesso autore di Notte di luna, con un brevissimo accenno in chiusura della nota 1, a indicare fra i capostipiti di un consimile motivo Orazio (Carminum liber I 9), certamente più cogente rispetto alla materia di Notte di luna:

Di fronte a terzi ed a quarti curiosi od ignari, o spie, valga dunque sub noctem il nostro movere segreto verso la ufficiale ambiguità di quell’alcuno. (RR I 296)

Fonte peraltro prediletta e già dichiarata in altra zona della propria opera – si veda infatti il finale del secondo capitolo della Madonna dei Filosofi:

Di là dal canale, dov’era una specie di violetto e di darsena per chissà quali approdi, una lampada elettrica vigilava implacabile, ributtava ogni ombra, ché alle industri fatiche del giorno male conseguono per entro l’ombre i convegni furtivi ed i rapidi baci ne’ vicoletti e le strette, ed i lievi sussurri se cada la notte: «lenesque sub noctem susurri». Sicché, mezzo intontito dentro la mota, si discerneva bene un recipiente pariniano, ma di consistenza novecentesca, e cioè di ferro smaltato, rugginoso e sfondato e intorno diverse latte arrugginite di ex-conserva di pomidoro, sedimenti e residui strettamente tipici per tutto il «giardin dell’imperio».
Dentro il cielo della Italia, la qual sarebbe questo giardino, luminose stelle erano zaffìri per tutti gli amanti, nella cava fonda del cielo erano smeraldi o caldi topazi. (26)

Anche qui si noterà come il tema connotato letterariamente degli amorosi e/o furtivi convegni favoriti dall’ombra sia esplicitamente in contrasto («male conseguono») con le «industri fatiche del giorno», e come d’altro canto il tema risulti assai temperato nelle sue movenze trasognate e romanticheggianti dalla presenza del «recipiente pariniano» e delle «diverse latte arrugginite di ex-conserva di pomodoro». (27)

***

Ho già osservato come risulti particolarmente infelice l’etichetta del lirismo applicata a un brano dove l’autore non compare come personaggio, e che si propone semmai di fornire un’elencazione caotica di scene osservate per lo più ab externo: solo nelle note poste a margine del testo possiamo dire che l’autore (senza peraltro esagerare in ciò) faccia capolino. (28) Si direbbe anzi che l’impersonalità sia una delle principali preoccupazioni che affiorano nel testo di Notte di luna. Piuttosto che di lirismo, dunque, parlerei di un manierismo intenzionale e funzionale alla sostanza introduttiva del brano (è Gadda stesso del resto a parlare di «paese di maniera», nel primitivo titolo del brano): funzionale perché il manierismo corrisponde sul piano dei contenuti al conformismo della società milanese, e su tale manierismo meglio risaltano le alzate della prosa gaddiana, così come sul conformismo meneghino appaiono ben rilevate le figure forti e caratterizzate, fra le altre, di Elsa e Adalgisa.

Se di introduzione si tratta, dunque, è un’introduzione molto manierata, nella quale si accennano temi e motivi che per il momento non danno adito a sviluppi narrativi di una qualche consistenza; e il carattere di pastiche introduttivo risulta anche più evidente se lo si confronta con altri ipotesti del genere, come possono essere le Piacevoli notti di Giovanfrancesco Straparola, lombardo di Caravaggio; altro testo che può utilmente affiancarsi a Notte di luna, a patto di non cadere nell’ingenua pretesa di indicare fonti ma solo testimoni di una tradizione suscettibile a ricomporsi in quadri di maniera. Nell’opera di Straparola, di chiara ascendenza boccacciana, ogni giornata viene introdotta da una cornice che descrive il riunirsi della compagnia narrante in concomitanza con il calare delle tenebre: giornata dopo giornata, la cornice delle Piacevoli notti accumula una notevole quantità di topoi, di cui si può trovare traccia anche in Notte di luna: dall’«ameno giardino pieno di ridenti fiori» (29) alle «dorate stelle per lo spazioso cielo» e ai «naviganti» (Notte sesta, Straparola 1966: 207), (30) fino al ricorrente motivo della stanchezza che trova finalmente riposo («Già da ogni parte gli stanchi animali per le diurne fatiche davano riposo alle travagliate membra», incipit della Notte decima – Straparola 1966: 289). Ecco come viene introdotta la Notte quinta:

Il sole, bellezza del ridente cielo, misura del volubil tempo e vero occhio del mondo, da cui la cornuta luna e ogni stella riceve il suo splendore, oggimai aveva nascosi i rubicondi ed ardenti raggi nelle marine onde, e la fredda figliola di Latona, da risplendenti e chiare stelle intorniata, già illuminava le folte tenebre della buia notte, ed i pastori, lasciate le spaziose ed ampie campagne e le brinose erbette e le fredde e limpid’acque, si erano con il lor gregge tornati agli suoi usati casamenti, e lassi e stanchi dalle fatiche del giorno sopra i molli e teneri giunchi profondamente dormivano, quando la bella ed onorevole compagnia, posto giù ogni altro pensiero, con frezzoloso passo al concistorio si ridusse. (Straparola 1966: 171)

Pur nella ovvia differenza di stile, spicca, anche in questo caso, la funzione introduttiva alla narrazione attribuita al paesaggio notturno, con il sole che viene definito «vero occhio del mondo» – mentre nel disegno gaddiano il «cielo» è paragonato a un «misericorde sguardo» (RR I 291) – e che lascia luogo alla luna e al riposo del pastore, ma anche alle narrazioni che renderanno piacevoli le notti della compagnia. Come già detto, attraverso simili considerazioni non importa tanto stabilire rapporti d’ascendenza diretta fra Notte di luna e lo Straparola, quanto dimostrare come nel brano d’apertura dell’Adalgisa siano contenuti, in modo segnaletico, elementi di tradizione provenienti da un ben preciso ambito letterario: quello delle cornici che, appunto, precedono e contornano la narrazione.

Ma l’impiego di schemi tradizionali, o di maniera, chiama in causa anche l’esperienza di Leopardi, ben uso per parte sua a modulare il topos della luna: si ricorderà, del resto, nella Madonna dei Filosofi, la menzione dell’«“astro d’argento” del recanatese» a proposito dei versi del giovinetto Emilio, che significativamente il poeta pur in erba si guarda bene dal far rimare con il «“moderno stabilimento” del milanese Buzzi» (RR I 78). La citazione gaddiana deve però proseguire, includendo anche la luna «del calunniato di Dasindo»; e in effetti, anche alcune movenze (anch’esse, peraltro, di maniera) dell’opera di Giovanni Prati si potrebbero ascrivere fra i precedenti di immagini poi impiegate nel disegno d’apertura dell’Adalgisa, (31) fra cui appunto l’attacco del componimento Alla luna, anche qui «occhio» indifferente sulle violenze degli uomini:

Chiusa in vel di puro argento
occhio e amor del firmamento,
tu m’allegri, e m’impauri
di tua gelida beltà.
Colle lingue e coi pugnali
qua si sbranano i mortali.
E tu placida misuri
La celeste immensità.

Ma torniamo piuttosto alla luna leopardiana, riferimento sicuro, come s’è detto, per l’Emilio gaddiano e verosimilmente anche per Carlo Emilio – è ben noto come essa sia vanamente interrogata dal poeta, mentre per altri il riposo addolcisce le fatiche del giorno. Per altri ancora, nella notte di luna de La vita solitaria, le tenebre offrono l’occasione di compiere azioni illecite – si vedano infatti i vv. 70-91:

O cara luna, al cui tranquillo raggio
danzan le lepri nelle selve; e duolsi
alla mattina il cacciator, che trova
l’orme intricate e false, e dai covili
error vario lo svia; salve, o benigna
delle notti reina. Infesto scende
il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
a deserti edifici, in su l’acciaro
del pallido ladron ch’a teso orecchio
il fragor delle rote e de’ cavalli
da lungi osserva o il calpestio de’ piedi
su la tacita via; poscia improvviso
col suon dell’armi e con la rauca voce
e col funereo ceffo il core agghiaccia
al passegger, cui semivivo e nudo
lascia in breve tra’ sassi. Infesto occorre
per le contrade cittadine il bianco
tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
va radendo le mura e la secreta
ombra seguendo, e resta, e si spaura
delle ardenti lucerne e degli aperti
balconi.

Nello schema offerto da una consimile tradizione, come si vede, non manca neppure la presenza degli eslegi adombrata nel disegno di Gadda (e abbastanza esplicita anche nella Luna di Prati): certo il «pallido ladron» e il «drudo vil» sono ben diversi da quelli gaddiani (anche se il drudo «va radendo le mura», mentre «rampica o serpe lungo ferri e grondaie» l’amante nella nota 2 di Notte di luna), latenti d’ogni senso tragico e semplici testimoni dell’abnorme che tuttavia rientra nella norma.

Da registrare, inoltre, la discreta convergenza di un altro verso de La vita solitaria (che tuttavia si riferisce a un ambito meridiano):

Tien quelle rive altissima quiete (v. 33)

con un attacco di Notte di luna:

O nel tacere altissimo delle cose e dei monti. (RR I 293)

Il quale attacco poi prosegue con un «immaginare» che ancora ricorda temi e movenze leopardiane, prima di volgere la maniera su motivi, come quello delle nereidi inseguite dai satiri, di larga diffusione nella tradizione italiana, fino ai rivitalizzati esiti dannunziani. Ma è possibile stabilire corrispondenze più puntuali – così, a un passo di Notte di luna:

Che fine sentire, che dolce immaginare sospinge i possessori di giardini misteriosi a popolarne di sogni viventi il cupo profumo! Una mormorazione religiosa accompagna l’alitare della notte: e certo un pensiero, e molti altri, verranno nella mente dei possessori. E accolgono, talora, degli ospiti: che, viaggiati i mari, corsi i lontani paesi, vogliono conoscere indugio in questo, e bere questo caldo, questo profondo respiro (RR I 293),

non sembrano estranee Le ricordanze:

E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava. (vv. 19-23)

Notando come Gadda enfatizzi il sistema di ripetizioni, quasi in modo da orientare la lettura su un registro poetico (o forse solo musicale, assecondando le originarie movenze dell’ouverture), si segnaleranno ancora come pertinenti alle tematiche di Notte di luna i «viali odorati» (v. 16) ma anche lo stesso incipitario «contemplar» le «stelle» de Le ricordanze. (32)

In Notte di luna la fondamentale contrapposizione fra lavoro e idea, così come fra idea e desiderio, può quindi rammentare la presa di posizione su analoghi argomenti nel canto dedicato Al Conte Carlo Pepoli, dove sono contrapposti «desio» da una parte e «opra e pensier» dall’altra (entrambi vani e dunque oziosi per Leopardi):

Necessità diverse, a cui non senza
opra e pensier si provvedesse, e pieno,
poi che lieto non può, corresse il giorno
all’umana famiglia; onde agitato
e confuso il desio, men loco avesse
al travagliarne il cor. (vv. 32-37)

Proseguendo nella ricerca di intersezioni testuali fra il disegno gaddiano e i Canti di Leopardi, si noterà che il motivo dei fanciulli in gioco affiancato a quello di coloro che tornano dal lavoro, così esperito in Notte di luna:

Una fanciulla […] mette un piccolo grido. E poi ridono allontanandosi tutti insieme. La sera vi passano senza rallentare altri ciclisti e pedoni, reduci dal lavoro (RR I 294),

è già ne Il sabato del villaggio:

I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore:
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore. (vv. 24-29)

Sempre nel Sabato del villaggio, complice la festività imminente, ma anche «il biancheggiar della recente luna» (v. 19), «il cor si riconforta» (v. 23); mentre nel disegno gaddiano era «l’animo» a «riconfortarsi» (RR I 293). Naturalmente poco o nulla della desolata concezione del mondo leopardiana trapela in Notte di luna: dove oltretutto, rispetto a Leopardi, manca la sofferente presenza di un protagonista, risolta al massimo in un noi che assicura una sufficiente dimensione corale al testo. Lo scarto rispetto alla tradizione segnala che Gadda intende mantenere l’impersonalità del suo disegno introduttivo: e qui può entrare in gioco, garantendo nuove funzioni attive nel testo gaddiano, Verga. Ci si chiedeva, poc’anzi, che razza di introduzione sia Notte di luna, rispondendo più o meno provvisoriamente che si tratta di un’introduzione manierata (o illustrativa di differenti maniere) e impersonale, che corrisponde per diversi aspetti ai caratteri di una cornice, mentre per altri sembra aspirare alla condizione della prosa musicale. Ora possiamo aggiungere, per definire un po’ meglio il carattere della nostra ouverture, che si tratta di un’introduzione non argomentata, com’è quella caratterizzata da analogo stallo narrativo a favore della descrizione di Per le vie (1883) di Verga. Anche nel testo iniziale della raccolta verghiana, Il bastione di Monforte, siamo a Milano e anche qui non succede nulla, se non appunto ciò che costituisce il contenuto specifico di ogni descrizione, condotta impersonalmente e su un registro che è difficile non avvertire come marcatamente letterario e romanticheggiante. Si tratta insomma di un Verga abbastanza singolare, che decide di scrivere una raccolta di novelle d’ambientazione milanese e che nel pieno del periodo verista si dimostra in grado di modulare la sua prosa anche con toni e strumenti diversi, ovviamente non dimentico della propria produzione giovanile. Ecco l’attacco de Il bastione di Monforte:

Nel vano della finestra s’incorniciano i castagni d’India del viale, verdi sotto l’azzurro immenso – con tutte le tinte verdi della vasta campagna – il verde fresco dei pascoli prima, dove il sole bacia le frondi; più in là l’ombrìa misteriosa dei boschi. Fra i rami che agita il venticello s’intravvede ondeggiante un lembo di cielo, quasi visione di patria lontana. Al muoversi delle foglie le ombre e la luce scorrono e s’inseguono in tutta la distesa frastagliata di verde e di sole come una brezza che vi giunga da orizzonti sconosciuti. E nel folto, invisibili, i passeri garriscono la loro allegra giornata con un fruscìo d’ale fresco e carezzevole anch’esso. Sotto, nel largo viale, la città arriva ancora col passo affaccendato di qualche viandante, col lento vagabondaggio di una coppia furtiva. (33)

Poiché il brano prosegue sino alla conclusione su un simile registro descrittivo è evidente, come si diceva, che esso riveste una funzione di introduzione impersonale e non argomentata e anzi ottenuta mediante la menzione di caratteri e particolari dell’ambiente che farà da sfondo a tutte le vicende successivamente narrate (l’ambiente milanese, appunto). Ma vi sono altri interessanti punti di raffronto fra il brano verghiano e Notte di luna. Anzitutto, proprio la presenza non secondaria della notte lunare in entrambi i testi. Quindi il motivo dell’incontro fra amanti favorito dall’ora e dal luogo (tema peraltro già accennato, nel medesimo contesto meneghino, in Dossi). (34) E infine l’alternanza fra un presente e un passato fortemente rilevati. Il rimpianto dei bei tempi andati è in effetti fondamentale ne Il bastione di Monforte:

Un dì che voci allegre fra i sommacchi di quel poggio e le vigne di quel monticello! e tutta la comitiva che s’arrampicava festante per l’erta in quel dolce tramonto d’ottobre! E il chiaro di luna della sera in cui si aspettavano da quella vetta i fuochi della festa al paesetto lontano, e che bagna ancora l’anima di luce malinconica al tornare di queste memorie! Quanto tempo è trascorso? Quanto è lontano ormai quel paesetto? Ora il carrozzino postale vi porta la sola cosa viva che rimanga di tanta festa, sotto un francobollo da venti centesimi. (Verga 1949: 338-39)

Ed è logico pertanto che l’irradiazione del tema sia ottenuta anche attraverso la frequente posizione in sede forte dell’avverbio «ora» e «allora» – si vedano, in rapida successione, gli incipit di periodo: «Ora legge e rilegge», «Ora la canzone passava», «Ora l’operaio», «Ora di tanto in tanto» (Verga 1949: 389, 390, 391). Caratteristica, questa, meno accentuata in Notte di luna, dove la laudatio temporis acti è poco marcata, (35) ma dove comunque almeno un paragrafo inizia: «Ora non più» (RR I 292).

Altre determinazioni temporali in principio di periodo ricorrono sia in Notte di luna che nel Bastione di Monforte: in quest’ultimo si vedano «A quell’ora», «A quest’ora» (Verga 1949: 389, 391), mentre nel disegno gaddiano abbiamo «In quell’ora i cavalli erano stanchi» (RR I 293), che curiosamente trova un riscontro nel secondo testo di Per le vie, In piazza della Scala, dove «i cavalli dormono col muso sulle zampe» (Verga 1949: 393). Ma, proseguendo nella lettura del Bastione di Monforte, non mancano, al di là della sintassi, brani che fanno pensare ad altrettanti passi di Notte di luna – così, se in quest’ultima si legge «Accade che troppo stanchi, o perduti in un’ansia, riguardiamo ai segni lontano della notte» (RR I 292), sarà interessante notare nel testo verghiano la donna «ansiosa» e dall’«atteggiamento stanco»:

Così quella donna che viene ogni giorno a passeggiare pel viale, e aspetta, e torna a rileggere un foglio spiegazzato che trae di tasca, e guarda ansiosa di qua e di là ad ogni passo che faccia scricchiolare la sabbia, rizzando il capo con tal moto che sembra vederle brillare tutta l’anima negli occhi. Ogni tanto si ferma sotto un albero colle braccia penzoloni e l’atteggiamento stanco. Anch’essa andò a chiedere trepidante quella lettera al postino che ne scorreva un fascio sbadigliando. Ora legge e rilegge la parola luminosa che ci dev’essere per rischiarare l’ombra uggiosa di quel viale. (Verga 1949: 389)

Ma altre sono le somiglianze che consentono di disegnare una discreta rete di rimandi da un testo all’altro. Si veda ad esempio la notazione che inizia il quarto paragrafo del Bastione di Monforte:

E le foglioline si agitano fra di loro, con un tremolìo fresco d’ombre e di luce. (Verga 1949: 388)

E la si confronti con questo brano di Notte di luna, sempre in posizione forte (in incipit del secondo paragrafo):

Lucide magnolie specchiavano il lume delle prime gemme tremanti nel cielo: ma le ombre, frammezzo tutte le piante, si facevano nere. (RR I 291)

Oppure si veda in Verga un’anticipazione del motivo degli eslegi, almeno sotto la specie erotica:

Solo il bisbiglìo di due voci sommesse che si nascondono nell’ombra canta la primavera innamorata e pudibonda. (Verga 1949: 390)

Che si può appunto confrontare con almeno un paio di notazioni gaddiane:

Alcuni indugiavano nella notte, le di cui ombre non consentivano di riconoscere gli eslegi (RR I 292);

erano come amanti incontro ventura, nel favore della notte. (RR I 293) (36)

Oppure si notino, nel passo che segue:

Così si dileguano in alto le nuvole viaggiando per lidi ignoti, e la dama bianca vi cerca cogli occhi i sogni o i ricordi dell’ultimo ballo che vagano lontano, mollemente del pari (Verga 1949: 387-88),

immagini come le nuvole, i lidi ignoti, vicini ai gaddiani «nuvoli, cirri» e ai «paesi lontani» (RR I 292). (37) Se poi in Verga era presente un «operaio che gli passa allato, strascicando un carretto, non gli bada neppure», Gadda nota, a proposito dei suoi lavoratori, che:

Il passo di costoro ignorava lo scatto e la grassa caduta della rana. (RR I 296)

Comune ad entrambi i testi, poi, è la menzione della ferrovia:

Dall’altro lato risponde il fischio del convoglio che corre laggiù, verso il sole, tirandosi dietro il pensiero, lontano, lontano, verso altri luoghi, verso il passato (Verga 1949: 388);

La via ferrata solido manufatto, tagliava dirittamente la piana […] Nessun treno si udiva a correre, come sogliono, rotolando nel buio. (RR I 293)

E ancora si vedano i seguenti passi, con accenti così simili da far pensare all’ascendenza diretta:

in cima, dove l’azzurro scappa infine libero, sembra di scorgere quella vetta che vedeva tanta campagna intorno (Verga 1949: 387);

Alta, bianca, nell’imminente chiarità della notte, come rocca da guardare tutte le terre all’intorno. (RR I 293) (38)

Naturalmente il Verga milanese di Per le vie, che si occupa dei luoghi tipici del vivere sociale del capoluogo meneghino (fra l’altro, «Corso Monforte» e la «domenicazza Monforte» sono menzionati dal Gadda di Un «concerto» di centoventi professori, RR I 453, 470) poteva costituire un diretto e autorevole precedente per tutta la raccolta dell’Adalgisa, di modo che non ci si può stupire più di tanto per il possibile riferimento, peraltro complicato da diverse altre maniere, in Notte di luna. E a proposito di autorevoli precedenti non stupirà nemmeno la presenza di gentiluomini e bravi manzoniani che trapela nella descrizione di un «costume regionale» che purtroppo «non esiste»: (39)

né [...] penna o piumicino in sul cappello [...] Non lo spadino dal pugno di madreperla, non piumaggi da riverenza lunga, né lama di rabescata guardia, né filigranato monile, né fibbia, o scarpino, o cappa, o guarnacca, o ciarpa, da figurare cose di Spagna. (RR I 294)

Ovvero in modo da ricordare I promessi sposi:

uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in una cifra;

era un girare, un rimescolarsi di gran cappe, d’alte penne [...] uno strascico intralciato di rabescate zimarre. (40)

Fra i molti ingredienti del paese di maniera, «a guisa d’introduzione», di Notte di luna, infine, va sicuramente menzionato quello riferibile a d’Annunzio: trattando temi quali i giardini (41) e i sogni e i desideri che ne possono derivare un autore come Gadda non può eludere la recente lezione dannunziana, sia pure rivisitata nell’ottica del pastiche. Ho già fornito altrove un ampio elenco di convergenze fra molti luoghi di Notte di luna e altrettanti passi dell’opera di d’Annunzio (in particolare, dal Trionfo della morte); (42) mi limito qui ad aggiungere un solo nuovo riscontro dal Notturno:

V’era lungo le mura un tepore sensibile, (43)

che mi pare abbastanza convergente con «il tepido muro della torre» di Notte di luna (RR I 293) e la relativa nota 7:

Nelle sere e nelle notti di estate i muri ad occaso permangono tepidi dal calore cumulato, sicché al rasentarli e’ paiono adempienti a un officio, nature in che si contenga una vita. (RR I 297)

Molti autori e secoli di letteratura sono dunque evocati, sulla scorta di precise suggestioni filosofiche, a fornire le forme e i contenuti all’antitesi fra idea e fatica nel disegno d’apertura dell’Adalgisa e, per quanto in misura minore, a tentare di comporne la sintesi. Seguendo una simile traccia, ovvero riconoscendo le trafile tradizionali e gli schemi segnaletici che Gadda mutua dalla tradizione, si diradano non poco i dubbi che ancora possono sussistere sulla funzione e sui sensi del brano. Inquadrato in tale contesto antitetico, anche l’ultimo periodo di Notte di luna assume un significato pregnante, con quella nota di dignitosa e al tempo stessa altera indifferenza verso le «deboli occorrenze» in cui invece, sembra di capire per implicito contrasto, si baloccano le menti di coloro che intendono la letteratura come fabbrica di vani sogni o, più semplicemente, come fuga dal lavoro.

Università di Pisa

Note

1. Manzotti 2004b – si vedano inoltre: Formentin 1987; Lucchini 1984: 47 e 55, n. 2; Savettieri 2001; Pedriali 2004c; Zollino 1994: 122-25.

2. Delle implicazioni musicali di tale precetto e delle conseguenze su Notte di luna ho parlato in un mio saggio sul leit motiv gaddiano-dannunziano (Zollino 1996, ora Zollino 1998a: 32-35).

3. Diretto da Giuseppe Bottai e Giorgio Vecchietti, il periodico si avvaleva degli interventi e delle collaborazioni, fra gli altri, di Betocchi, Timpanaro, Contini, Macchia, Praz, Sinisgalli, Pavese, Comisso, Gatto, Solmi, Ferrata, Muscetta e Zavattini.

4. Sotto tale titolo erano compresi, oltre all’Adalgisa, anche La Madonna dei Filosofi e Il castello di Udine.

5. Si veda ad esempio il parere di Guido Lucchini: «si può asserire fondatamente, sulla scorta di un sondaggio minimo, che il vettore stilistico di questo primo “disegno”, disforme dal resto della raccolta, indica l’intenzione dell’autore di mirare a un registro lirico, “alto”» (Note ai testi, RR I 845).

6. Per il tema, fondamentale nel primo Gadda, si vedano Papponetti 2002a e Barsella 2004.

7. U. Ojetti, Alla scoperta dei letterati (Milano: Dumolard, 1895), 111.

8. U. Ojetti, Alla scoperta dei letterati, a cura di P. Pancrazi (Firenze: Le Monnier, 1946).

9. Racconto, SVP 412 – nel testo citato il primo corsivo è mio, mentre quello relativo alla «scuola professionale» è di Gadda.

10. Si veda ad esempio Racconto, SVP 417: «Completare la I.a Sinfonia con due motivi antitetici fondamentali che prepareranno per contrasto l’introduzione del motivo fascista»; o SVP 438: «Ricordare l’andamento antitetico in tutti i motivi d’intreccio».

11. F. Paulsen, Kant, trad. italiana autorizzata di B.A. Sesta (Milano-Palermo-Napoli-Genova: Sandron, s.d. – ma con tutta probabilità 1914).

12. Ora pubblicato in Lucchini 2004: 308-09.

13. Si vedano in Notte di luna: «gli abeti: o i faggi», «senso o contezza», «stanchi, o perduti» (RR I 292); «dietro i cancelli, passando, o in altre dislocazioni», «al dimane. O nel tacere […] o con l’immaginare», «perennemente, o stillando», «docce, o caverne» (RR I 293); «del nero, o arancione», «corsetto o giustacuore», «penna o piumicino», «di gallo del monte o del collo del fagiano crisotide, o altro volatile», «o scarpino, o cappa, o guarnacca, o ciarpa», «cose di Spagna o le sagre del Tirolo; o altra grandezza», «fasce o calzettoni», «gialle, o color terra» (RR I 294); «obesi o paffuti», «azzurra, o rossa, o grigia, o rigata», «e sudate: o raggrinzite», «benestante, o forse», «Buone scarpe, o talvolta men buone», «nello spicco della sagra, o nel breve fasto» (RR I 295); «quello che pensano o che gli sembra», «un’affezione subitanea o in repentino conturbamento», «curiosità o fastidio» (RR I 296).

14. F. Paulsen, Introduzione alla filosofia, trad. di L. Gentilini (Milano-Torino-Roma: Bocca, 1911).

15. Da confrontare con i contenuti specifici del disegno gaddiano sono le considerazioni di Paulsen secondo cui «sovente ci pare che una cieca potenza prorompa nella vita, per impedirvi con tutta indifferenza i fini più nobili; e non raramente ci pare che il male nella storia prevalga sul bene» (Paulsen 1911: 212).

16. Si tratta, come segnala Emilio Manzotti, di versi tratti dal capitolo VI dell’Heinrich von Ofterdingen (Manzotti 2004b: 165-66).

17. Gustav Theodor Fechner (Grossärchen 1801 – Lipsia 1887), psicologo e filologo tedesco d’indirizzo panteista, fu autore fra l’altro di Nanna, ovvero della vita psichica delle piante (1848), Zend-Avesta, ovvero delle cose del cielo e dell’aldilà (1851) e degli Elementi di psicofisica (1860).

18. Si vedano, come esempi, La Chimera, Athenais medica, vv. 48-9 («e, in alto, al Sole un coro di preghiere | mormoravano gli alberi felici»), e Il fuoco («l’isola della preghiera […] alzava i suoi cipressi imploranti»), Prose di romanzi (Milano: Mondadori, 1955), II, 851.

19. Si veda anche Paulsen 1911: 204 («la realtà è un’unica vita spirituale»).

20. Rudolf Hermann Lotze (Bautzen, Dresda 1817 – Berlino 1881), allievo di Fechner, tentò di conciliare scienza e idealismo.

21. RR I 645: «E dunque dovremo pagare. Dacchè siamo colpevoli d’ogni cosa. Abbiamo noi la colpa di tutto…. qualunque cosa succeda…. anche a Tokio…. a Singapore…. la colpa è nostra».

22. All’impersonalità del brano concorre anche la seconda persona plurale impiegata in ricordi autobiografici, come esemplarmente nella nota 5: «Da Vicenza, nelle buie notti (maggio-giugno1916), tutto il rovescio del nostro ultimo aggruppamento appariva diademato di faville (esplosioni)» (RR I 297).

23. G. Boccaccio, Il Decamerone (Firenze: Salani, 1906), 10.

24. Astraendo dai contenuti, dedicati com’è noto alla peste, si possono evidenziare nella cornice alle novelle della Prima giornata diversi incipit di paragrafo simili a quelli del primo disegno dell’Adalgisa: si confrontino «Altri», «Molti altri», «Alcuni», «Alla gran moltitudine» (Boccaccio 1906: 15, 16, 18) con i gaddiani «La moltitudine», «Alcune», «Altre persone», «Alcuni» (RR I 291, 292, 294).

25. Cfr. Aen. VI 272: «rebus nox abstulit atra colorem». Ma si tenga presente anche «la notte che le cose ci nasconde» – verso di Dante (Par. XXIII 3) poi ripreso da Poliziano (Stanze per la giostra, 60, v. 1).

26. RR I 81 – si veda inoltre, nella stessa opera, la ripresa del tema, sempre in explicit, RR I 95 (siamo infatti alla fine del terzo capitolo).

27. A conferma, ancora una volta, dell’intenzione di tracciare un quadro di maniera si veda la significativa coincidenza fra i «rapidi baci» e i «convegni furtivi» del brano di Gadda con i «rapidi baci» e la «coppia furtiva» del Bastione di Monforte di Verga, di cui tratterò fra breve.

28. Vedi, nel testo di Notte di luna, la nota 5 (qui già cit. alla n. 22).

29. G. Straparola, Le piacevoli notti, introduzione e cura di B. Rossetti (Roma: Avanzini e Torraca, 1966), 33.

30. L’accenno ai «naviganti» si può confrontare con l’analogo tema abbozzato in Notte di luna: «E accolgono, talora, degli ospiti: che, viaggiati i mari, corsi i lontani paesi, vogliono conoscere indugio in questo, e bere questo caldo, questo profondo respiro» (RR I 293).

31. Si vedano, ad esempio, Inide e il satiro e Incantesimo, vv. 51-54: «Da un calamo di veccia | qua un satirin germoglia, | da un pruno, a mo’ di freccia, | là sbalza un’amadriade» per il motivo della «cupidità dei silvani» e dell’«ignudo e fuggitivo pavore di perseguitate nereidi» (Notte di luna, RR I 293).

32. Così in Notte di luna, RR I 292: «Accade che troppo stanchi, o perduti in un’ansia, riguardiamo ai segni lontani della notte» – mentre nelle Ricordanze si vedano anche i vv. 11-12: «Delle sere io solea passar gran parte | mirando il cielo».

33. G. Verga, Tutte le novelle (Milano: Mondadori, 1949, vol. I), 387.

34. Cfr. C. Dossi, Vita di Alberto Pisani, con una Nota introduttiva di A. Arbasino (Torino: Einaudi, 1976), 138: «E lentamente s’avviò per i bastioni, sua passeggiata preferita. A que’ bastioni, illuminati a risparmio, in sull’allèa ver la città, convenìvan gli amanti». L’opera di Dossi risale al 1870.

35. Avvertibile soprattutto nel paragrafo: «Accade che troppo stanchi, o perduti in un’ansia, riguardiamo ai segni lontani della notte. Dai secoli sono germinate le torri. Angeli diàfani, formazioni opalescenti della luce lunare, esalavano dai vertici dei pioppi, congiunte le mani, per recare a Dio le orazioni della sera. Ma adesso staccavano soli, senza messaggio, derelitto il loro approdo terreno come vela d’Alvise che sciolga vanamente al ritorno, a risuperare l’inutilità» (RR I 292).

36. Ancora più netta la somiglianza con alcuni stilemi del già citato brano della Madonna dei Filosofi, RR I 81.

37. Ma si confronti anche con la clausola: «Così dei lontani si sa tutto, ed anche i dolori» (RR I 292).

38. Si vedano inoltre, su un piano di minore affinità Verga 1949: 391 («A quest’ora pure la cascatella mormora laggiù nel paese lontano, tutta sola in quell’angolo della rupe paurosa, sotto i grappoli di capelvenere, dinanzi la valletta che si stende bianca di luna»), e Notte di luna («ruscellando linfe perennemente, o stillando in un chioccolìo loro, da sorta di montanine docce, o caverne», RR I 293).

39. Ho già segnalato il riscontro in Zollino 1998a: 76, n. 84.

40. A. Manzoni, I promessi sposi, a cura di G. Luti (Bergamo: Minerva Italica, 1971), 40, 99.

41. Per il tema si veda Rebaudengo 2002 e 2004.

42. Vedi n. 10, e Italia 1996: 19 («Dall’Innocente è mutuato probabilmente il raro aggettivo malïoso: «quel gran pianto arboreo e quella selva di fiori così delicata in quell’oro morente componevano una visione malïosa, incantevole, senza realtà», cui la preziosa grafia sembra conferire un surplus simbolistico-decadente: «e gli alberi giovani, che ancora sono compagni dell’erbe e ne aspirano da pressi il malïoso profumo» (nei testi citati i corsivi sono dell’autrice).

43. Cito da G. d’Annunzio, Notturno, con un’avvertenza di G. Ferrata e un saggio di A. Gargiulo (Milano: Mondadori, 1983), 101. E si legga, nella stessa pagina: «avevo respirato l’odore della moltitudine, ed ero avido di respirare il respiro della mia Roma segreto, dopo tanti anni di lontananza» e lo si confronti con gli «ospiti» gaddiani «che, viaggiati i mari, corsi i lontani paesi, vogliono conoscere indugio in questo, e bere questo caldo, questo profondo respiro» (RR I 293). Per la particolare sensibilità di Gadda nei confronti di un testo come il Notturno si veda Zollino 2006.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-15-9

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