Execution of Cesare Battisti

«La guerra è cozzo di energie spirituali».
Estetica e estetizzazione della guerra

Christophe Mileschi

«Nessuna etica astringe il biografo a mentire “pro bono ecclesiae” (1)
… io nel pensier mi fingo…»

1. Introduzione: il racconto e la guerra

Che cosa sappiamo del mondo, come lo conosciamo, se non attraverso le storie che raccontiamo a noi stessi, le immagini che ci proponiamo, in un linguaggio o in un altro? E può un racconto non essere finzione, ma rappresentare invece l’oggetto stesso, il fatto in sé? Ceci n’est pas une pipe: un incolmabile abisso si apre tra la cosa reale, da noi mai direttamente raggiunta, e le sue rappresentazioni, uniche realtà conoscibili e manovrabili.

è questa per me una consapevolezza fondante, che però non tarda a fornire da pretesto a certe dottrine detestabili. Tuttavia, ritenere che il racconto sia soprattutto invenzione prima ancora che registrazione di un evento, e tutt’altro che immediato (non mediato), non autorizza affatto a negare che l’evento sia effettivamente esistito e abbia prodotto dei cambiamenti.

Il negazionismo è un modo di pensare la storia che può condurre ad una lettura falsa e distorta dell’umana sofferenza, di qualsivoglia livello ed epoca, di tutti i tipi di violenza del potente nei confronti del debole, per negarla e implicitamente giustificarla. Ma se ora noi assecondassimo i metodi dei negatori della storia, parlando della Prima Guerra mondiale, questi risulterebbero legittimi anche rispetto alla Seconda, e per tale ragione mi preme qui chiarire nettamente il mio presupposto fondamentale: non vi sono, certo, racconti veri (ossia del tutto conformi all’accaduto, esaurientemente descrittivi e esplicativi di cause, fenomeni, addentellati, conseguenze) della realtà della guerra; ma vi sono realtà che un racconto della guerra non può ignorare. Oppure, in modo più sintetico e paradossale: non ci sono racconti veri della guerra, ma indubbiamente ce ne sono di falsi.

2. L’idealizzazione della guerra

La Prima Guerra mondiale si contraddistingue per varie peculiarità – inedita ampiezza, assurdità di tanti massacri, esasperazione e nel contempo vanificarsi della retorica che legittima moralmente i conflitti armati, (2) eccezionalità tecno-scientifica, ecc. – che ne fanno un modello di atrocità dell’epoca contemporanea: l’industrializzazione del massacro. Nel carnaio della trincea si coglie una prefigurazione, addirittura une preparazione di stermini di là da venire:

La Prima Guerra mondiale appare una cesura essenziale del nostro tempo, l’inizio della morte di massa programmata di uomini trasformati in cittadini-soldati, stritolati dalla ragion di Stato. Per oltre quattro anni, gli Stati moderni […] hanno portato avanti una politica da mattatoio industriale. Hanno assuefatto le menti alla violenza di massa. Ed è tale assuefazione alla violenza collettiva ad aver pervaso le mentalità degli anni trenta. (3)

Moltissimi presentirono, talora prima ancora che avesse inizio (è noto il caso di Romain Rolland), che quella guerra avrebbe poi aperto una sterminata sequela di abominazioni. Abbiamo fra l’altro le testimonianze di scrittori, come Remarque, il quale, a guerra finita, prevedeva un futuro spaventoso per la sua generazione di assassini coatti:

Per anni, siamo stati occupati solo ad ammazzare; questa è stata la nostra prima professione nell’esistenza. La nostra scienza della vita si riduce alla morte. Che mai succederà dopo tutto ciò? E cosa mai diventeremo? (4)

O come l’ungherese Andreas Latzko, le cui novelle, scritte e pubblicate durante la guerra, rivelano una lucidità – oltre all’altissima qualità letteraria – che tuttora risulta quanto mai rara, anche in chi parla o scrive di guerre attuali:

Il fronte!
Sono io il malato, perché non posso senza rivoltarmi né pronunziare né scrivere simile parola? I pazzi veri non sono coloro che considerano la fabbrica dei mutilati, l’industria dei cadaveri e tutto il suo dotto macchinario con un miscuglio di devozione affascinata e di romantica nostalgia? Non sarebbe forse più logico interrogare loro sul loro stato d’animo? Tocca a me rivelare ai miei medici, ai miei cani da guardia, le parole che hanno fatto tutto il male, le parole divoratrici di vita, scagliate come lupi arrabbiati contro l’umanità? FronteNemicoMorte gloriosaVittoria… Con la lingua infuocata, con gli occhi sfavillanti, quei molossi, quelle parole maledette, corrono per il mondo. Ecco milioni di uomini sani con tutti i vaccini in regola: le parole li mordono, li assillano, li spingono gli uni sugli altri. Fanno sì che si accatastino cantando nei treni. Sì che si spappolino, si infilzino, si fucilino, diano la propria carne, le proprie ossa per comporre la pasta sanguinosa con la quale si farà il dolce in cui i furbastri morderanno felici con tutti i denti: quelli che avranno venduto alla patria delle pelli di buoi con un utile del cento per cento, invece di portare la propria pelle sul mercato per trenta soldi al giorno… (5)

Se avesse potuto leggere il giornale che l’ufficiale Carlo Emilio Gadda ha tenuto durante la guerra, tra il 1915 e il 1919, Latzko vi avrebbe trovato senz’altro un vero e proprio modello della retorica di cui parla nelle righe succitate. Se «la militar gloria è distrutta» con l’invenzione dell’archibugio, stando all’Ariosto, non v’è dubbio che è poi rinata, per Gadda, e per tantissimi come lui, e gode anzi un’ottima salute all’epoca del lanciafiamme, dei bombardamenti aerei e dei gas asfissianti. Il Giornale di guerra e di prigionia è in effetti esemplare dei vari aspetti di «quel sentimento pernicioso, da cui è così difficile svincolarsi, che la guerra, nonostante tutto, è proprio una cosa gloriosa» (Orwell 1948; corsivi dell’autore): è il giornale di un ufficiale interventista, geloso delle proprie prerogative gerarchiche e sociali, che si sente investito di una missione suprema e chiamato a un eccezionale appuntamento con la Storia. Gadda si atteggia a Cavaliere dell’Idea, della Giusta Causa e dei suoi corollari: «disciplina», «gloria», «la mia terra divina», la «morte utile e bella», la «santa guerra», il giuramento di odio incondizionato e eterno del nemico, il «boche». Il lettore si trova così a confronto con un campionario retorico pressoché esauriente degli articoli di fede del perfetto milite, che fissa la propria «idea centrale sostenitrice» nella «patria, e il [suo] onore di soldato, e il culto della forza morale di colui che supera continuamente se stesso»: retorica forgiata, certo, da una lunga tradizione patriottico-letteraria, di cui Gadda intende essere il glorioso erede, ma anche disciplina in una guerra vera, a cui il soldato si conforma, ligio al dovere esaltato dallo Stato Maggiore, e imposto, qualora manchi l’entusiasmo, dalla forza della giustizia sommaria.

Non essendo un ufficiale di alto rango, ma un sottotenente prima, un tenente dopo, anche Gadda sguazza nel fango della trincea, vi marcisce con la truppa. L’idealizzazione della guerra subisce quindi sin dall’inizio una difficilissima prova, ma le resiste, continuando anzi a rafforzarsi fino a Caporetto, e oltre, durante i lunghi mesi di prigionia:

Ma non pensiamo a noi, alla nostra sorte irredimibile, alla nostra vergogna, al nostro dolore. Che importa, anche per noi singoli, se un’ombra tragica è proiettata sulla nostra vita per sempre, come l’ombra del monte invade precoce la valle che il sole è ancor alto nel giorno? Noi siamo colpevoli o vittime che non meritano d’essere considerati; martiri inutili; lasciamoli al loro martirio. I fratelli più degni o più fortunati perseguono l’opera in minor numero, in maggior gloria. Preghiamo per la loro gloria, per la salute della patria, preghiamo nell’ombra. Possa esser data alla patria la sua giusta grandezza, la sua forma pura ed immune; possa essere largita ai suoi fedeli la corona della vittoria. (Giornale, 5.5.1918, SGF II 780)

Questi sentimenti continueranno poi a crescere anche negli anni dopo la fine della guerra. Le precedenti righe, per la tematica e per il tono, sono una palese – e abbastanza puntuale per la scelta lessicale – anticipazione di Preghiera, omaggio alla «Legione» dei valorosi morti sul campo di battaglia – gli eroi fra i quali Gadda rimpiangerà per decenni di non essersi trovato –, appartenente alla raccolta inaugurale della sua carriera pubblica di scrittore, La Madonna dei Filosofi, del 1931. Il secondo libro del Nostro, Il castello di Udine, pubblicato nel 1934, sviluppa e perfeziona l’opera di liricizzazione della causa bellica iniziata sin dal 1915, tanto che è legittimo dire, con una delle bellissime formule di Manuela Bertone, che la guerra è oramai «un agente nobilitante» degli scritti. (6) Si considerino passi come questo:

Ma sempre, anche nei più ciechi momenti, ripugnai alla rassegnata saggezza e alla cosiddetta pace del cuore. Sentivo, come da un istinto ultimo e sacro, disegnarsi nel nulla come l’ombra ultima d’un irraggiungibile onore, sentivo che non dovevo rassegnarmi, che almeno con il delirio inutile della mente dovevo reluttare alla mia pace: e renegare così la speranza sudicia di una disonorevole pace delle armi. (Castello, RR I 172)

Il Castello esplicita con tono solenne quanto già trapelava nel Giornale: l’enfasi estetica e la mistica militare sono – vogliono essere – consustanziali. L’idealizzazione della guerra ha qui almeno tre conseguenze, ovvero si paga col prezzo di tre violenze obbligate: l’occultamento dell’orrore (esclusa un’eccezione di cui si dirà più avanti, le uniche ferite a cui faccia cenno Gadda scrittore della guerra sono quelle morali inferte all’orgoglio nazionale e personale, che formano peraltro nei suoi testi bellici un medesimo complesso affettivo); la rimozione della paura (la scrittura serve ad arginare più che ad esprimere l’emozione, ed è questo un tratto che ritroveremo nel Gadda dei libri più famosi); lo scaricamento sulle spalle altrui di tutta quella violenza denegata, nel mondo oggettivo (i massacri) quanto in quello soggettivo (lo sgomento suscitato dai massacri). Vi sono nel Giornale pagine straordinariamente cariche di astio nei confronti dei compagni di sventura, ai quali Gadda augura i peggiori castighi, le più tremende sofferenze (ma non le stanno già vivendo?), giacché si rendono colpevoli del delitto più infame: aver paura di morire, desiderare di sopravvivere.

I miei soldati […] sono dei vili; (Giornale, 10.9.1916, SGF II 613)
La paura continua, incessante, logorante che fa stare Scandella e Giudici e Carrara rintanati nel buco come delle troie incinte, è roba che mi fa schifo. (Giornale, 24.7.1916, SGF II 575)

La paura e la frustrazione si tramutano in odio verso l’altro, un odio che cresce con la disfatta di Caporetto e la conseguente prigionia, vissute personalmente come umilianti conseguenze della vigliaccheria e del tradimento altrui:

Ne conosco alcuni: se li vedessi morire riderei di gioia. Li odio ben più dei tedeschi; vorrei essere un dittatore per mandarli al patibolo. (Giornale, 31.7.1918, SGF II 807)

è così che si trovano dei capri espiatori per rappresentare e scontare quei vizi che ci si rifiuta assolutamente di riconoscere in se stessi. Perché il vero soldato non solo non teme la morte, ma addirittura deve desiderarla come il più alto titolo di gloria possibile – lo aveva sostenuto Cadorna, sin dai primi mesi del conflitto:

Regio Esercito ItalianoComando Supremo – Circolare n. 3525 – Rip. Oper. Ufficio Armate – 28 settembre 1915 – Oggetto: Disciplina in guerra. […] Nessuno deve ignorare che in faccia al nemico una sola via è aperta a tutti: la via dell’onore, quella che porta alla vittoria od alla morte sulle linee avversarie. (7)

Uno studio che metta scrupolosamente a confronto le pagine del Giornale e le circolari ufficiali dello Stato Maggiore, come quella da cui estraggo le suddette righe, potrebbe rivelare pesanti debiti – ideologici, come s’è visto, ma anche testuali – dello scrittore verso la dottrina ufficiale dell’esercito in guerra. Viene ad esempio ribadito il concetto secondo cui chi manca al dovere merita la punizione più crudele, l’immediata fucilazione, se non – cosa non contemplata dal regolamento – un’orribile agonia:

Non è esagerazione il riconoscere come necessaria una estrema sanzione per i frodatori dell’erario in questi giorni, poiché il loro delitto, oltre che frode, è rovina morale dell’esercito. – Io mi auguro che possano morir tisici, o di fame, o che vedano i loro figli scannati a colpi di scure. (Giornale, 20.9.1915, SGF II 467)

Tenendo conto dell’epoca, e del mondo (in tutte le possibili accezioni del termine) cui Gadda appartiene, qualcuno potrebbe anche trovare banale la sua ortodossia militarista, e del tutto logico il panegirico guerriero. Sia pure. Ma si può anche non trovare affatto logico e banale l’appello al massacro degli innocenti, e la legittimazione esaltata dei peggiori abusi del gerarchismo – dei quali la giustizia sommaria, ampiamente praticata da tutti i belligeranti, è senz’altro il più violento parossismo. (8) Nel Giornale, il banale e il logico spesso rasentano l’inaccettabile, qualora Gadda situa sistematicamente il suo diritto e le sue prerogative al di sopra di tutto, a causa dell’aberrante sproporzione tra la preoccupazione per il proprio eroismo personale, costantemente rivendicato, e l’enormità della sofferenza collettiva, mai registrata:

la fine della guerra, che si dice prossima, mi fa grigie queste ore, con il pensiero che la parte eroica della mia vita è ultimata. (Giornale, 5.10.1917, SGF II 657)

Si vede in quale impasse, in quale sanguinoso pantano Gadda – rappresentante, in questo, di tutta una generazione letterata e patriota, aizzata dall’impegnarsi di Lacerba nella propaganda interventista e dalle accensioni futuriste inasprite, anziché moderate, dall’evidenza della strage: «la guerra attuale è il più bel poema futurista apparso finora» (9) – ha immesso la propria etica e la propria estetica, e forse, anche, il proprio godimento:

E in guerra ho passato alcune ore delle migliori della mia vita, di quelle che m’hanno dato oblio e compiuta immedesimazione del mio essere con la mia idea: questo, anche se trema la terra, si chiama felicità; (Castello, RR I 142)

… l’orrore della guerra, che ancora e sempre e non per ostinazioni polemica e non per indifferenza di «imboscato» io credo necessaria e santa. (Giornale, 5.6.1916, SGF II 533)

Si farebbe torto grave al cuore e alla ragione rifiutando di considerare la profonda implicazione simbolica di tali ossimori: le ore ritmate dalle bombe e dalle morti come colmo della felicità, il santo e necessario carnaio, ecc. Tra introiezione di modelli culturali plurisecolari (con cui Gadda anni dopo si giustificherà: «sognavo una vivente patria, come nei libri di Livio e di Cesare», Castello, RR I 152) e soggezione alla voce della propaganda bellica e dell’autorità militare (si vedano l’encomio al «grande lord Kitchener, il formidabile organizzatore della guerra inglese», e i vibranti elogi a Cadorna, «uno dei migliori»), (10) Gadda confonde il proprio sistema di valori con un immane eccidio. Accanto all’evocazione dei combattimenti e alla nobilitazione della patria, del pericolo, della prospettiva della «morte utile e bella» al fronte (Giornale, 20.8.1916, SGF II 593), abbondano nel diario dello scrittore-soldato anche aggettivi come «sublime», «divino», « fulgido», «sacro», «santo», «splendido». Tuttavia una tale associazione, come costantemente fa il Giornale – da un lato gloria, bellezza, civiltà, arte, progresso, giustizia e giustezza della causa, eroismo; dall’altro quella precisa guerra e i suoi massacri anonimi, gli stermini a distanza, gli ordini stupidi e micidiali, le morti massicce e vane, le agonie e ferite atroci, il ridurre l’uomo al livello di materiale bellico – impone e costa mostruose antinomie.

3. Il conflitto interno di Gadda

L’elemento originario, l’intima dinamica della scrittura del Gadda futuro sono anche qui, in questo ossimoro che, dalla prima all’ultima pagina, continua a edificare e a fissare il Giornale: il suo primo libro, tutto sommato. L’aver preso come primo tema estetico e pietra miliare di ogni gloria e bellezza ciò che poi sarebbe stato quel carnaio; l’aver approntato le armi del bello scrivere per (e con) un oggetto talmente orrendo, senza curarsi, almeno per tutta la durata del conflitto, della sofferenza degli uomini: (11) ecco un controsenso che Gadda poi dovrà a lungo rimasticare nell’opera, non potendosene liberare attraverso un esplicito e lucido ritorno autocritico. Tanto più crudele e profondo, nel caso di Gadda, che Enrico, il caro fratellino, gli è morto in battaglia, come saprà solo nel 1919; e gli è morto da eroe, ai comandi dell’aereo, mentre lui, Carlo Emilio, marciva prigioniero dei tedeschi dopo l’umiliazione nazionale e personale di Caporetto; tanto più crudele e profondo che la madre, Adele Lehr, è di origine ungherese, figlia di uno di quei popoli contro cui Gadda confesserà di aver «fatto fuoco e comandato il fuoco con convinzione e gioia» (Castello, RR I 143). Come non pensare, proprio qui, ai ricorrenti matricidi nei suoi racconti?

Il Giornale determina il cristallizzarsi di un conflitto che attraversa poi l’intera opera, e si palesa ad esempio nella condizione sociale di Ingravallo, poliziotto coscienzioso in un regime da lui odiato. O, per dirla diversamente, quel primo lavoro di scrittura che è il Giornale segna la nascita di un’opera che d’ora in poi dovrà riproporsi sempre di scontare il conflitto, un’opera in cui cozzano senza tregua due assiomatiche del tutto antagoniste. Di qualsiasi asserzione gaddiana si può trovare, in Gadda stesso, l’esatta confutazione. Così quando scrive, nelle pagine del suo primo romanzo – che sarà poi, piuttosto, il primo cantiere dei romanzi mai conclusi –:

è giusto anche quello che a noi pare assurdo, criminoso, perché rientra in una ragione reale, o è manifestazione di un irreale, di un impossibile [?] Potrei lasciare in sospeso: e come idea centrale lasciar ciò in dubbio. Dubbio è veramente ancora in me… (Racconto, SVP 464; corsivi di Gadda)

vediamo sorgere in filigrana il dibattito tra legittimità e assurdità della guerra. Può sembrarci criminosa e assurda, ma non è solo per la debolezza del nostro intendimento? Non entra, in verità, come ogni cosa, nel Piano Supremo del mondo, non trova un suo giusto posto nel quadro di una leibniziana Ragione, che comprenda e (quindi) giustifichi tutto? Dibattito, o meglio duello, la cui origine carnale è ancora vicinissima nel tempo all’epoca del Racconto italiano (1924), ma che viene subito deviata verso speculazioni astratte, verso la trascendenza di una interrogazione metafisica su bene e male, su ordine e caos. Ed è così, anche, che Gadda contraddice vistosamente se stesso, quando esalta da un lato le dottrine della certezza e dell’autoritarismo più ostinato, in quanto presumibilmente ispirati a un Codice sovrumano:

I soldati non dovevano essere umili, ma bravi soldati: non fagotti di rassegnazione, ma grumi di volontà: cercai sempre di creare almeno un lucore di volontà, anche nelle più torpide anime dei «rassegnati». Con la rassegnazione non si fa la guerra, e tanto meno la si vince. Sono un rètore e questa è la mia retorica; (Castello, RR I 141)

Oh! quegli uomini non discussero gli ordini, ma adempirono agli ordini. Questo pensiero, come una consolazione inavvertita, mi diceva che la mia speranza doveva vivere, viva era la mia gente, morendo. Mi diceva, chinavo il capo, che chi dà ordini deve dare ordini giusti ed utili, e nel comandare il sacrificio deve essere comandato da una legge, paragrafata in alti paràgrafi, e quasi prendere auspicio dal volo di eterni pensieri; (Castello, RR I 174)

e dall’altro, negli stessi anni, denuncia il rischio che errori concreti siano indotti da asserzioni errate:

Considerate che un vizio della espressione influisce nei giudizi e però negli atti di un uomo o d’un collegio di uomini… (Meditazione breve, SGF I 444)

Si tenga presente la precedente citazione di Latzko: quale esempio più lampante di quello della guerra, per chiarire, in effetti, come un «vizio della espressione» possa indurre ad un’azione viziata o viziosa? Non si è per ora tenuto in debito conto, mi pare, della dimensione propriamente politica del conflitto di Gadda contro Gadda, che non si risolve tutto in termini di romantici tormenti creativi, stilistici, esistenziali o edipiani. Gadda Carlo Emilio stende e pubblica nel 1935 una recensione de La guerra, il diario di soldato di Emilio De Bono, non proprio uno qualunque della Prima Guerra mondiale, e poi del regime, soprattutto in quel ’35, che lo vede inizialmente al comando delle truppe italiane impegnate in Etiopia; mentre Carlo Emilio Gadda, nel 1937, depreca in una Meditazione breve le brutte conseguenze delle «parole obbligative» che formano quella che oggi chiamiamo l’opinione pubblica: le formule prestabilite che accogliamo, adoperiamo e tramandiamo con troppa facilità, senza badare alle conseguenze e complicità connesse, lasciando così un pensiero già preconfezionato, già pre-pensato, pensare al nostro posto.

La schizoidia della scrittura di Gadda si rivela in ogni pagina, o quasi, come la critica ha osservato unanime. Ma non sempre sono stati colti i diversi aspetti di quel conflitto, né è stato dato al conflitto storico, reale, originario, e ai conflitti morali che da questo derivano, il posto che evidentemente hanno nella vita e nell’opera di Gadda (anche se, è vero, all’oscuro dello scrittore stesso). Consideriamo, ad esempio, l’opposizione tipicamente gaddiana tra i progetti di racconti rigorosamente organizzati, di cui Manzoni fornisce il modello, e i testi mai compiuti, i romanzi che si frantumano in novelle, compaiono in varie versioni, con titoli vari, si riversano parzialmente da un volume ad un altro, finiscono nel bel mezzo di una frase. Questa esitazione cruciale tra ordine e caos narrativo non è come la ri-produzione del dilemma tra disciplina e carnaio? Perfezione dell’ordine, dato ricevuto e eseguito, mondo tutto organizzato, programmato, previsto negli articoli del regolamento, nei calcoli per regolare i cannoni, e pappa orrenda che risulta da quella esemplare idea di armonia. (12)

4. Il «sistema» gaddiano a partire dall’esperienza della guerra

Anche la teoria del groviglio, che concentra tutta l’epistemologia narratologica di Gadda, documenta questa ipotesi, secondo cui le dispute altamente metafisiche possono essere ricondotte sempre a una sede primitiva, chiaramente fisica. Gadda espone la teoria del groviglio per la prima volta nel 1928, in un saggio filosofico che verrà pubblicato postumo, con il titolo di Meditazione milanese. L’idea-chiave del saggio, assai feconda e pertinente se confrontata alle punte più avanzate del pensiero contemporaneo, (13) vuole che l’individualità (di un oggetto, di una persona, di una situazione, di un fenomeno, ecc.) non esista, come non esistono oggetti chiusi in se stessi all’interno dei propri confini; i confini delle cose sono bensì convenzioni fittizie, essendo ogni cosa in contatto, in presa, in interazione, o meglio in compenetrazione effettiva e reciproca con tutte le altre cose, con tutto il mondo possibile e pensabile. Una cosa non è mai una monade isolata e separata dalle altre, bensì un «grumo di relazioni attuali». Gadda poi si propone di esemplificare la sua tesi e sceglie l’esempio di Generali in guerra. Poteva esserci esempio più strambo, così mal capitato? Andare a cercare un modello di de-strutturazione proprio nell’organigramma dell’esercito, in una gerarchia già di per sé assai rigida e inesorabilmente pietrificata in tempi di guerra! Stranezze come questa confermano senz’altro, almeno per me, che la teoria del «groviglio», dello «gnocco», dello «gliuòmero» – che fonda, come si viene a sapere sin dalla prima pagina del Pasticciaccio, il metodo d’indagine di Ingravallo – deriva direttamente dal modo in cui Gadda ha cercato di spiegar(si) e di giustificare le decisioni aberranti e omicide della gerarchia militare, da lui scrupolosamente obbedita e onorata, e di cui si era sentito, e voluto, parte integrante. (14)

L’opera di Gadda cammina così lungo un filo che il lettore può percorrere a ritroso, attraverso testi maggiori del ’57, del ’34, del ’28, che lo riportano alla fine al fronte, nel ’16:

[1957] Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia di un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo; (Pasticciaccio, RR II 16)

[1934] Il capo deve dilatare la sua analisi di là dagli stretti confini delle cose tecniche: deve percepire l’al di là, deve curare di rappresentarsi le correlazioni complesse che invisibilmente legano il suo esercito al resto del mondo; (Castello, RR I 131)

[1928] Quanto volte, in guerra, i comandati, i generali, ecc., mi apparvero non come persone, ma come non-persone. In essi la realtà lavorava, per essi si esprimeva. ed esprimeva il suo pulsante palpito, il suo aggrovigliato vivere […] Il generale non era quel fantoccio, con quel berretto, ma un nucleo o groviglio di relazioni attuali, un organo, non differente dall’occhio, buono o gramo. (Meditazione, SVP 670)

[1916] La circolare sull’attacco italiano mi mostra che Cadorna è a conoscenza dei più pregevoli giudizi tattici della guerra moderna: certo è un’intelligenza nitida, perché rispecchia stupendamente e raccoglie in forma ordinatamente sintetica le acute osservazioni del nemico. (Giornale, SGF II 586)

Non si tratta per niente di svalutare la notevole chiaroveggenza epistemologica di Gadda: chi viaggia può far bellissime scoperte per strade prese per sbaglio, e la storia delle scienze è piena di invenzioni nate da errori iniziali. Ma vale la pena sottolineare che quello che talvolta viene chiamato il sistema gaddiano, sistema di pensiero e di scrittura, ha fondamenta decisamente traumatiche: e non si parla di un trauma vagamente edipiano, del quale in fondo non potremmo sapere nulla se non a costo di una discutibile psicomanzia; bensì di una ideologia del sé collettivo, che ha travolto la sfera personale, e che possiamo – e, direi, dobbiamo – designare con precisione, nella vita di Gadda e nella storia europea e mondiale. E così diventa anche possibile vedere e capire, di quel sistema, le qualità perfettamente ambivalenti, tali da permettere, ad un tempo, di esasperare il senso di colpa (se io è in presa diretta con il mondo intero, di ogni epoca e luogo, io è anche responsabile di tutto: ed è proprio quello che Gadda farà urlare al suo Gonzalo), (15) e insieme di allentarlo, allargando la responsabilità ad un quadro complessivo di fattori (se è il mondo intero ad influire su io, io non è padrone di niente), (16) e confondendone le origini nel «mostruoso groviglio della totalità» (Meditazione, SVP 842). L’intellettualizzazione fino alla vertigine (e qualche volta all’emicrania), l’erudizione, il sovraccarico referenziale, l’ossessione prolissa delle note, e tante altre caratteristiche prettamente gaddiane, servono anche a ingannare il rimorso, come l’affamato inganna la fame.

Ritengo in sostanza che il sistema gaddiano proceda da un errore iniziale, da cui deriva un assillante senso di colpa, e tenti poi, senza che questo venga esplicitato mai (e forse da Gadda consapevolmente capito), l’impossibile missione di nasconderlo e di redimerlo nello stesso tempo, sfociando quindi necessariamente in una costante auto-polemica, in un’opera in costante duello con se stessa. La tesi del groviglio e la metafora del pasticcio hanno origine dall’esperienza in carne e ossa, in modo altrettanto profondo e decisivo che dalle speculazioni della metafisica – anzi in uno spazio anteriore a queste, che le governa e dà loro la tipica forma ben nota al lettore di Gadda. Salvo considerare un puro caso che l’atroce ferita di Liliana venga chiamata «pasticcio» (Pasticciaccio, RR II 59) e richiami così l’unica descrizione di un cadavere riportata nel Giornale di guerra, (17) diventando improvvisamente (mentre Ingravallo la fissa stralunato) sede della mostruosa epifania di luoghi emblematici – nella poetica gaddiana come nella memoria collettiva italiana – della Prima Guerra mondiale:

Er sangue aveva impiastrato tutto er collo, er davanti de la camicetta, una manica: la mano: una spaventevole colatura d’un rosso nero, da Faiti o da Cengio (don Ciccio rammemorò subito, con un lontano pianto nell’anima, povera mamma!). (18)

Vi è un rimorso seppellito nel testo gaddiano, rimorso storico (Faiti, Cengio) e privato (povera mamma); ed è, del testo, agente motore o, per lo meno, costantemente perturbatore. Ma il silenzio doppiamente rappresentato di Liliana (è morta e il suo apparato fonatorio è distrutto) oggettiva, forse, la condanna al silenzio. In un’ultima audacia metaforica, propongo di vedere la pagina impasticciata di Gadda come conseguenza diretta del fatto che sia stata assegnata alla scrittura una mansione che questa non può svolgere: testimoniare della nobiltà di un’impresa che è riuscita ignobile. Il mondo che Gadda tenta di comporre in letteratura, quasi a riscattare il disordine reale, non può dare altro che quelle pagine dis-fatte, in senso stretto im-monde, impossibili da (ri)ordinare, proprio come il disordine dei detriti sul campo di battaglia.

5. Il valore della scrittura e il superamento del conflitto

Per molti scrittori, scrivere significa innanzitutto (o anche) una liberazione, o comunque un sollievo dalla sofferenza, offrendo se non altro a se stessi la soddisfazione del lavoro ben riuscito. Qualora lo scrittore ritenga anche di doversi prendere una rivincita sulla sorte o sugli altri, scrivere può rappresentare anche un modo di lavorare alla propria riabilitazione, di rendersi giustizia da sé:

Nella mia vita di «umiliato e di offeso», la narrazione mi è apparsa, talvolta, lo strumento che mi avrebbe consentito di ristabilire la «mia» verità, il «mio» modo di vedere. (Intervista al microfono, SGF I 503)

Ma per Gadda la vera posta in gioco non è tanto quel cercare scampo ai tormenti; bensì il rinnovarli, il riviverli, il rimetterli in scena: scrivere vuol anche dire castigarsi e fustigarsi. Formalmente, Gadda infligge a Gadda l’autopunizione di un racconto quanto mai abnorme rispetto ai canoni ortodossi che vorrebbe peraltro imporgli: un caos narrativo straripante, un pasticcio creato apposta per sconvolgere l’uomo ordinato che sempre sosteneva di essere:

il pasticcio e il disordine mi annientano. (Giornale, 21.7.1916, SGF II 570)

Nelle sue tematiche, Gadda sviluppa delle polemiche che rappresentano altrettanti attacchi contro altri luoghi della sua stessa opera: come quelle tremende diatribe di Gonzalo contro i titoli, i gradi gerarchici, i «diplomi ingegnereschi», i confini «fessi» in cui l’individuo incapsula l’essere, contro la brama di gloria letteraria, contro l’arte stessa. Ecco Gadda, «tradizionalista impazzito» come lo definisce Montale, e come ha intuito anche Pasolini: (19) uno scrittore che appronta un apparato teorico e metodologico – una epistêmê – che rende caduchi i suoi stessi, e sempre conclamati, valori. Ammainato da un lato, dal primo all’ultimo libro, alle basi etiche sulle quali si era edificato il suo bellicismo; esploratore, dall’altro, di un pensiero che smentisce alla radice ogni possibile gerarchia, fra le cose come fra gli esseri. Soldato ostinatamente ligio al dovere e al dettame di Stato, ma ideatore di un sistema nel quale il concetto di guerra giusta è semplicemente impensabile: il dittatore contro il libertario.

Eppure, negli ultimi anni del percorso di Gadda, il nodo s’allenterà in una confessione: semplice e sobria, una volta tanto, ma come respinta all’estrema periferia dell’opera. Nel 1961, due anni prima di abbandonare per sempre la letteratura, rispondendo ad una inchiesta condotta dalla rivista Successo su vari scrittori, intitolata è finito il fascismo?, Gadda finalmente fornirà apertamente la chiave centrale delle sue rodomontate di guerriero:

[…] date una carabina a un ragazzo, e in capo a un’ora avrà già sparato a sua sorella, a sua madre, al migliore de’ suoi amici.
è necessario vincere il fascismo in noi stessi, in tutti gli animi dei concittadini: con lo spregiare, condannare, deridere e avere a schifo in noi il culto della prepotenza, il prevalere iniquo dell’io, l’ambizione «fisica» di essere al di sopra degli altri e la «fede», tipicamente fascista, in una presunta nostra capacità di disporre del destino comune e di condurre al «trionfo» certe idee di potenza. (Date una carabina a un ragazzo, SGF I 1181; miei corsivi)

Confessione poi ripresa, e formulata ancora in prima persona, ma oramai al singolare, nel 1967, in una delle molte lettere private che, in una corrispondenza che durava da quasi quarant’anni, Carlo Emilio Gadda scrive al cugino e amico Piero Gadda Conti. Sono righe commoventi, in cui cade l’ultima maschera, l’ultimo brandello di divisa: righe, stese sei anni prima della morte, che tutta la sua arte non gli aveva consentito di scrivere e gli aveva vietato di mettere in opera:

A mia tenue e, forse, insufficiente scusa, valga il fatto che ero stato travolto da terribili anni (come tutti); che non avevo avuto la forza d’animo di affrontarli col necessario eroismo: che, insomma, avevo mancato a tutto, su tutta la linea. Ero già allo stremo delle mie forze il 10 giugno 1940, prima che la ennesima e più terribile guerra si aprisse a nuovi e insuperati orrori. Molte cose vorrei dirti prima di spegnermi, ma solo a voce, come in confessione, per non essere ulteriormente incriminato di colpe che non sono colpe e di delitti che non ho commesso. Bastano già i miei rimorsi a crocifiggermi. Saluto te e i tuoi con un affetto che aumenta con l’avvicinarsi del redde-rationem. (Gadda 1974c: 140; corsivo dell’autore)

è proprio notevole che l’iter artistico di Gadda (che nel 1967 aveva del tutto smesso di occuparsi dei propri testi, come pure di scrivere), cominciato con un diario privato, si concluda con una lettera personale. (20) Vi è, contemporaneamente, un cerchio che si chiude e un dialogo con l’altro che si apre, nel persistente timore di venire giudicato, ma ora con l’abbozzo di un possibile perdono, riconoscendo le dimensioni collettive di un dramma (la guerra), a lungo vissuto e coltivato quasi fosse solo una avventura o una sventura sue personali. Gadda alla fine capisce di essere stato, rispetto al cataclisma, «come tutti»; e di poter quindi cominciare a parlare, semplicemente, ai propri simili: al cugino, che per ora li rappresenta, e verso i quali poi (il celebre Gadda non poteva non prevederlo) avrebbe ritrasmesso la sua lettera. Dialogo, quasi una confessione, in cui ricompaiono parole-chiave della monologica poetica militarista di Gadda: quel necessario, da Gadda stesso messo in rilievo, quell’eroismo. Ma non più l’eroismo scontato e complice dei massacri di chi esalta la bella morte sull’altare della patria e del dovere obbligato; bensì l’eroismo nell’affrontare se stessi, sceverare severamente fra i propri valori quelli che sono di per sé rivolti ad orizzonti di sterminio, condurre una spietata autocritica: come quella che Gadda, tutto sommato, dalla morte del fratello in poi, non ha mai smesso di tentare, anche se in quel modo sofferto che ho cercato di mettere in luce.

6. Conclusioni

Forse solo ora Gadda potrebbe capire cosa intendeva Giono, quando scriveva in Recherche de la pureté nel 1953: «Quand on n’a pas assez de courage pour être pacifiste, on est guerrier». Il coraggio – se di coraggio si tratta –, la lucidità, e la forza di rimasticare il passato e riconoscere che tutto quanto si credeva di difendere, onorare, celebrare, semplicemente non esisteva: la bellezza del combattimento, la giustizia e giustezza della causa, l’utilità della morte, la santità del sacrificio, la magnifica obbedienza, la sacra patria.

Questa, a mio avviso, la tragedia umana di Gadda: il non aver potuto rifiutare in tempo il proprio attaccamento alla guerra e alla sua retorica. L’aver invece cercato di giustificarle, magnificandole attraverso la scrittura; l’essersi così reso complice – intendo non tanto fattualmente, (21) quanto moralmente, o simbolicamente, e comunque, come si vede chiaramente dalle righe precitate, di fronte al tribunale della sua stessa coscienza – di ulteriori disastri, dei «nuovi e insuperati orrori», scaturiti (com’è evidente oggi per gli storici, e come sottintende la lettera di Gadda) dall’imperversare del culto dei miti bellici già vivi e attivi nel ’15: la forza, l’obbedienza, la disciplina; l’essersi insomma rifiutato per troppi anni, fino a tarda età – se non «come tutti», di certo come moltissimi –, di prendere atto degli effetti catastrofici di tali miti. Ed ecco, anche, la sua tragedia creativa, quell’arenarsi del racconto nel pasticcio: l’impossibilità di dire, nell’opera letteraria, che non aveva capito.

Université Stendhal-Grenoble 3
Pericoli Detail

Note

1. Grandezza e biografia, SGF I 827.

2. «Dal 1914-18, l’espressione suona lugubre: “guerra per la democrazia”» – G. Orwell, Homage to Catatonia, 1938 (la prima traduzione in italiano è del 1948). «La Democrazia – incomincia il programma Bonomi – ricorda che essa volle l’intervento italiano nella grande guerra non soltanto per compiere l’unità della Patria, ma anche per sconfiggere la concezione imperiale di Stati militaristici che minacciavano le democrazie occidentali. […] La Germania che combatteva contro di noi era la Germania democratica. Di una democrazia ben più fine e matura che non quella di Bonomi. E non si possono fissare le ragioni della guerra in modo così tendenzioso-filisteo: chi oserà distinguere il mondo degli innocenti da quello dei colpevoli?». P. Gobetti, La filosofia di un fascista mancato, in La Rivoluzione liberale, III, n° 4, 1924; riedito in P. Gobetti, Al nostro posto. Scritti politici da «La Rivoluzione liberale», a cura di P. Costa & A. Riscassi (Arezzo: Limina, 1996), 30.

3. Traduco da G. Bensoussan, Auschwitz en héritage? D’un bon usage de la mémoire (Paris: Mille-et-une-nuits, 1998), 87.

4. E.M. Remarque, Im Western nichts Neues (1928). Tradotto più volte in italiano, con il titolo All’Ovest niente di nuovo – vedi ad esempio traduzione di F. Antonioni (Roma: De Luigi Ed., 1944) – e poi come Niente di nuovo sul fronte occidentale – vedi ad esempio traduzione di S. Jacini (Milano: Mondadori, 1965).

5. A. Latzko, Menschen im Krieg (1917). Non risultano traduzioni italiane esclusa la prima, non recente: Uomini in guerra (Milano: Avanti, 1921).

6. Bertone 1993: 65. Bertone osserva come la guerra si associ per Gadda al concetto di pulizia, appoggiandosi su un testo datato 1949, in cui l’autore riconferma il fervore senza macchie del proprio militantismo bellico: «Sono partito volontario e rivolontario a ventidue [anni], nel giugno del ’15; e poi nel maggio del ’16, nel luglio del ’17. Leggete i miei scritti meno sporchi, ove davvero desideriate documenti» (Come lavoro, SGF I 429; miei corsivi). Si intravede il controsenso di cui si parlerà sotto.

7. L. Cadorna, citato in C. De Simone, L’Isonzo mormorava. Fanti e generali a Caporetto (Milano: Mursia, 1995), 205. Sin dalla dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria (23 maggio 1915), la prima circolare emanata dallo Stato Maggiore (datata 24 maggio 1915) aveva posto l’accento sull’imperiosa necessità di far rispettare «sovranamente in tutto l’esercito una disciplina ferrea» (e il ferro in questi casi, si sa, non è mera metafora), dovendo risultare i vincoli disciplinari «impossibili da frangere», e ogni mancamento «destinato a infrangersi contro l’irremovibile fermezza dei principi di ordine, obbedienza, autorità» (De Simone 1995: 204-05).

8. «Deve ogni soldato esser certo di trovare, all’occorrenza, nel superiore il fratello od il padre, ma anche deve esser convinto che il superiore ha il sacro dovere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi. […] ognuno deve sapere che chi tenti ignominiosamente di arrendersi o di retrocedere, sarà raggiunto – prima che si infami – dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti o da quello dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia stato freddato prima da quello dell’ufficiale» (De Simone 1995: 206).

9. F.T. Marinetti, 1915 In quest’anno futurista, in Marinetti e il Futurismo, a cura di L. De Maria (Milano: Mondadori, 1973), 157-58.

10. Giornale, SGF II 535, 548; vedi anche 500, 531, 586. La pagina di omaggio a Kitchener, ministro della guerra nel 1914, prefigura l’Elogio di alcuni valentuomini – ossia, essenzialmente, di Cesare –, capitolo iniziale del Castello. Com’è noto, Kitchener, successore di Roberts durante la guerra dei Boers in Africa del Sud (1900-1902), vi si dimostrò particolarmente violento, organizzando campi di internamento per donne e bambini, incendiando villaggi.

11. Si consideri ad esempio l’intento dichiarato dopo un bombardamento: notare i dettagli («il fumo giallo sul monte»), affinché «anche l’immagine esterna, pittorica dell’episodio possa essere risuscitata» (Giornale, SGF II 585; corsivi dell’autore). Colpirebbe molto meno una simile asserzione, se a quell’anche corrispondesse effettivamente qualcosa: qualche appunto che invece non c’è – circa la sofferenza interna, incarnata, vissuta dai bombardati. Probabilmente Gadda si era prefisso di guardare alla guerra con l’occhio dell’ingegnere (equazioni, curve, schizzi, mappe si incontrano di frequente nel Giornale), escludendo perciò dal proprio discorso quanto le formule imparate al Politecnico (nonché nei libri dell’alta cultura) non potevano afferrare: fra cui il martoriarsi della carne e della mente del combattente. Che però forse emerge, all’insaputa dell’autore, nella scelta di una parola: nell’augurio, non potendo far rivivere i morti, di almeno risuscitare l’episodio.

12. Vedi Manovre di artiglieria da campagna, RR I 27-29, in cui il mostruoso scombussolamento della battaglia, così come viene percepita dall’individuo che vi si trova immesso, si risolve invero in un quadro organico per chi la dirige (l’ufficiale che calcola e comanda il tiro dei cannoni) o la vede dall’alto (chi la osserva da una vetta, o chi la descrive oggettivamente da fuori: il matematico, l’artista, Dio?).

13. Annunzia, ad esempio, la sistemica formalizzata da Gregory Bateson negli anni ’60, e poi sviluppata, in psicologia, con notevoli risultati speculativi e pratici, dalla scuola di Palo Alto (California), e in vari campi da Bateson stesso; rivela la sensibilità di Gadda a un approccio non lineare e non deterministico del mondo, che anticipa le odierne «teorie del caos».

14. Si riveda una precedente citazione da Castello, RR I 141, in cui Gadda dichiara che il soldato in guerra deve essere un grumo di volontà. Ora il termine grumo ricorre nell’opera di Gadda come equivalente di groviglio, matassa, gnocco, gnommero, gomitolo, ecc., e metafora della teoria (di matrice leibniziana) delle «connessioni multiple» fra le cose.

15. «Perché la colpa ce l’avremo noi; noi Pirobutirro. E dunque dovremo pagare. Dacché siamo colpevoli d’ogni cosa. Abbiamo noi la colpa di tutto…. qualunque cosa succeda…. anche a Tokio…. a Singapore…. la colpa è nostra. Dei Pirobutirro marchesi di Lukones….» (Cognizione, RR I 645).

16. «Se una libellula vola a Tokio, innesca una catena di reazioni che raggiungono me» (L’Egoista, SGF I 654). Si noti la similitudine con la citazione da Cognizione sopra, ma che la correlazione io-Tokio agisce in direzioni opposte nel primo caso (io > Tokio: io incolpato di tutto) e nel secondo (Tokio > io: io discolpato di tutto).

17. Un soldato italiano, decapitato da una granata: «La granata era esplosa in pieno nella testa del povero soldato. Sollevammo il cadavere: sangue e cervello colavano lungo il muro. Per un filatello della mucosa labiale, il palato e la corona dei denti rimasero attaccati con un po’ di barba e mandibola inferiore al collo tagliato» (Giornale, SGF II 718).

18. Pasticciaccio, RR II 59. Faiti e Cengio, monti del Carso, hanno nell’opera di Gadda rispettivamente 21 e 19 occorrenze, concomitanti a evocazioni della guerra. Cfr. BI 130 & 112.

19. «La sua angoscia – che è angoscia sociale – è dunque senza rimedio, e il suo stile sarà sempre uno stile tragicamente misto, ossessionato, poiché egli, accettando le istituzioni che crede buone, è costretto a infuriarsi senza requie contro gli istituti effettualmente cattivi» (Pasolini 1994: 356).

20. Cronologicamente, vi sono ancora alcune lettere al cugino dopo questa che ho citato. Ma simbolicamente, per i motivi che sto dicendo, la si può considerare l’ultima.

21. Anche se non fu certamente nullo l’impatto pubblico di scritti come il Castello di Udine (premio Bagutta nel 1935 e parzialmente riedito ne L’Almanacco letterario Bompiani nel 1940, con un titolo consistente di tre proposizioni, di cui la prima è Campagna libica), o l’ammirata recensione del diario di guerra di De Bono (Gadda 1935g), o gli articoli divulgativi in cui Gadda commentava favorevolmente le opere del paese-regime (Gadda 1934h, 1934i; Gadda 1939k, dove la grande bonificazione ferrarese viene descritta come il «miracolo [che] hanno operato gli uomini volonterosi, le leggi provvide, e le povere macchine bevitrici di melma», da cui «villaggi e case […] sono sorti per incantagione», come «la cittadina di Tresigallo», «prodigio di operosa modernità», SVP 170) con qualche obbligato plauso all’autarchia (Gadda 1937f; 1938d; 1939g), o tutelava la politica coloniale (Gadda 1936c; 1938c).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

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framed image: detail from a picture taken after Cesare Battisti’s execution (12 July 1916). The picture was being circulated in Austria during the war years as a postcard. It was chosen by Karl Kraus to accompany the first edition of Die Letzen Tage der Menscheit.

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