Doppifondi di romanzo. Ancora sul
Pasticciaccio (passando per Notte di luna)*

Federica G. Pedriali

Vorrei scriverti così semplicemente, così semplicemente, così semplicemente.

Derrida

Il lavoro di nessuno

Tutto per Gadda lavora: idea ad altissima frequenza, espressa tramite le variabili morfologiche del lemma, e con istinto davvero idiomatico della combinazione. Lavora, difatti, e qui il discorso si fa già citazione implicita di testi, l’intera realtà, ovvero il meccanismo dei corpi e delle generazioni, il divenire, la trasformazione, la deformazione, insomma la biologia e la chimica del pianeta, con pari dignità professionale per qualunque agente o agenzia di lavoro. Sono, ad esempio, lavoratori, anzi sono veri e propri ingegneri, in Gadda, ingegnere di suo, persino gli invisibili bacteri. E, come l’uomo lavora con dignità pur nella fatica, così con laborioso elaborato lavora anche la celeste macro-meccanica spazio-temporale.

Il cosmo tutto batte e pulsa, tende a un fine, fa parte di un progetto, o meglio e più gaddianamente, di un disegno: disegno meccanico, dinamico, progressivo, che si attua nell’adempimento, col lavoro, del compito esistenziale, e che include il pensiero, cioè il lavoro del pensiero, in sé libero di inventare, ovvero e latinamente, di scoprire quanto già c’è, in una categorizzazione del reale che rispetta leggi ferree, leggi che a loro volta lavorano, ossia fanno lavorare tutti egualmente, in una democrazia del lavoro specializzato cui non sfugge operaio, bacterio o galassia che sia.

L’argomento ha ottimi precedenti critici. Penso a quell’epos del lavoro e del dovere compiuto, indicato da Isella nella prefazione al primo progetto narrativo (Isella 1983: xxiii), già progetto di romanzo sul lavoro patrio doppiamente significativo, si ricorderà, per l’accento sull’anonimia del lavoro d’autore nel titolo; penso alla religione del lavoro evidenziata da Carannante (Carannante 1984: 155-59), al lavoro come centro positivo dell’opera affrontato da Casini (Casini 1993b: 4-11, e poi di nuovo, come formula del lavoro, l’n + 1 della Meditazione milanese, in Casini 2004b: 31-41), o al motivo del lavoro come parte di un’influenza carducciana sul giovane Gadda, in Donnarumma (Donnarumma 2001a: 155), o, similmente, ma con un’influenza leopardiana nel mirino analitico, in Ceccherelli (Ceccherelli 2001), o ancora, e toccando le fonti del pensiero classico, in Barsella (Barsella 2002). Discorsi già egregiamente fatti e che mi permettono di arrivare subito al dunque.

Nel ’49, in vena di consuntivi, ma non ancora autore di un romanzo compiutamente alle stampe, Gadda si assegna un titolo programmatico, Come lavoro, attaccando l’incipit con un esordio per nulla dilemmatico, e che svolto per esteso non esita a tirare in causa una non vita:

Come non lavoro. Che dà egual frutto, a momenti, nella vicenda oscillante d’uno spirito fugitivo e aleatorio, chiamato dall’improbabile altrettanto e forse più che dal probabile: da una puerizia atterrita e dal dolore e dalla disciplina militare e di scuola delabante poi verso il nulla, col suo tesoro d’oscurità e d’incertezze. Una confessione, circa i problemi d’officina, o le angosce o i ragnateli d’officina, comporta di necessità dei riferimenti a una vita, a una biografia interna ed esterna, si ingrana in una gnoseologia e in un’etica, nel mio caso molto più poveramente e meno felicemente che in altri in una esigua e frammentaria poetica: che il deflusso parallelo della mia vita e non vita ha reliquato, sì sì reliquato, frusaglia più o meno inutile, alle sponde del tempo consunto. (SGF I 427)

Ed eccomi, di seguito, a quell’altro nodo e punto d’arrivo della questione lavoro estraibile dall’attacco infine romanzesco, dopo i primi studi e le prime note compositive, di Racconto italiano, incipit poi passato all’Adalgisa, come Notte di luna, con varianti. Dalla versione del ’24:

Un’idea, un’idea non sovviene mentre i sibilanti congegni degli atti trasformano in cose le cose ed il lavoro è pieno di polvere. Ma poi le prime gemme tremanti nel cielo sono un segno di quello che, se riposeremo, ancora vigilerà. I battiti della vita sembra che uno sgomento li trascini come in una corsa precipite: e dove alcuno ci aspetta, muoviamo: perché la nostra ventura abbia corso e nessuno lo impedirà. Perché poi dovremo riposare. (SVP 419)

Non, cioè, il lavoro incarnato in figure e tipi di lavoratori, né tantomeno un costruttivismo ingegneristico-filosofico – il presupposto teoretico di Meditazione milanese –, occupano Gadda fino in fondo, nel fondo tremendo dell’anima, all’atto e nel lavoro dello scrivere. Preoccupazione, fissazione polemica per le misere chances avute sul lavoro esistenziale, maledettismo lavorativo di soggetto abile al lavoro ma escluso dal lavoro, dominano la sua ricognizione, anche quella più tecnica, perché alla non vita avuta in sorte ha corrisposto, coerentemente, nella logica e nella mitologia delle assegnazioni di destino, un non lavoro: non lavoro peraltro affatto produttivo, tanto da aver dato, anti-biblicamente, egual frutto – proprio come avviene, sempre a sentire Gadda, del male rispetto al bene, ossia del rovescio negativo della medaglia del valore universale, e della sua perfetta, paradossale coesistenza logico-etica col proprio opposto.

L’idea, l’ideologia del lavoro, si vuol dire, in un primo, provvisorio ordine di conclusioni, per Gadda comporta, sì, un’etica, fatto invero ben commentato dai critici: ma in un reale organizzato per medaglie o deflussi paralleli, ovvero per polarità esistenziali, vita e non vita, lavoro e non lavoro, non può, non poteva mancare una non etica. E Gadda, che pur sa di dover temere «una confessione, circa i problemi d’officina, o le angosce o i ragnateli d’officina», non esita a portare il discorso, in modo il più possibile ovvio-clandestino, dove il discorso più duole, che è quanto avviene, ad esempio, nella nota, notissima ammissione privata a Contini a proposito della Cognizione:

Il mio lavoro è logicamente, esteticamente, e narrativamente «sbagliato», fondandosi sulla stolta speranza di «narrarare intorbidando le acque» per dépister il lettore dalla traccia della sua reale esistenza. La sua essenza, il movente vero, è un disperato tentativo di giustificare la mia adolescenza di «destinato al fallimento dall’egoismo narcisistico e follemente egocentrico dei predecessori, dei vecchi, e degli autori de’ miei anni in particolare». Carità e pudore filiale mi hanno frenato e distorto la penna a una significazione impossibile, tale da rendere impossibile ogni vera esegési. (Contini 1989: 42)

Lavoro sbagliato, non lavoro che dà egual frutto, lavoro della protesta per l’assegnazione al cantiere dei demolitori, degli spiriti bizzarri, satirici, blesfemi, diabolici. C’è, di certo, a non vivere, a non lavorare, a non ammettere, pur invero vivendo, lavorando e confessando, una speciale dignità, un particolare narcisismo. Di nuovo da Come lavoro:

Non sono, non riesco ad essere, un lavoratore normale, uno scrittore «equilibrato»: e tanto meno uno scrittore su misura. Il cosiddetto «uomo normale» è un groppo, o gomitolo o groviglio o garbuglio, di indecifrate (da lui medesimo) nevrosi, talmente incavestrate (enchevêtrées), talmente inscatolate (emboîtées) le une dentro l’altre, da dar coàgulo finalmente d’un ciottolo, d’un cervello infrangibile: sasso-cervello o sasso-idolo: documento probante, il migliore si possa avere, dell’esistenza della normalità: da fornire a’ miei babbioni ottimisti, idolatri della norma, tutte le conferme e tutte le consolazioni di cui vanno in cerca, non una tralasciata. Tra queste, l’idea-madre che quel sasso, o cervello normale, sia una formazione cristallina elementare, una testa d’angelo di pittore preraffaellita: mentre è, molto più probabilmente, un testicolo fossilizzato. (SGF I 440)

Vada, cioè, per l’anti-narcisismo, affatto narcisista, del lavoratore non normale. Ma quel suo lavoro che, non meritandola, non riceve paga, e che non gode se non di una prometeica dignità, comporta, questo è il problema, la realizzazione effettiva, materiale, e quanto, di non-strutture, di antinarrative della negazione esistenziale: strutture tirate su, o, più idiomaticamente, tirate giù in parallelo al o sul rovescio del progettato romanzo sul lavoro italiano, ambigua e certamente doppia condizione lavorativa peraltro già chiara, con la chiarezza della clandestinità, dalla prima officina gaddiana, anzi e meglio: sin dal passo che avrebbe dovuto far da incipit a Racconto, ovvero dall’idea che lì infine sovviene.

Quando l’ingegnere non lavora

Totalità, in Gadda, è gente e popolo – con metafora vegetale: «verde gente» e «popolo dei pioppi». E ancora: «plasma germinativo», «plasma della totale speranza», sangue vivente che adempie «interamente e sempre» all’«unica legge», all’«unica vita», perché «tutto coesiste e tutto si codetermina». è pienezza differenziata, quasi una beatitudine pronominale, ogni categoria il suo lavoro, la sua nota nella mormorazione collettiva: «Sopra c’è per ognuno | E per tutti il colore del cielo | Splendido ed eguale | […] Ed ognuno con l’anima prende | Quanto vuole dal sole | Quanto vuole dall’aria». (1)

Il soggetto, dai suoi miti (Giardino, Sera, Collettività, Progresso, Trapasso), fa prontamente voto: lavoro e pensiero saranno dedicati «alla famiglia e alla patria, a tutta l’umanità», «nessun volume, nessuna pagina deve mancare alla enciclopedia della totalità». Poi però la tromba che comanda a «tutti i soldati» di rientrare, spogliarsi, coricarsi, è «da tutti […] intesa ma non ascoltata da tutti» – totalità è cioè gente e popolo nella storia: «tutto è così, tutti sono così […] l’egoismo personale è l’unica legge di molti»; «se tutti vigilassero e non dormissero, il nemico si troverebbe assai a disagio». A nulla vale esortare, predicare uno strano socialismo, un superato francescanesimo, «il bene di tutta la Cristianità, la salute di tutti» – a nulla ribattere: «Andiamo, andiamo tutti, tutti. è il nostro cammino». (2)

Vince l’entelechia: «ognuno di noi individua la propria forma attraverso la sofferenza»; «ogni vizio ci singolarizza, perché ogni vizio ci separa, ci astrae dal nostro destino più vero» – male inesorabile, la differenziazione, la «separazione infinita», questa, sì, paradossalmente «comune a tutti». Forse, al vecchio mito fa ancora da modello uno spezzato cielo platonico: «ognuno era un punto luminoso nella oscurità della notte e soltanto sarà stato una luce se avrà serbato per sé onore e dovere» – ma sulla terra, nella storia, sono i non più «eguali rimpetto alla legge», in potentissima ulteriore divisione: il soggetto e tutti gli altri. (3)

Persino l’immagine della Mater nostra – che «a ognuno sovviene: e nell’ora di male e di guerra e nell’ora che ha morte, stanco, il nostro pensiero mortale» – accoglie la recriminazione: «avrebbe dovuto riescir madre anche a me, se non era vano il comandamento di Dio, come riescì a tutti, al più povero, al più sprovveduto, e financo al deforme, o a chi resultò inetto a discernere». Mentre la favola della sacra corrente della vita della specie, chiedendo di vedere «ogni cosa» per sapere «ogni cosa», invoca non un’«ermeneutica a soluzioni multiple: come un enigma che avesse un numero infinito di soluzioni», ma un Dio biblico, giustiziere e sbugiardatore:

Si vedrebbe che non globalmente e come unitario strumento di Dio essi dominano e «mettono in ordine» il mondo, ma come strumenti molteplici e quasi dissoluti gli uni dagli altri, con difforme ingegno, con discorde intento, con ineguale potenza; con diversa fortuna, con diversa speranza, con vita, con morte diversa. E gli uni come frutti superbi si adergono e paiono soli essere semenza del bene: e gli altri paiono sole essere parole di desolazione e di morte. (4)

Mancando quella giustizia, insorge la domanda: «perché occorrono i fatti incredibili e si formano anime tanto diverse che alcune possano essere giudicate da altre e non trovino in sé medesime la possibilità d’un giudizio e d’una norma?» – domanda che impone che il voto del Soldato d’Italia venga mutato nella poetica del «romanzo della pluralità», nell’espressionismo del «tutto saravvi», con verifica creativa a caldo, a partire da «alcune figure» cui viene affidata la «gestione della favola», mentre ad «altre», «forse le stesse persone raddoppiate», va la «coscienza del dramma». (5)

Una Madonna della Separazione Infinita attende allora nel Giardino – solo la «regola» dei «viali prospettici» all’italiana, simmetrizzandone la malinconia, sembra offrirle consolazione. L’assassino in potenza la cerca: «nulla di irregolare si compieva […]. Nessun turbamento era nelle cose o negli uomini poiché tutto è deformità, e nessuno nel concorde popolo delle fresche piante, nessun punto singolare si poteva annoverare negli spostamenti dei mondi». Il suo motto – «Se nulla è possibile, tutto finisca» – nega tanto separazione che totalità, afferma l’insceverabilità di bene e male: «ognuno, ogni estraneo, avrebbe potuto apparire, nero». (6)

Che è quanto sostiene pure il narratore dell’incipit di Racconto dalla sua certezza categorizzante, l’ignoto fuori giardino e fuori campo. Spende il giorno nella fatica del cantiere, la costruzione del reale; la sera, a lavoro intermesso, osserva il proprio operato, la classificazione del sensibile: il mondo come solido manufatto, la cernita dei lavoratori al rientro. Mentre un’idea, quella che durante il giorno non si presentava, da ultimo si manifesta.

Un non lavoro, due explicit – quasi una parafrasi

In cantiere, di giorno, non è dato pensare. Solo a sera – così dunque nell’incipit di Racconto, versione Racconto, ma guarderò in simultanea alcune varianti dall’Adalgisa –, a lavoro dimesso, nello scorrere non lavorativo eppure precipite del tempo, un’idea, prima inaccessibile o informe, infine sovviene: nonostante l’interruzione dei lavori, ha a che fare col lavoro, anche per via dei ritmi industriali del battere biologico-esistenziale.

[…] dove alcuno ci aspetta, muoviamo. Nell’Adalgisa la frase muterà appena, mutando invece il pie’ testo con l’acquisizione di una nota, la prima delle molte straordinarie note del nuovo romanzo milanese, quasi opere-mondo in margine. Riporto integralmente:

1. «Dove alcuno aspetta moviamo». Avverti il carattere iponoètico dell’affermazione. «Alcuno» è sessualmente agnostico (ambiguo) perché vale nelle due ipotesi della galanteria, per maschio atteso dalla femmina e per femmina attesa dal maschio. Altre ipotesi ancora sussistono, e cagioni di convegno, e richiami altri da quelli predominanti del cuore: talché ci si può attendere un parisesso, per angoscioso lavoro nella notte, per gioco, per intercambio di pensiero, o di lucro, per premeditare o per eseguire uno scasso. Di fronte a terzi ed a quarti curiosi od ignari, o spie, valga dunque sub noctem il nostro movere segreto verso la ufficiale ambiguità di quell’alcuno. (RR I 296)

Qui, come altrove, Gadda non spiega; qui solletica, provoca, satura, in un’autoesegesi davvero un po’ folle, o forse solo impossibile, l’ammissione fatta anni dopo a Contini. Il punto è che l’angoscioso lavoro nella notte, l’alcuno agnostico, ambiguo, parisesso e quasi non persona verso cui, nel dopolavoro, muove, tra gli altri, pure la voce narrante, è un’agenzia di destino che indoviniamo rivelerà, in un’agnizione, il segno dell’idea sovveniente. Ergo, che valga invero, con ottativo come da testo, «di fronte a terzi ed a quarti curiosi od ignari, o spie», il mascheramento protettivo dell’incontrando: l’ufficiale ambiguità di quell’alcuno.

E continuando con le acquisizioni dell’Adalgisa: […] perché la nostra ventura abbia corso e nessuno lo impedirà. Minimi, anche in questo caso, gli interventi in corpo al testo; tendente all’assurdo, invece, l’innesto, la nota numero 2:

2. «E nessuno la impedirà». Nessuno degli abilitati a pronunziare un veto, a formulare o ad imporre (altrui) il dettame della legge: padri, pedagoghi, poliziotti, pompieri, bambinaie, maestri, sacerdoti, filosofi, suocere, ufficiali di picchetto, guardie daziarie, ronde e pattuglioni ad hoc, moralisti vari, ecc. ecc., o addirittura il governatore di Maracaibo. Così, rese le lenzuola a bande, il bergamasco ragazzo si cala nottetempo di finestra per andare con Garibaldi, «perché sua ventura abbia corso». E altro invece rampica o serpe lungo ferri e grondaie insino alla finestruccia dell’amata, rischiando il fil del collo ad ascendere non meno che il garibaldino la pelle a discendere. Contravvenendo entrambi ai tonitruanti veti e dinieghi: del genitore, del predicatore, del governatore, di Giove Ultore. «Allem was die Eltern sagen – widerspricht das volle Herz». (RR I 296)

Anche l’assurdità, ad ascoltarla tra le pieghe dell’eccesso, ha però la sua ragionevolezza. Nessuno impedisce il destino. Nessuno, e la lista è lunga, degli addetti ai divieti, al diniego, ci trattiene, difatti, dalla tensione esistenziale della ventura che deve aver corso, dall’incontro che misterioso e parisesso ci attende, dopo la corsa del vivere. Nessuno, cioè, di coloro che hanno, peraltro, attivamente ed inutilmente negato, tonitruando, il soggetto.

Il quale, ridotto ad un’esistenza pronominale sub nocte poiché, escluso dal vivere, nemmeno è stato trattenuto dal non vivere – il tipo di vita e di lavoro evidenziati, nel passaggio da Racconto all’Adalgisa, dagli indefiniti, nella finzione di ufficiale ambiguità –, si prende le libertà, davvero minime, concesse all’inesistente; lavoratore stanco, osserva dal suo lato della medaglia e sul rovescio dell’esistenza, il mondo come rappresentazione, il prodotto del lavoro giornaliero, passando in rassegna i lavoratori, quelli veri, al rientro dalla fatica:

Alcuni vestono larghi pantaloni di fustagno, come un rozzo velluto, stretti alla caviglia, altri calzoni corti con fasce o con calzettoni attillati […] le mani degli uni sono gialle e di sotto callose; le mani d’altri sono rosate nel palmo come un acido le spellasse […] In qualche viso, tra qualche pelo d’una barba, è rimasto uno schizzo di calcina […] Taluno veste solo una maglia: è bleu o rossa o grigia o rigata. Quasi sempre manca un bottone al collo. Le bretelle si rivelano un po’ vecchie e sudate e sono affette da complicazioni riparatorie di spaghi e legacci che hanno coi bottoni superstiti rapporti piuttosto complessi. Ma altri hanno bretelle di gomma larghe, nuove, aderenti. (SVP 422)

Nella folla suddivisa in alcuni ed altri, un occhio non soltanto manzoniano-leopardiano sta in realtà cercando l’uno per cui corre la sua ventura, l’incontro, anzi l’archetipo e l’icona di incontro, per cui dovrà nascondere, esibendolo in modo diverso, il suo peccato:

Passano donne e ragazze: e talora per alcuna si volgono gli uomini o ragazzotti e mormorano tra di loro quello che pensano o che desiderano, e ridono. […] Talora qualcuno ha uno sguardo che una fanciulla raccoglie ed allora quello serba nell’animo come una pena e una dolcezza […]
Uno che pareva con la ruota anteriore della bicicletta cercasse qualche soggetto da investire ed andava annaspando qua e là con sofferenza del traffico, s’è fermato. Lascia il piede destro sul pedale e poggia l’altro per terra, con la punta dello scarpino. Si capisce perché si è fermato e chi cercasse.
Parlava ad una ed ella certo gli parlava: ma le labbra d’entrambi si muovevano pochissimo e la voce doveva uscire tra i denti appena dischiusi e nessuno doveva sentirla. Che cosa possono dire i passanti? Niente, poiché non odono niente. I più buoni fingono di non vedere, altri guardano così alla sfuggita. Ella era alta, diritta: nel grembiule nero alquanto attillato si disegnava bene il suo florido corpo. Con la sinistra reggeva un piccolo involto e abbandonava la destra lungo il fianco a capo chino. La sera e le ombre violacee della valle soffondevano invece il suo viso d’una bianchezza meravigliosa, quasi un male. (SVP 423)

Insceverabilità di bene e male, si diceva; il male però esiste, viene conosciuto nell’immagine che ci esclude dalla vita. Lo afferma Racconto sin dagli esordi passati nell’Adalgisa; lo ripeterà poi ogni racconto, con invariata reticenza e, più, con cronica ambiguità, proprio a causa della certezza con cui, nella polemica sugli attributi di persona, il testo discerne, nel dato, nella folla, gli uni dagli altri, e soprattutto l’uno dal . Ossia l’uno che ripassa in vari punti singolari dell’opera essendosi manifestato tra i lavoratori di Racconto, il rivale mobile munito di mezzo di trasporto e, meglio ancora, munito di ragazza, il velocipedastro, il futuro ciclista dell’Adalgisa; e il nessuno che, negato da chi ha il diritto di negare, e negando di suo d’esistere, ma poi agendo, come Ulisse con Polifemo, dalla non persona – vento, spettro, animale da preda, punta che lacera, e pronome contro cui si scontrano, senza avvertire l’inganno, gli indagatori –, fa da Dio isolato, e tuttavia terribilmente connesso, della propria minima Creazione, il caso di ogni soggettività negata.

Nell’Adalgisa – per non perdere di vista quella prima connessione –, il passaggio serale dei lavoratori e delle donne s’interromperà prima dell’incontro dell’uno e dell’una. Ne occuperanno il posto, con gusto del grottesco e quindi assai meno banalmente, le due follie esplicative, le due note: la ristabilita ambiguità dell’alcuno, la lista di abilitati al diniego, l’intrattenibile moto notturno – segno e segnale che il soggetto inesistente e al lavoro «per gli stipendi di nessuno» (RR I 607) si nasconde, si esibisce: invita ad investigare secondo una diversa nozione di romanzesco.

Il doppio lavoro del «Pasticciaccio»

Romanzo plurimo, policentrico, ipertrofico, frastornante per eccesso d’esiti. Ripulito del ghigno, salvo: giunto salvo al finale per mancata soluzione e arresto del colpevole. Questo in teoria il Pasticciaccio. Poi, però, fuori di teoria il racconto dà baleni, rivela i consimili, lavora di nascosto alla loro cognazione. «Il mondo delle cosidette verità», filosofa Ingravallo a fatica, nel finale del quarto capitolo, «non è che un contesto di favole: di brutti sogni» (RR II 119). Dietro la favola il nulla; nella favola il soggetto, un nulla ancor più insostanziale. Tuttavia in quella stessa favola esiste, è esistita una coppia in idea, il segreto de li cugini, ecco le ragioni del dolore: un’identità di coppia fondata sull’esclusione dell’altro, il soggetto, l’indispensabile termine di paragone.

Sale così alla pagina, «su, su, lieto e turpe», l’«antico fescennio», il «no rotondo dei furbi» – «quando il caldo letamaio fuma, sopra il gelo, risorgenti speranze: le speranze favolose della verità! Quando si dissolve, ogni porca, dentro fumanti arature! Quando la dritta scesa del pennato consacra al frutto l’ulivo, e ne sfronda la menzogna». Sale cioè dalla terra e dai riti del lavoro l’immagine del tagliente che mette fine alla favola vera, e autentica menzogna, degli identici (coppia incestuosa, non autorizzata al frutto), lampo sadico non più scancellabile (è caduto nel pensiero di chi investiga, il racconto vi fa fede). Difatti, si fa riconoscere e quasi arrestare a distanza di sei capitoli, in un bagliore talmente segreto da non registrarsi, a rigor di lettera, alcun bagliore nel testo (il commissario folgorato, novello San Paolo, viene, com’è noto, dall’autoesegesi). E intanto che s’attende un’agnizione per lampi, il racconto declina verso Virginia, il quinto capitolo, le «finestre nere della perdizione», il romanzetto d’appendice di quart’ordine, la puntata soppressa di Letteratura. (7)

Niente, nessuno, «nulla di particolarmente notevole», «no, nessun indizio» (RR II 58, 68). Nella ricognizione della scena del delitto, al secondo capitolo, l’affermazione era stata categorica, per quanto, a ben leggere nell’assenza di tracce, fossero reperibili fin troppi segni della non persona dell’assassino. Adesso, in fase mediana, crollata l’accusa al rivale per inesistenza di prove, ma confermata in un’immagine la triangolazione della vita psichica (due inclusi, un escluso), il testo non riesce ad evitare un altro incontro di coppia: spinge, cioè, evocandolo con rischiosa contiguità dal crollo del soggetto inquirente (finale del quarto capitolo), perché l’alcuno che ne incarna la degradazione si manifesti (finale del quinto).

Riemerge così, in fase mediana del romanzo, quella scrittura che, tra i gaddisti, poco convinti della faccenda, si definisce diretta, avantestuale. Tenterà di rimediarvi Ines, staccando il verso vitale dal recto diabolico del giallo – ma recto e verso del pensiero, come il foglio di Saussure, non sono separabili: Ines precipita, di fatto, la crisi del romanzo, le puntate di Letteratura s’interrompono, non a caso, sul primo dei capitoli più vivi, il sesto. E anche quando le indagini ripartono, col settimo, le rivelazioni sono tali e tante, troppe per qualunque salvataggio del suspense – specie la prima serie, a carico dell’amica dell’amica, domiciliata alla Pavona, e dunque non della Tina, domiciliata a Tor di Gheppio e non iscritta, per questioni che vanno oltre la logistica, nei registri terreni dell’esecrando – da dover riportare, prima o poi, a lei, la Virginia: non più Troddu e sardegnola nel rinato romanzo, non più cioè predisposta dalla catena genetico-regionale ad accogliere il male, e peggio, il Diavolo. Non più quasi personaggio, tanto lo spazio le viene tagliato addosso: ma proprio per questo enigma meglio incarnato, e con quali carni, nella fitta cognazione albana, il cuginame di provincia, specchio di quello cittadino e Valdarena. (8)

Anche Ines, pertanto, centro apparentemente autonomo di raccolta e di smistamento delle simmetrie ufficiali del racconto (la figura di chiasmo, l’A-B-A-BA-B-A dei casi Balducci-Menegazzi), nasce dal segreto macchinismo dei capitoli quattro e cinque, da quel pensiero che, mettendo in crisi le strutture cognitive dell’inquirente – strutture fondate sull’antagonismo e materiatesi in racconto nell’arresto e negli interrogatori Valdarena –, dovrà fare i conti, penosi e banali conti, di una soggettività implosa, ridottasi a cercare l’assassino tra copie degradate della propria immagine, nella contiguità ad oltranza dei materiali e senza alterare la consecutio temporum del giallo (i crimini sono tutti compiuti, il commissario continua a non aver ucciso Liliana). L’effetto domino che consente di svolgere, e di aggravare svolgendola, la crisi del romanzo, non è certo prerogativa della Cionini.

Col ghigno di don Ciccio s’innesta, quindi, il doppio strutturale: produrrà il romanzo semi-espunto, il trattamento cinematografico, la catarsi non scritta; lo governa la coppia segreta la cui tensione all’incontro lavora di simmetria clandestina entro ed oltre i confini materiali del testo: nel testo, al suo centro, e fuori testo, quasi sua ombra, oltre l’explicit, nel Palazzo degli ori, nella scena dell’arresto – e prima dell’incipit, nel pranzo di San Francesco, di cui Ingravallo, il 20 febbraio, domenica, capitolo primo, ricorda in flashback, letteralmente, i soli dati che contano: Virginia, lampo di gloria!, ancora ammessa a tavola, ancora nipote e corpo di nipote; e il santo, onomastico del soggetto, povero di nome e di fatto, nei fatti dello spirito.

Dietro a Ines (il chiasmo dei dieci capitoli, cinque per caso), dietro alla Tina (capitoli uno e dieci, simmetricamente), dietro alla Norma (capitolo primo, se norma può chiamarsi un pranzo di carnevale), dietro all’ufficiale ambiguità dell’Abnorme (i restanti nove capitoli, le mancate Comprensione e Catarsi) opera, dunque, e dà frutto una coesistenza, un raddoppiato principio strutturale, una lassa dilatata di romanzo. I personaggi la narrano dinamicamente, interamente, ma senza buona pace di Aristotele. Eppure a turno riflettono le azioni e i tempi dello scrivere – le accelerazioni vertiginose, gli stalli, le faticose riprese –, facendosene araldo e disponendosi uno dopo l’altro, come tanti necessari miliari: prima Virginia, poi Ingravallo, nel pensiero vendicativo; prima Ingravallo, poi Virginia, e solo allora Ines, nel crollo della funzione inquirente; prima Tina, nell’explicit, e anche all’inizio, nel pranzo, ma solo in via strumentale e per approssimazione a quell’alcuno che attende per angoscioso lavoro della notte: solo, cioè, per portare – o non portare, cosa che dà eguali esiti – a Virginia.

Una tensione magica sembra sostentar sulle fiamme il pentolone gaddiano dove ribollono, con parvenze inattese, creature e forme tuttavia venutegli dal mondo. Così dalla forconate che l’autore di quando in quando regala al suo lesso, taluno penserebbe a una cottura laboriosa, a una vana magia. Ma tutti i pezzi di malabestia con i tutti i sedani e tutte le carote ch’egli butta a vorticare e dar vapore in quel subbuglio, rinvengono l’un dopo l’altro a galla secondo necessità: una rappresentazione formale si adempie. Dalla congestione si schiarisce il disegno; nel disegno si ferma il giudizio: l’amarezza, il dolore disperato, lo scherno, la carità, la speranza; e, incancellabile, il richiamo della terra. (SGF I 1238)

è l’annuncio, profetico, tanto è programmatico, del lavoro ancora tutto da farsi, nel ’38, all’altezza dell’annuncio della Cognizione. Vi contrasta, per la diversa chiarezza dell’autoesegesi, l’annuncio-saggio del ’63 all’uscita in volume del romanzo. Tra le due date, la maturità, i tre romanzi, la riflessione critica maggiore circa il dopo e in conseguenza di che governa la scrittura, la propria perlomeno, quel lavoro sulla forma dell’artefatto a partire dalla forma, non troppo avvenente, dell’artefice, che Gadda, strega degna di Macbeth, annuncia e realizza, teme e nasconde: autentico e solo ufficialmente ambiguo double, double toil and trouble.

Edinburgh University

Note

* Testo della relazione presentata a Roma il 19 maggio 2003 in occasione delle celebrazioni gaddiane per il trentennale della morte dello scrittore organizzate da Andrea Cortellessa per il Comune di Roma.

1. Rispettivamente Cinema, RR I 55 (verde gente, popolo dei pioppi); Adalgisa, RR I 306 (plasma germinativo), 309 (plasma totale), 291 (unica legge); Meditazione, SVP 865 (tutto coesiste); Gadda 1993a: 18 (sopra c’è). Ma si tratta di sintagmi ad ampia circolazione; per questo mi muovo liberamente tra più fonti in questa sezione, in cui riprendo parzialmente il lemma Indefiniti (veri e falsi) scritto per la Pocket Gadda Encyclopedia (Pedriali 2002d), argomento cui tutto il saggio si ricollega e da cui è partito anche un altro intervento ospitato da EJGS, Il cielo scritto di Gonzalo (Pedriali 2002b).

2. Giornale, SGF II 693 (alla famiglia); Azoto atmosferico, SVP 119 (nessun volume); Racconto, SVP 420 (tutti i soldati); Giornale, SGF II 472 (tutto è così), 626 (se tutti); Apologia manzoniana, SVP 593 (il bene di tutta); Racconto, SVP 498 (andiamo, andiamo).

3. Miti del somaro, SVP 902 (ognuno di noi); Una mostra di Ensor, SGF I 593 (ogni vizio); Racconto, SVP 401 (separazione); Un libro di poesia, SGF I 678 (comune); Castello, RR I 173 (ognuno era); Meditazione, SVP 847 (eguali). A proposito di cieli rinvio di nuovo a Pedriali 2002b.

4. Racconto, SVP 540. E precedentemente, Madonna dei Filosofi, RR I 103 (a ognuno sovviene); Dalle specchiere, SGF I 228 (avrebbe dovuto); Racconto, SVP 540, 541 (ogni cosa); Meditazione, SVP 748 (ermeneutica).

5. Racconto, SVP 406 (perché occorrono), 462 (romanzo della pluralità); Tendo, RR I 121; Racconto, SVP 395 (alcune figure).

6. Racconto, SVP 401 (regola), 403 (nulla di irregolare), 469 (se nulla è possibile); Cognizione, RR I 722 (ognuno, ogni estraneo).

7. Cit. da Pasticciaccio, RR II 119-20, 405 (finestre nere). All’importanza della declinazione strutturale dal quarto al quinto capitolo accennavo già in Pedriali 1999a. L’autoesegesi in questione è quella di Incantagione e paura (SGF I 1215). Una Comprensione e quasi Catarsi in termini di Contrappasso (folgorato ispettore = novello San Paolo) mi viene suggerita dal più regolare raddoppio del Soggetto Primogenito-Usuraio in San Pietro, Principe Primo della Chiesa in rivalità con l’altro Santo, Secondo Arrivato ed Usurpatore – raddoppio su dato storico-scritturale, oltre che edipico. A riguardo v. Pedriali 1999a, 2000b, e, più ancora, 2001b, specie la nota sul San Pietro del Crivelli.

8. Virginia vs. Tina. Sui termini meramente logistici della distinzione rimando ancora a Pedriali 1999a. Perché insisto sulla distinzione? La questione non è oziosa (cfr. de Lucca 2002) e riguarda la funzione araldica del personaggio. Non era Gadda a parlare del personaggio araldo? A lui certo l’idea non andava troppo a genio, ma qui intendo araldo di un passaggio obbligato, di una modalità per cui la scrittura deve passare: obbligo di passaggio di cui Gadda, specie all’altezza del Pasticciaccio, mostra di servirsi per fare romanzo. Parlerei, pertanto, di declinazione dei personaggi; di effetto domino, per tornare ad usare quell’immagine (cfr. Gadda 1997a: II, 47), di personaggi funzione – ossia di loro manifestazione a comando: dove il comando è strutturale e la struttura una linea, una successione di punti singolari che deve rendersi apparente.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-07-8

© 2004-2014 Federica G. Pedriali & EJGS. First published in EJGS. Issue no. 4, EJGS 4/2004.

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