Il cielo scritto di Gonzalo

Federica G. Pedriali

Comprendo, disse; ti riferisci a quello stato di cui abbiamo discorso ora, mentre lo fondavamo: uno stato che esiste solo a parole, perché non credo che esista in nessun luogo della terra.

Ma forse nel cielo, replicai, ne esiste un modello, per chi voglia vederlo e con questa visione fondare la propria personalità.

Platone, Repubblica IX, 592a-b

Infinito molecolare

Gadda non chiede che l’«ottusità generale del sensorio», che il mondo non lo raggiunga, non si faccia percepire; poi però mangia con gli occhi, vede coi timpani: la sinestesia è per lui una vera maieutica. Uscito sul terrazzo dopo cena, nel settimo capitolo della Cognizione del dolore, Gonzalo, suo ipersensibile alter ego, leva un viso quasi cieco «a rimirare alcune stelle»: «Ma non le vedeva neppure (come non si odono parole troppo ripetute) nella banalità superflua del cielo». Rifattosi sul terrazzo, nel capitolo successivo, e passatagli la cecità di chi non ce la fa più ad ascoltare, Gonzalo di nuovo guarda-ascolta, con sensi sintonizzati sull’eterno:

Per intervalli sospesi al di là di ogni clàusola, due note venivano dai silenzî, quasi dallo spazio e dal tempo astratti, ritenute e profonde, come la cognizione del dolore: immanenti alla terra, quandoché vi migravano luci ed ombre. E, sommesso, venutogli dalla remota scaturigine della campagna, si scancellava il disperato singhiozzo. (1)

Il passo ha una complessa storia variantistica iniziata con Un fulmine sul 220, nei primi anni ’30, e, in formulazione primitiva, nel Giornale di prigionia del ’18. In versione Fulmine, poi non passata nell’Adalgisa, alla disgiuntiva esistenziale – l’improvviso prendere o perdere colore delle cose sotto il trascorrere delle nuvole – veniva dato un accompagnamento ritmico da repertorio:

Imagini ed imagini le affluirono alla memoria: | vide, d’una campagna dove bimba era passata con la mamma, con la sua mamma!, i frumenti infiniti: e vi trasvolavano con celeri ombre le nuvole del giugno, bianchissime: al passar d’ogni nuvola un brivido percorreva la mietitura: l’assiuolo, dalle solitudini repentinamente oscurate, intermetteva il suo remoto singhiozzo. (2)

Corretto dalla Cognizione prima in cuculo (il chiù, uccello notturno, non dà il suo dittongo nelle ore del giorno), poi in cuculo sempre più metafisico (basti una variante: «in quella pausa il cuculo suggeriva allo spazio senza ragioni, venutegli da una metafisica, le brevi note del dolore»), il singhiozzo è dunque, all’origine, una condizione atmosferica in cui Gadda avverte un doppio dato ritmico: il pulsare del tempo – continuità uguale, metro perfettamente binario – e il pulsare delle cose – continuità diseguale, impermanente, claudicante, anticipo giambico della disgiunzione ultima:

[…] udivasi per tutta la luce il martello del maniscalco a battere, battere: piegando, piegando, scandiva l’ora di siesta, nel tacere della fatica di tutti ripreso per sé solo il travaglio. Dall’antro della fucina rendeva la percossa al monte: il rimando del monte precipitava sulle cose, dal tempo vuoto deduceva il nome del dolore. E dalla torre, dopo desolati intervalli, spiccavasi il numero di bronzo, l’ora buia o splendente. (3)

Un leopardiano sentimento del tempo? di fronte alla mietitura del frumento umano? di fronte al battere, al consumarsi delle stagioni del vivere, nei ritmi di un lavoro che, pur ripetendo, battendo un invariato memento mori, afferma anche la sopravvivenza, se non dell’individuo, della specie? Gadda, ovviamente, avverte tale battito, il trascorrere universale – con orecchio tuttavia più fine, più nevrotico ancora, sente però anche altro, sente cioè terribilmente nelle parole, rese, sì, inudibili dalla pronuncia continua che ne è stata fatta, ma certo anche fissatesi in un ritmo-nel-ritmo che non cessa di farsi cogliere: un senso ulteriore, un’associazione privata, diversamente archetipica. Difatti, di lì a qualche riga dalle due note sospese – note ormai prive di cuculo, divenute metro del pensiero nel processo variantistico –, Gonzalo dà il suo verso, d’animale più che di poeta, urlato dal terrazzo, verso i campi: «Di béola, di béola». Un senario perfetto, cogli ictus in mostra, a considerare plausibile la sineresi di éo. (4)

Il contesto, il delirio olfattivo al pensiero che gli anni non siano che «un rutto enorme» riversatosi da condutture intasate su scale «di béola nerastre», giustifica pienamente l’impiego del termine tecnico (la béola è materiale usato appunto in edilizia), perché è sempre bene precisare, anche se tutto, materia edilizia inclusa, è maleodorante processione verso il nulla. D’altro canto, il discorso diretto, l’urlo di Gonzalo indirizzato alla fonte, invisibile, delle due note, dal complemento di materia, dal di béola estrae esclusivamente la materia sonora; rendendola misura metrica piena col raddoppio, ne fa un contrappunto ritmico esibito, il contrappunto dello scherno sulla unità binaria di base. La musica, poi, non si limita a cuculo e personaggio, l’uno ineffabile, riassorbito dal testo nel processo variantistico, l’altro delirante, o semplicemente becero, sopra il basso continuo della materia e la linea melodica del dolore. Sturato dall’urlo di Gonzalo, l’orecchio, il nostro, coglie eccome il verso che così vien fatto a tutta la geminatio, vero e proprio stilema della Cognizione e di un po’ tutto Gadda, produzione saggistica inclusa, in corrispondenza persino troppo regolare di climax emotivi. Il fenomeno ha, cioè, per via della frequenza, valore retorico sospetto, o meglio, ha valore di cifra anche prima dei metri di Gonzalo.

Gadda, si vuol dire, nel raddoppiare parole sin troppo udite – specie nella seconda parte del primo dei romanzi maggiori, ma non solo in quella, e non solo nel pensiero dei personaggi, specie della madre del protagonista –, non le svuota, le denuncia, ne fa un enigma interpretativo e cognitivo su cui attira l’attenzione: perché il fenomeno, se è di stile, parte dall’anima, quell’anima che Gadda sa di non avere (da tempo sospetta sia «un’invenzione de’ filosofi», RR I 88), e tuttavia vede lavorare infaticabilmente anche dal livello soglia, cioè da quegli opposti limiti, molecolare e stellare, oltre i quali è la non-anima, l’impercettibile, l’inorganizzabile.

In rassegna davvero minima, dal quinto capitolo, il primo della seconda parte, il tratto della madre: «sapeva bene che nessuno, nessuno mai ritorna»; «le anime erano un torbido enigma, davanti a cui si chiedeva angosciata – (ignara come smarrita bimba) – perché, perché»; «il vento, che le aveva rapito il figlio verso smemoranti cipressi, ad ogni finestra pareva cercare anche lei, anche lei»; «e la inseguivano fin là, dov’era discesa, discesa, nel fondo buio d’ogni memoria»; «Il suo pensiero non conosceva più perché, perché!» (RR I 673-76). E più avanti, passando al figlio, «quel solo» che ancora appare, «talvolta, all’incontro», chiamando «“mamma, mamma”, se pur non era sogno», che «mai, mai» adopererebbe i compagni morti per fare poesia o romanzo, e la cui disperazione, sempre nella resa stilistica della madre, «no, no», non conosce misura – durante la cena del sesto capitolo, evento quasi solo mentale visto anche il tenore calorico dell’offerta materna, Gonzalo emette un pluri-ripetuto «tutti, tutti», puntuando così di due accenti l’enumerazione grottesca di tutti gli altri, gli attavolati, i ben nutriti, gli inclusi, cui la sua identità singola, non ribattuta, di indefinito negativo oppone conclusivamente l’incipit del settimo capitolo: «Nessuno», ovvero Gonzalo in quanto nessuno, «conobbe il lento pallore della negazione». (5)

Vizio stilistico di vecchia, vecchissima data (attraversa, a ripercorrrerla, l’intera opera, a cominciare dagli studi compositivi per il primo abbozzo di romanzo, Racconto italiano, con incipit che passerà invariato all’Adalgisa: «Un’idea, un’idea non sovviene […]», SVP 419, RR I 291), la geminatio mette, dunque, in evidenza e, più ancora, in cifra un’intera archeologia della mente. A ridirne qui la storia per sommi capi, partendo dal raddoppio della parola singola e dalla soglia molecolare del lavoro dell’anima: in un tempo primo, preconflittuale, e in una mitologia dell’io, madre e figlio scandivano ritmi binari su misure perfettamente alterne di tempo. Ed erano bimbi tra bimbi, anime di uguali, minima ed autonoma patria d’anime, produttori di parole fraterne, gemellate – parole tra cui non era precedenza o preferenza (come distinguere, difatti, tra ciò che invariato si ripete?), pur nell’apprensione che il battere già significasse un trascorrere (il dittongo-singhiozzo della bimba-assiolo tra i frumenti infiniti alla mietitura, l’allarme del bimbo nel saluto mamma mamma).

Il tempo primo è stato, però, un falso battere egalitario. Mentre dichiarava uguali i suoi nati, già infatti li assegnava alla differenza, in una disgiunzione subito conclusiva dei destini. Riproporlo, ora, nel tempo finito della Cognizione e in un’incertezza che solo batte, più non domanda perché perché, equivale quindi a far risentire nella cruda meccanica dei dati ritmici (cosa che la geminatio invero sempre rischia, a dispetto dell’emozione che vorrebbe trasmettere) il suono di un raddoppio pieno e fraterno, che è proprio quanto il destino di Gonzalo non è stato, perché alla parola storica, al Logos incarnato, differenziato, ossia ai figli del Padre – referente ultimo della geminazione retorica – è stato applicato un principio oppositivo fisso, o luce o buio, con metro per nulla ritmico di giudizio. Da cui la denuncia, lo scherno dell’esibizione retorico-ritmica, in codice appropriato al segnale emesso, il caso di tutte le esibizioni gemellari del romanzo. (6)

Ma se la figura della madre del romanzo della maturità – a sua volta anziana, avviata alla morte per aggressione di marca filiale – è colpevole di abusare dello stilema della fraternità, dell’uguaglianza dei suoni e delle persone, avendolo attivato, per automatismo dell’amore più ancora che del dolore, al pensiero del figlio tragicamente scomparso (il «nessuno, nessuno mai ritorna» della prima geminatio materna, in apertura della seconda parte), Gonzalo, la parola primogenita, ovvero il figlio maggiore che mal tollera i raddoppi essendo stato raddoppiato in meglio, nella luce, dal fratello minore, non è certo meno colpevole quando dà a sentire di polemizzare con l’uso parziale, a suo dire e ribattere iniquo, che è stato fatto dell’uguaglianza originale.

Sulla Cognizione si stanno, cioè, rapidamente chiudendo «gli ultimi cieli dello spirito». È, difatti, con certezza amletica e solo ormai per «scrupolo procedurale […] di timbro anglosassone» che Gonzalo attende che la madre esibisca, in tutti i codici, le due diverse note del suo amore dei figli, l’ora buia o splendente di un inappellabile decreto esistenziale. Ed è con l’incertezza certa di «vittima già ipotecata» dal destino che la madre, al primo incontro col figlio, nell’incipit del sesto capitolo, saluta il ritaglio nero apparsole contro l’ultimo crepuscolo nel vano della porta-finestra, l’Estraneo, il Nessuno sorto dal buio tra lei ed i Dioscuri, sorti a loro volta, con licenza astronomica, dalla sera, dal dopo tempesta, dal settembre – già evidentemente cognita delle conseguenze, saluta tale figlio ed emanazione della Notte, invitandolo a guardare, e porgendogli un ascolto, la pronuncia dei «nomi delle due stelle», fraternità nient’affatto «salva». (7)

Infinito stellare

L’educazione di Gonzalo è presto detta: «munificenza pirobutirrica […] maglia rattoppata […] geloni ai diti […] sei gradi di amor paterno addosso […] un fumo da far inverdire le meningi». E castighi, «perché i diti gelati non potevano stringer la penna». Ottimi i progressi dello scolaro, perfetto il suo «mal di gola sul Fedro». Fedro come in Platone, secondo l’indice dei nomi dell’edizione Isella, e dunque non il favolista. Ma gli indici, si sa, non ammettono attribuzioni doppie. (8)

Del resto, l’aver patito il freddo sul Fedro, in cui persino Socrate cerca refrigerio dal mezzogiorno ateniese, è ingiustizia poetica assai riuscita. Un «rendimento termico nullo» (RR I 709) viene così ad accomunare i paradeigmata platonici e la famiglia lombarda, i curricula studiorum e le stufe di casa: realtà educative a programma unificato, la rinuncia alla vita; brillanti i risultati conseguiti, avvelenamento cioè a pieni voti. «Filtrava, filtrava silente, il CO, lungo le crepe di non mai a bastanza elaudate “pareti domestiche”» (RR I 763). Dal tossico invisibile, l’educazione ricevuta, Gadda sintetizza un libro di testo, uno dei vari libri di testo su cui Gonzalo, assordato, avvelenato, e quarantacinquenne, prepara la sua finale bocciatura di soggetto parimenti distrutto dall’imperio etico e dalla cognizione che di lui hanno i viventi.

Gonzalo, soprattutto, continua a rileggere Platone, paradosso ben segnalato. Nei due pomeriggi in villa della seconda parte del romanzo (e il due è segno sufficiente di una pratica fissa), l’ultimo discendente maschio dei Pirobutirro discende prima dal Parmenide, poi alla stessa ora e probabilmente per sorbire lo stesso caffé (ma il giorno è un altro e quindi il caffè eraclitianamente non è più lo stesso) dal Simposio o dalle Leggi. Non che Gadda stia pensando di mettersi a scrivere l’annunciata postilla al Timeo, progetto sulla cui menzione si chiude il primo capitolo, il tarantolismo filosofico gli è davvero passato. Ma è indubbio che prima di sparire, prima di adempiere quel voto del silenzio che sta dietro ogni «chiassoso e doloroso frastuono» della parola scritta, intenda dire la sua su quell’«immagine mobile dell’eternità» che è il cielo e, dunque, sul tempo (attenderà poi, per sparire del tutto, di aver detto qualcosa pure sullo spazio, col Pasticciaccio). Intende cioè pronunciarsi sui modelli culturali, sulle macro-strutture, sull’impossibilità di andare oltre al soggetto per inseguire l’infinità della materia, anche perché fin dove arriva il suo sguardo, pur così acuto, la «cava fonda del cielo» non smette di essere trapuntata dall’assordante agenzia platonico-familiare (non diversamente il meccanismo celeste assorda nel Somnium Scipionis ciceroniano):

Frasi e parole «scolpite nei cuori». Si fissano come costellazioni nell’eros caparbio di certe femmine e le più rare oche portano in dote una dozzina almeno di cotali ideogrammi. I quali assumono valore di paradigma etico, di canone pratico: e come il nulla genera il nulla, così quelle celesti musiche generano le musiche tragiche, gli atti spropositati, gli atti inutili, e lo sperpero delle fortune e dei destini: piegano talora verso l’ombra il destino dei figli, per una parola! per una parola ch’era bella da dire, da sentir dire! (9)

Parole del ’36, e dunque del periodo incubatorio della Cognizione (tutto è incubazione in Gadda, con lontane origini, ma qui si può parlare di incubazione diretta e nell’immediato). Nei primi modi della maccheronea saggistica (il saggio, uno dei più antichi dei futuri Viaggi la morte, conclude con una «moraluzza» che anticipa anche Il primo libro delle Favole), Gadda sta esplorando una sua improbabile Poetica – questa sarebbe (ma non sarà) poco più che un capitolo dell’Etica, materia e disciplina che già nel San Giorgio in casa Brocchi, del ’31, veniva sbugiardata, nell’entusiasmo per l’idea, dall’insegnante di latino, suo fautore: «E l’etica, è il credo sublime dei dominatori del mondo». (10)

Appunto. Gadda, che dominatore del mondo non è, neppure sogna «un bel regno dei cieli senza Trinità», libero di categorie e categorizzatori, depolarizzato. Si considera, difatti, costretto all’ombra, all’identità tenebrosa, ai ritmi claudicanti, per una parola che non è stata detta (gliene hanno offerte sempre almeno due) – eppure si sa, si riconosce perfettamente singolarizzato dal vizio: «Ogni vizio ci singolarizza, perché ogni vizio ci separa, ci astrae dal nostro destino più vero: e deturpa il volto a una smorfia, se pure involontaria» (da Una mostra di Ensor, saggio del ’50). Rivendica cioè certo a sé le «ragioni del dolore», e del rumore: ma non ha la coscienza a posto, tutt’altro – oggetto di cernita, si è fatto cernitore, peggio usuriere, come il San Pietro del Crivelli, principe dell’usura cristiana, del giudizio edipico: sguardo «nero e scrutatore», paio d’«occhi annidati, incavernati sotto la fronte a esecrare e a maledire in anticipo tutti gli avversari del santo grùzzolo» (così nel Cetriolo del Crivelli, saggio del ’61, e ricordando il Trittico visto a Brera da ragazzo). (11)

Invero, sul suo tema più importante e ribattuto – l’Umanitaria, ovvero l’uguaglianza di tutti i nati, ideologia pre-edipica e utopia a-politica (è la polemica, per dire, implicita alla figura e alle vicende del gramo, l’operaio socialista di Meccanica cui il rivale, luminoso, vittorioso, preferito dalla vita, contende ogni ruolo, anche quello di vivo) –, Gadda non ha proprio la coscienza a posto. Sa, però, come quell’altro grande sadico, Amleto, di poter punire con giustizia, anzi di dover impartire, lui ancora studente di Platone nella mezza età, una lezione agli educatori, tutti egualmente inequanimi, perché parziali ai sorrisi, parziali alle attrattive della persona dell’educando, ergo inabili all’educazione. «Quis custodiet ipsos custodes?» Difatti: «missione forzatamente negativa». Cancellerà, tra l’altro, «il male e l’obbrobrio» di una pedagogia che, non ammettendo repliche, non ha esitato a scriversi i suoi miti sul foglio nero della volta del cielo. Da Meditazione: «Ed ad ora ad ora, inoltre, mutuate le sorti, giocherà l’uno e l’altro il gioco della tenebra e della luce, come li antichi congèmini, figli di Leda». Come no. Con la testa «disimmetrizzata» dal non mutuare delle sue sorti (di non prescelto, di primogenito declassato a gemello, e peggio), Gadda osserva il cielo della cultura, scrive equinozi – il suo studio dell’infinito celeste non sarà soggetto a vertigine alcuna:

Dopotutto, potenti motivazioni culturali (libresche! libresche!) animano la letteratura moderna e qualunque letteratura post-pliocenica: dopo tutto sono opere letterarie anche il Timeo e la Divina Commedia. (12)

Agli equinozi, al momento dell’anno in cui dovrebbe cioè regnare un’equa distribuzione di luce e buio, Gadda arriva da un lungo apprendistato (vi tendono, da opposte stagioni, e con analogo intento rieducativo, sia Cognizione, ambientata tra fine agosto e seconda metà di settembre, che Pasticciaccio, la cui azione, una decina di giorni, perviene alla soluzione il 23 marzo). Per arrivarvi, Gadda deve imparare a dire cose molto semplici e terribili in una prosa che gli va facilmente al calor bianco, l’opposto di quel «senza suono» e «senza terribilità» dei monti di morte della sua guerra. Ancora da Meditazione: «dov’era una cellula se ne fanno due, e dove due quattro» – e più avanti: «ma se alcunché sarà il suo doppio, è già ora il suo doppio, poiché nulla si crea» – e poi: «La Mente che mi costringe a differenziare […] deve fornirmi il mezzo di creare questo diverso» – e ancora: «gli eletti si ergono, come parole di verità, sulla confusione tenebrosa che viene indotta in chi deve delinquere» – e conclusivamente: «dissolverò li eroi […] farò sparire li eroi […] spiegherò cosa essi sono in un sistema più vasto di relazioni». (13)

Ancora e sempre questioni di polarizzazione male amministrata, e conseguente rifiuto della legge dell’esistenza – la differenziazione dallo Stesso, dall’Uno –, con sua vilificazione nella protesta e a fini vendicativi. Il mito teoretico, il progetto politico di Platone (consanguineità totale, de-individualizzazione dell’uomo, sua riduzione alla perfezione del numero), la feroce cernita platonica (perché la città ideale prosperi su uguali rigidamente distinti per nascita o stella d’origine, educazione, professione, diritto alla riproduzione), tutte convinzioni che per quanto contraddittorie pur sarebbero un nobile credere, a chi ha cercato disperatamente di credervi da un «sacerdozio» forzato con la tenebra (arrivando persino a prestar fede alle meraviglie autarchiche, sovra-individuali del fascismo), da lungo tempo suonano un falso mito, una pseudo-etica – da denunciare, o meglio, da sfruttare: «E di codeste iscioperate razzumaglie te tu vuo’ rizzar la repubblica perfetta? O Plato, cùrati» – da Eros e Priapo. E dai Viaggi la morte:

Il «bene» si separa dialetticamente dal «male» attraverso le disgiunzioni operate ed espresse da una storia, vale a dire da un’esperienza: non è bene dove non è altrettanto male nella dialessi del mondo: bene-male sono i due diòscuri altalenanti sulla linea d’orizzonte, che quando l’uno sorge, l’altro sommerge. (14)

Di nuovo, quindi, e invariabilmente, nella satira gaddiana, il gioco egalitario che non s’è dato, e che per darsi non richiedeva che una «pedagogia intelligente» (matematicamente equanime, visto Platone e certi pensieri totalizzanti che da lui prendono spunto, è meglio tutto sommato che la pedagogia non sia). Gadda, si vuol dire, dal suo buio d’anima subito dichiarata difforme, ha osservato, e quanto, il cielo delle favole della collettività. È arrivato a concluderne che la cultura della copia, il voler lasciare un’immagine di sé, l’organizzare il cosmo su un sé «ipergravidico», disumanamente coesivo e più ancora esclusivo (esclude, considera altro da sé il male, la negatività), porta i padri, gli educatori, le madri, soprattutto le madri, a mettersi nel firmamento solo quei figli che «li onorano secondo la carne»; paradossalmente, l’Idea, il bel «mondo delle idee», è una Biologia a determinarli. Ne ha concluso, inoltre, che il suo compito, la «dissoluzione dei miti» e degli eroi, è ben più ingrato del lavoro di Amleto; non a caso nella Cognizione, dove tutto ciò ha luogo per la prima volta compiutamente in un romanzo, suggerisce un incremento metaforico di gravità, l’immagine cristica: «Tutto il calice, coraggio, hop! Non era il tipo del transeat a me». Altra favola anche quella, che però viene sempre utile. (15)

Nel tempo finito della Cognizione, ma con maggiore tensione temporale rispetto al Pasticciaccio, Gadda allega, dunque, «agli atti» anche il «mappale» stagionale del dramma. Segnalando, per soprappeso, la propria inettitudine astronomica (questo mentre ridicolizza il Carducci del tramonto «all’incontrario» della Canzone di Legnano, tutto però fa segnaletica), Gadda cioè allega l’inarrestabile declinare di luci e calendario verso due punti della meccanica celeste e liturgica, equinozio e Addolorata, mater dolorosa che dolora sul corpo illividito dell’Altro, del figlio e ora-di-luce che il soggetto non è stato, che qualcuno ha decretato non potesse, non dovesse essere. È in questa sequenza temporale-astronomica che la madre-madonna sarà aggredita – per la «Madonna di settembre» si va, invero, già dalle prime pagine del romanzo che è ancora agosto pieno, e sarà «passata», maturata improvvisamente nottetempo, come le pere a San Carlo, a qualche pagina dalle fine. Sempre per soprappeso polemico, Gadda allega anche i Gemelli, i Dioscuri, in riquadro, nell’incipit del sesto capitolo, portando, forzando la madre alla pronuncia dei nomi delle due stelle, fuori testo, e fuori d’ogni astronomia, australe e boreale, vernale e autunnale – forzandola, cioè, ad esibire un falso astronomico-affettivo, a dichiarare salva una fraternità che non lo è. (16)

L’autunno, perfetto habitat conclusivo del soggetto – l’infernale non-mondo delle non-forme che segue la dissoluzione dei miti e degli eroi, della favola dei Dioscuri, dei falsi Gemelli-in-riquadro, dei figli e del loro equo alternarsi, in morte e in vita, quasi fosse ancora possibile il gioco infantile, pre-conflittuale – costituisce il non posponibile explicit del romanzo. Difatti, non potendolo posporre, Gadda lo anticipa, nella soluzione strutturale della prima edizione in volume della Cognizione, del ’63. Continua cioè a lasciare inediti i due tratti conclusivi, gli attuali capitoli otto e nove, già pronti, per quanto ad un grado elaborativo inferiore, dal ’41 – ne fa le veci, con salto del passaggio di stagione, e dunque senza equinozio né Addolorata e molto altro ancora, Autunno, testo poetico del ’31.

A certi calici va però visto il fondo. E il testo, che nel ’63 chiudeva, narrativamente, sulla rimappatura spaziale dei luoghi (altro segnale, nel ripetersi della descrizione della villa, altra manifestazione del tentato arresto in extremis del progresso della vicenda verso quella che si sarebbe tentati di chiamare Madonna dell’Equinozio), riprende a declinare correttamente – dopo la soluzione intermedia del ’70, in cui Autunno faceva da interludio tra i capitoli sette e otto – nel ’71, con Autunno infine «estratto dal corpo del romanzo» (RR I 879), gli esiti che attendevano interamente soddisfatti dalla esecuzione-degradazione piena, e dispersione minima, della materia narrativa.

Edinburgh University

Note

1. RR I 731-32. E sopra, cit. da RR I 622, 710. L’espressione vedere coi timpani viene ripresa dal Castello di Udine: «Dentro il peso greve delle palpebre il signore taciturno, ecco, vedeva coi timpani» (RR I 266). Lo stesso concetto, in versione Meditazione milanese: «l’organo di senso non lavora a un mestiere ma a più mestieri» (SVP 665); e in genere, sul lavoro collettivo, sinestetico, pur nella specializzazione, del sensorio, SVP 661-71. I due titoli interni del saggio sono suggeriti anche dal seguente appunto: «Infinito: Considerazioni analoghe a quelle dell’atomo si possono fare per il suo antipodo, l’infinito stellare. Esso è il termine logico (giustificativo) attuale nel sistema della conoscenza» (SVP 719).

2. Gadda 2000b: 185. Un accompagnamento binario era presente già nel Giornale: «Il sole s’era oscurato; prati, campi di avena, un vagone ferroviario sopra un tronco morto […] una spaventosa solitudine. I preti cantavano e tacevano, mentre la campagna si colorava nel sole o si metteva in ombra, secondo il trapassar delle nubi» (SGF II 810, miei corsivi).

3. RR I 714. Sul chiù-cuculo, motivo di «probabile ascendenza pascoliana», fissato, in Cognizione, proprio tramite il processo variantistico (avrà riprese tarde nel Club delle ombre e nel Pasticciaccio), cfr. Gadda 1987a: 421-22.

4. RR I 732. Contro la sineresi di éo (del resto attestata nello stesso Carducci «un corteo nero») parla l’etimologia del nome della roccia metamorfica, dal toponimo Bevola nella Val d’Ossola, in cui una fricativa separava le due vocali. Devo l’osservazione a Emilio Manzotti.

5. Rispettivamente, RR I 690 (quel solo; mamma), 682 (mai, mai), 688 (no, no), 695, 700 (tutti, tutti), 703 (nessuno conobbe). Il ribattuto tutti tutti parte dalla formula alimentare ed etica di famiglia (la liquida cena è detta due volte «tutto quello» che deve bastare al figlio, dei cui casi invece è bene che «tutto, tutto […] si soppesi», RR I 691). Era già stata sperimentata in vari scritti giovanili (cfr. Racconto, SVP, 498: «Andiamo, andiamo tutti, tutti. È il nostro cammino»), e sicuramente nel San Giorgio in casa Brocchi: «E quello che avevano tutti, tutti! ogni più modesto figlio dell’umanità» (RR II 690). Similmente breve alla voce geminatio – fenomeno invero troppo regolare e capillare per l’esemplificazione – la rassegna offerta da Manzotti (Gadda 1987a: 257-58).

6. Oggetto di ritorsione gemellare, in Cognizione, sono ad esempio le buccole. La madre, esibendole, ne fa un’apologia della sua equanimità di educatrice (di gioielli uguali, indistinguibili, perfettamente alternabili): apologia muta, per correlativi oggettivi, della democrazia dei preziosi, sul dato archetipico e aneddotico – Cornelia docet – dei figli gemma e gioia. All’esibizione Gonzalo, non a caso, risponde cripticamente a tono: «i brillanti non ti salveranno» (RR I 611) – la pedagogia del raddoppio (i figli orecchini) ha comportato, difatti, non lo scambio, non l’alternabilità, ma l’assegnazione dell’ora (o luce o buio, appunto, e detto in persone: gemello luminoso e tenebroso).

7. Rispettivamente: RR I 676 (ultimi cieli); «Amleto» al Teatro Valle, SGF I 540 (scrupolo procedurale); RR II 31 (vittima); RR I 685 (nomi; fraternità). In un riquadro-finestra dell’ottavo capitolo della Cognizione (nulla a che a fare con villa Pirobutirro), è rinvenibile il principio compositivo, falso incluso, del disegno-in-finestra dell’incipit del sesto: «la finestra […] era spalancata sul buio e ne puntuavano il riquadro, come bugie, le fredde stelle nell’alto, sopra la nera macchia della montagna» (RR I 719-20).

8. RR I 636-37. Il mal di gola sul Fedro non viene ritenuto di pertinenza platonica da Manzotti, e giustamente, visti i materiali espunti riportati in Appendice: «Egli aveva nepotato e fedrato e tibullato con un mal di testa […]» (Gadda 1987a: 179, 514). Sulle letture platoniche ufficiali di Gonzalo, con titoli cioè in corsivo (Timeo, Parmenide, Simposio, Leggi), cfr. pp. 108, 386, 411; sulla citazione «probabilmente a memoria dalle Leggi» del capitolo conclusivo («Ma le leggi della città perfetta devono», RR I 750), p. 463; per un diverso richiamo al Fedro, il contrappunto delle cicale al colloquio di medico e paziente, p. 111. Va però detto che la non corsivizzazione di un titolo è frequente in Gadda; il primo dei libri di testo di Gonzalo, la kantiana Grundlegung zur Metaphysik der Sitten, non porta nemmeno l’iniziale maiuscola («l’ultimo hidalgo leggeva il fondamento della metafisica dei costumi», RR I 605). E limitatamente ai cinque titoli platonici di Cognizione, che poi sono anche i soli che Gadda citi nel corso degli anni, Fedro e Timeo non vengono messi in corsivo in Castello di Udine (RR I 202), Eros e Priapo (SGF II 231), e nella recensione al Créatures chez Balzac di Pierre Abraham (SGF I 729). Coniugando, pertanto, il sì e il no – Isella e Manzotti –, si è tentati di sospettare che a Gadda non sarebbe affatto dispiaciuta la confusione di Fedro e Platone, entrambi, a suo modo di intendere, supremi favolisti. Non a caso Gadda chiama ironicamente in causa proprio Platone quando deve demitologizzare la «bugia» che è il romanzo «favolone»: «Plato identifica le due brutture» (Meditazione breve, SGF I 447).

9. Meditazione breve, SGF I 450. E sopra, cit. da: SGF II 834 (doloroso e chiassoso frastuono); Timeo 37d 5 (immagine mobile); RR I 73, 81 (cava fonda). Sulla costruzione spaziale del Pasticciaccio, v. Pedriali 2001b.

10. SGF I 454; RR II 669. La moraluzza conclusiva del saggio del ’36 (da cui si estrae la battuta iniziale: «è bene rimettere alle parole e alle favole un mandato provvisorio, e direi, una limitata procura») anticipa d’un paio d’anni le prime moraluzze del Gadda favolista (cfr. SGF II 904).

11. Cit. rispettivamente da Il faut d’abord, SGF I 612 (bel regno); SGF I 593 (ogni vizio); RR I 704 (ragioni del dolore); SGF I 1187 (nero e scrutatore; occhi annidati).

12. Pierre Abraham, Créatures chez Balzac, SGF I 729. E sopra, cit. da: SGF I 466 (quis custodiet), 540 (missione; male e obbrobrio); SVP 872 (mutuate le sorti); RR I 147 (disimmetrizzata).

13. Cit. da Meditazione: SVP 652, 654, 681, 675, 716. Da una poesia in due tempi (1917 e 1919, con riordinamento del ’33): «Le nuvole passano il muto | Cielo. Ha taciuto | La battaglia. Tace coi morti | Il monte, | Senza suono, senza terribilità» (Gadda 1993a: 11).

14. Il faut d’abord, SGF I 613 (il bene). E sopra cit. da: SGF I 460 (sacerdozio); SGF II 234 (e di codeste).

15. SGF I 473 (pedagogia intelligente); L’egoista, SGF I 659 (ipergravidico); RR I 635 (mondo delle idee); SVP 675 (dissoluzione dei miti – titolo del paragrafo VIII di Meditazione); SGF I 469 (onorano secondo la carne); RR I 728 (tutto il calice) – e già dal primo capitolo della Cognizione, «Oh! non era il tipo, così la favola, del transeat a me» (RR I 603). Così anche per Ingravallo: «Don Ciccio stava per vedere il fondo dell’ultimo per così dire calice» (RR II 23).

16. RR I 712 (atti; mappale), 740 (passata) – cfr. 575 («si andava già per la Madonna di settembre»), e 728, per la maturazione miracolosa delle pere pirobutirro; sull’«astronomo Carducci» e il noto «tramonto all’incontrario», 722 («si riferiva probabilmente ad immagini astronomiche e geofisiche dell’emisfero australe, dove possiamo precisamente riscontrare che il sole tramonta alla sinistra di chi lo guarda»), 728. Si veda inoltre la nota astronomica iniziale del romanzo poi non inclusa (come non verrà incluso lo schizzo dei luoghi): «I fatti enarrati nel presente racconto occorsero in un paese del Sud America dove si riscontrano alcuni fenomeni che è assolutamente necessario di tener presente: 1.) la inversione delle stagioni in rapporto all’andamento dell’emisfero boreale, per cui settembre è marzo, ottobre è l’aprile, novembre è maggio, e viceversa. 2.) Il sole nasce a destra di chi guarda il suo arco nel cielo […]. 3.) Le costellazioni e le stelle australi sono altre dalle boreali […]. Tuttavia l’Autore, preso consiglio da fisici illuminati e cogniti altresì delle questioni di lettere, ha ritenuto di dovere adottare le notazioni atronomiche e stagionali, i nomi de’ mesi in rapporto al ciclo stagionale proprii del nostro emisfero come più prossimi alla immaginativa dei suoi lettori d’Europa» (Gadda 1987a: 509). Sulla licenza astronomica che riguarda i Gemelli, non visibili al tramonto in nessuno dei due cieli o equinozi, si veda un primo accenno nel mio The Mark of Cain: Mourning and Dissimulation in the Works of C.E. Gadda, in Dombroski e Bertone 1997: 152-55. Per la segnalazione della propria «leggerezza» in fatto di materia astronomico-zodiacale si veda anche L’Adalgisa, RR I 418, 422, dove, per quanto baroccamente, e con «spirito cialtronico» (e con ennesima deriva da Cognizione, la nota di chiarimento non figurava infatti in Un fulmine, cfr. Gadda 2000b: 101), Gadda dimostra di saperne quanto basta di costellazioni equinoziali.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-03-5

© 2002-2020 Federica G. Pedriali & EJGS. First published in EJGS. Issue no. 2, EJGS 2/2002.

Artwork © 2002-2020 G. & F. Pedriali. Framed image: The pattern in the stars – after a 1916 photograph of the Gadda brothers.

All EJGS hyperlinks are the responsibility of the Chair of the Board of Editors.

EJGS is a member of CELJ, The Council of Editors of Learned Journals. EJGS may not be printed, forwarded, or otherwise distributed for any reasons other than personal use.

Dynamically-generated word count for this file is 5838 words, the equivalent of 17 pages in print.