La cognizione del dolore

Parte seconda   VI

L’alta figura di lui si disegnò nera nel vano della porta-finestra, di sul terrazzo, come l’ombra d’uno sconosciuto: e, dietro a lui, nel cielo, due stelle parevano averlo assistito fin là. Diòscuri splendidi sopra una fascia d’amaranto, lontana, nel quadrante di bellezza e di conoscenza: fraternità salva! La madre lo scorse, ma non poté vederne il viso contro il rettangolo di luce. Egli allora entrò, e recava una piccola valigia, la solita, quella di cartone giallo da quaranta centavos, come d’un venditore ambulante di fazzoletti. Nella stessa mano, arrotolato, il vecchio ombrello. La madre disse «oh! Gonzalo, come stai? Oh! guarda!» e proferì con un singhiozzo di gioia i nomi delle due stelle, a mani giunte, a guisa di saluto. Ma pensò che la prima sola valeva, nella correlazione di fortuna e d’astri per simbolo di una presenza terrena; poiché l’altra, così fulgida, così pura, non era se non un pensiero lontano della notte.

Il figlio la salutò appena, come ogni volta, stanco. Neppure le sorrise. Ella non insisté a cercarne lo sguardo, non chiese del viaggio, né dell’uragano. Il cuore le martellava nella incertezza, si fece a preparare, sulla tavola, la lucernetta a petrolio. Ma non vi riuscì subito, anzi vi si impigliò: con zolfanelli umidi: tossì, ad accenderne alcuno: che subito si spegneva contro la cimasa annerata del lucignolo. Le sue mani rigide, quasi inerti, non arrivavano a prendere con esattezza; le riuscì difficile d’insinuare il cilindro di cristallo nella sua ghiera precisa, di ottone lucido, come una trina dei costumi desueti: e questa invece lo doveva ritenere alla base. Si sarebbe seduta, tremava… ma bisognò pensare al figliolo… Quando la lampada poté rischiarare la stanza, alfine, le parve di dover cadere… L’ultimo sguardo del crepuscolo, già lontanissimo, abbandonava il mobilio, con riflessi radenti e freddi sulla credenza, su qualche vassoio di metallo. Quel pallore della lucerna, invero, non ci aveva aggiunto dimolto. Richiuse i vetri come le riuscì; ch’era molto alta finestra, sul terrazzo; abbrividendo.

Il figlio, di sopra, stava a lavarsi: a riporre una spazzola in un tiretto. Ella ne udiva il passo, ammorzato, sopra la soffittatura.

Andò in cucina a preparargli qualcosa da cenare. Era assolutamente necessario, anche a dimostrazione della validità funzionale della villa: tanto più, poi, che la villa era sprovveduta di cuoca o d’una qualunque fante. Altrimenti egli avrebbe colto quel pretesto ad accendersi circa la inanità della campagna: e sarebbe incorso nelle peggiori bizze ed ubbìe: (la cosa, oramai, un triste rito: la povera madre lo sapeva bene). Avrebbe ripetutamente scorbacchiato e rimaledetto la villa, insieme col mobilio, coi candelieri, con la memoria del padre che l’aveva costruita; incoronando di vituperî osceni tutti i padri e tutte le madri che lo avevano preceduto nella serie, su, su, su, fino al fabbricatore di Adamo. Sarebbe trasceso alle bestemmie, ch’ella non poteva udire: ad accuse troppo vere, forse, per essere udibili: coinvolgendo nella turpitudine pazza che lo animalava in quei momenti financo il sacro nome di Pastrufacio (il Garibaldi del Maradagàl) e il Prado, e Lukones, ed Iglesia, e i rispettivi campanili, con le campane, i sindaci, i parroci, i cocchieri, e via via tutto il Serruchón maledetto e testa di càvolo (così, o press’a poco, si esprimeva); tutte le infinite ville del Serruchón, i calibani gutturaloidi della Néa Keltiké, lerci, ch’egli avrebbe impiccato volentieri, se potesse, dal primo all’ultimo.

La madre, viceversa, fin da quando i muratori ci accudivano nel ’99, aveva incorporato in sé, subito, – avvampante splendore di giovinezza – il trionfo serpentesco della «sua» villa sopra le rivali keltikesi che non credevano alla possibilità di una villa: (degli spelacchiatissimi Pirobutirro).

E quell’orgoglio, quel tirso di brace che le era venuto fatto, in un giorno lontano, di potersi infilare a metà dell’anima alla facciazza delle pseudo-cognate e delle pseudo-nipoti, quello poi era cresciuto ad ebbrezza e ad onnipotenza raggiante, dentro un evo fulgido, allucinato, senza più misura né termine: l’idea del possesso e della supposta vittoria tracannata come un cognac di fuoco e di vita a ogni nuovo mattino, a ogni giorno splendido.

Quello le era bastato, durante quarant’anni, a scongiurare la disperazione, ad acculare al di là d’ogni strazio e d’ogni miseria, d’ogni sdrucita maglia de’ suoi bimbi, d’ogni scampanìo, d’ogni gloria, d’ogni tenca, lo sporco sogghigno della morte. La Idea Matrice della villa se l’era appropriata quale organo rubente od entelechia prima consustanziale ai visceri, e però inalienabile dalla sacra interezza della persona: quasi armadio od appiccapanni di De Chirico, carnale ed eterno dentro il sognante cuore dei lari. A quella pituita somma, (1) recòndita, noumènica, corrispondeva esternamente – gioiello o bargiglio primo fuor dai confini della psiche – la villa obbiettiva, il dato. Operando in lei, durante quarant’anni, gli ormoni infaticabili della anagènesi: ciò che donna prende, in vita lo rende: quella costanza imperterrita, quella felice ignoranza dell’abisso, del paracarro, sicché, dàlli e dàlli, d’un cetriolo, arrivano a incoronar fuori un ingegnere; la formidabile capacità di austione, di immissione dello sproposito nella realtà, che è propria d’alcune meglio di esse: le più deliberate e di più vigoroso intelletto. Tali donne, anche se non sono isteriche, impegnano magari il latte, e la caparbietà di tutta una vita, a costituire in thesaurum certo, storicamente reale, un qualsiasi prodotto d’incontro della umana stupidaggine: il primo che càpiti loro fra i piedi, a non dir fra le gambe, il più vano: simbolo efimero di una emulazione o riverenza od acquisto che conterà nulla: diploma grande, villa, sissignora, piumacchio. C’è poi da aggiungere che il più degli uomini si comportano tal’e quale come loro. Ed è una proprio delle meraviglie di natura, a volerlo considerare nei modi e nei resultati, questo processo di accumulo della volizione: è l’incedere automatico della sonnambula verso il suo trionfo-catàstrofe: da un certo momento in poi l’isteria del ripicco perviene a costituire la loro sola ragione d’essere, di tali donne, le adduce alla menzogna, al reato: e allora il vessillo dell’inutile, con la grinta buggerona della falsità, è portato avanti, avanti, sempre più ostinatamente, sempre più inutilmente, avverso la rabbia disperata della controparte. Sopravviene la tenebra liberatrice, che a tutte parti rimedia.

Impotente rabbia era in lui, nel figlio: dàtole un pretesto, subito si liberava in parole, tumultuando, vane e turpi: in efferate minacce. Come urlo di demente dal fondo di un carcere.

Qualcosa da cenare! La madre, cercando riprendersi, guardò per la cucina, vuota e fredda, schiuse un’anta della credenza dove l’ombre s’erano addormite su quel po’ di sentor di lardo e d’avanzi: in cucina non v’era quasi nulla, da potergli preparare nemmeno un ovo. Lo stentòreo deretano delle galline del Giuseppe ci perveniva piuttosto raramente, a una così gloriosa estromissione. Ne teneva più d’una, ma facevan l’ovo a turno: e spesso, poi, marinavano íl turno. Il figlio si sarebbe imbestialito anche di ciò: e allora bisognava sorvolare, sulle ova. Già altra volta era accaduto che s’infuriasse, per quella inadempienza dei polli del Serruchón porco: e aveva accusato il gallo di morosità genetica e di perversione, le galline d’esser lesbiche, e tr…; poi la furia s’era schiarita in una reminiscenza di Livio «gallinam in marem, gallum in foeminam se se vertisse…». E, atrocemente, sghignazzando, aveva brindato alla salute del gallo! ma non disse affatto alla salute, disse una parte del corpo: aveva inneggiato, (irridendo lei, la mamma), al gallo bardassa, meglio di tutti i padri della Keltiké lurida, aveva urlato, «così non generava dei Keltíkesi». Tremò di nuovo, umiliata; la beffa le risuonava ancora negli orecchi. Poi aveva maledetto e rimaledetto tutti i parenti, compreso quelli che non erano mai esistiti davanti alle leggi, nel timore di tralasciarne alcuno, od alcuna. No, no: la disperazione del suo figlio, a volte, non conosceva misura.

C’erano, dentro il cassetto della tavola, di là, le tre posate di lui, d’argento, ch’ella gli aveva destinato da ragazzo, comperandole di seconda mano dalla vecchia e buona signora Teotòpuli, stradipinta. Sorrise appena, al ricordo. Un po’ ammaccate già allora, sì, «questo è vero»: e la forchetta coi denti un po’ storti, «questo può darsi». Ma il figlio avrebbe sbeffeggiato con nuove oscenità, e lazzi feroci, serrando i denti, sia la forchetta che la Teotòpuli, (2) il cui carmino – debolezze! ma chi non ne ha? – le si impoltava a ogni momento nelle lacrime e nei soffianaso, a ogni minimo pianto, sbavando giù per la faccia, vizza, come sugo di maccheroni. Ma c’era da inquietarsi, per questo?… Gonzalo, forse, si sarebbe inquietato per la forchetta, al veder quei fili così sghembi, molli… Si sarebbe levato da tavola, avrebbe… Forse avrebbe scagliato via il coltello… contro un ritratto, magari dei più in vista… gli zii…: contro il ritratto del padre!… Forse… No, no!… non aveva mai fatto questo! Quelle posate le aveva sempre adoperate senza badarci: da anni. Rivenuta in camera da pranzo, la madre le cercava, ora, in quel mezzo lume, dentro il cassetto della tavola: ma, gli occhi e le mani indeboliti dall’età, non le riusciva di conoscerle, fra molte, e di afferrarle subito. Quel tintinnìo irritò Gonzalo: che dalla propria camera, al piano superiore, le urlò: «Finiscila!». Ella si era arrestata, trattenendo il respiro. Nell’inquietudine pensò di rivolgersi a qualcheduno, al Giuseppe: perché l’aiutassero a reggersi; stava male; aveva deglutito qualcosa una mezz’ora prima, una tazza di brodo affettàndovi del pan rustico, la metà d’un ovo fatto comperare al paese. Ora quel poco le venne indietro, tanto da insudiciare il nettascarpe, ch’era uno zerbino frusto sul limitare di sala da pranzo: ma, del resto, nemmeno si vedeva. Imbrattò anche l’ammattonato, un po’ più là, qualche chiazza. Il figlio dové udire i conati, confusamente, e crederli degli urti di tosse perché bestemmiò di nuovo dall’alto: «Ma sei tisica?». La madre si preoccupò di detergere il pavimento prima ch’egli fosse ridisceso, con un po’ di cenere, con la granata. Vi era in cucina della segatura, ma non ebbe la forza di estrarre il secchio, dov’era contenuta, da sotto la tavola a muro, di fargli scavalcare la traversa: che legava, a poca altezza, le due gambe antistanti. Scancellò come poté, nella fretta, i segni del disordine: con la granata, con un po’ di cenere.

Da anni aveva intuito, di suo figlio. Anche in città: dov’ella risiedeva, fuor che l’estate. Le rade volte che apparisse, il figlio sperso, era ogni volta la stessa cupa idea.

La povera madre aveva lentamente compreso. Ora ella vedeva il buio di quell’anima. Lentamente, per aver lottato a lungo nella sua speranza così vivida, nella sua gioia: prima di abbandonarsi a comprendere. Un sentimento non pio, e si sarebbe detto un rancore profondo, lontanissimo, s’era andato ingigantendo nell’animo del figliolo: quel solo che ancora le appariva, talvolta, all’incontro, sorridendole e chiamandola «mamma, mamma», se pur non era sogno, sulle vie della città e della terra. Questa perturbazione dolorosa, più forte di ogni istanza moderatrice del volere, pareva riuscire alle occasioni e ai pretesti da una zona profonda, inespiabile, di celate verità: da uno strazio senza confessione.

Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato. Forse il «male invisibile» di cui narra Saverio López: dettogli da moribonde parole dello Incas: e ne dice, con licenza de’ superiori, al capitolo estremo de’ suoi Mirabilia Maragdagali.

Pace non conosceva, Gonzalo, né conoscerebbe: la madre, accudendo in quelle stoviglie, le parve di dover disperare: il viso di lui, sconvolto, denunciava, a certi momenti, ch’egli non poteva aver ragione del suo delirio.

Non beveva mai liquori. Non fumava. Non era neppur pensabile che dopo lo stento faticoso de’ suoi giorni, così avaramente retribuiti dalla Compañía de Destribución, ci fosse denaro per gli alcaloidi costosi di cui avevano riferito, fino a quel tempo, i giornali, un po’ tutti, sia del Maradagàl vincitore che del debellato Parapagàl; di cui spilluzzicava anche, non appena le venisse fatto, certa letteratura d’avanguardia tra ribelle e satanica insediatasi nelle edicole delle stazioni. D’altronde egli lavorava, per quanto malvolentieri, proprio come sognano le madri che abbia a lavorare il lor figlio, cioè impartendo ordini ai dipendenti: alle ore d’agio, dopo aver distribuito milioni di chilowattora a tutti i cotonifici del Nevado Bajo, alle fabbriche invitte, allora, trovato un minuto a se stesso, apriva i libri, stanco, senza aver poi modo di arrivare a leggerli interi.

A certe ore pareva malato nel volere. «Un po’ di buona volontà…», gli diceva la mamma, sorridendogli, studiandosi dargli animo, e indurre un po’ di sereno su quel volto. «La volontà…», rispondeva, «che è indispensabile agli assassini…». Ciò la impauriva, cercava di mutar discorso. Forse era stanco. Era molto probabile che la guerra lo avesse mutato, e, più, l’annuncio che il fratello non ne tornerebbe. Eppure non lamentava la guerra: non ne parlava mai con alcuno: non era stato ferito.

Nessuno, certo, richiedeva lui della «gesta gloriosa», buie montagne, tra i pavoncelli cui Mavorte s’era sparagnato (3) pel poi, stante il tenero dell’età loro. Non avevano alcun utile, questi, in riconoscere ai proprî concorrenti dai capegli grigi questo titolo di prelazione, nel concorso, e troppo valida attenuante in Bilancia. Cioè circa gli errori, le inadempienze: d’uno smarrito andare. La Bilancina del misuratissimo Iscrupolo era solo occupata, in quegli anni, a bilicar billi biffi la disputata identità del Martin redivivo, detto Martin la Guerra o Martin la Vedova (4) passato luna in luna tutte le più sottil crune del giure: mentre che la Gendarmeria incaparbita lo contendeva al Talamo non meno caparbio, quanto non meno ghiotto d’aver a strider di lui.

Ma, tutto, tutto, è bene che si soppesi.

Il figlio pareva aver dimenticato al di là d’ogni immagine lo strazio di quegli anni, la incenerita giovinezza. Il suo rancore veniva da una lontananza più tetra, come se fra lui e la mamma ci fosse qualcosa di irreparabile, di più atroce d’ogni guerra: e d’ogni spaventosa morte.

Quando discese, con un libro, la zuppa sembrò attenderlo in tavola, al suo posto, nel cerchio della lucernetta a petrolio: dal di cui tenue dominio il fumo della scodella vaporava a disperdersi nella oscurità, fra i costoloni del soffitto, buia plancia. Le intravature spagnolesche si drappeggiavano di ragnateli, come di vele in riserva, appese, andando per il Mare delle Tenebre.

Quel lumignolo così stanco e dimesso, immobilità chiusa nel suo cilindro di cristallo, sotto al paralume di vetro – (ch’era un cono di una bianchezza opaca d’attorno la meccanica della ghiera trinata) – gli parve essere tutto quello che la madre concedeva: nella casa abitata dal tarlo, nel fondo della campagna solitaria. Era, in ogni modo, tutto quello che il padre e la madre avevano ritenuto bastevole, dopoché utile, alla vita, al progresso (5) alla felicità dei figli. Eppure avevano ben conosciuto anche loro, cane il diavolo! quali mai tessere, o biglietti d’invito, qual sorta di pentàcoli o di talismani unti valevano verso le porte, in disserrare ai mortali, e fino ai pitecàntropi-granoturco, i battenti istoriati d’oro e d’avorio massiccio, (6) le girevoli portiere degli Odéons. Maree d’uomini e di femmine! con distinguibile galleggiamento di parrucchieri di lusso, tenitrici di case pubbliche, fabbricanti di accessori per motociclette, e coccarde. Verso i barattoli di peptone Liebig treni di vacche, dal nord-ovest; carri discoperti con passerella centrale che il gaucho dai malinconici occhi, sovraintendendo, percorre. Tale gli appariva fortuna, nel Sud-America. Tempestoso mare addosso le zattere sbatacchiate delle genti sperse, slavate, con sargassi di cinesi o di bracci di negri fuor dal ribollire delle onde: armeni, russi, bianchi e rossi, arabi che s’eran conquistati una scialuppa col coltello alla mano, levantini veri con un carico, sulla spalla, di tappeti finti, di Monza: e sull’effuso mugghiare di quella turba in tobòga senza più né Cristo né diavolo, moltitudine flagellata contro la proda dal precipitare dell’onda, ecco, ecco, alfine! il trionfo blafardo di alcuni impresari di pompe funebri, pochissimi, uno in ogni città del Maradagàl, i quali beneficiavano della più redditizia tra le esclusive e privative maradagalesi: il monopolio cadaveri. Così, ad esempio, la ditta Flejos. Le casse di zinco rivendute per trenta volte il costo alla afflizione de’ dolenti, durante un trentennio, li aveva locupletati della più legittima fra tutte le prese di beneficio. E poi ancora femmine, femmine, dopo lo zinco e la Recoleta; femmine! come barchi di cabotaggio rimessi a nuovo, stradipinte, col riso delle bassaridi aperto su trentadue denti fino agli orecchi; una sottanella gualcita, di mezza lana, a tegumentare d’un mistero da diez pesos (cinquantacinque di queste qua) la miseranda meccanica dello sculettamento: il cencio caccoso d’una negra avrebbe avuto più tono. Oppure, agli antipodi, i salumai grassi, come baffuti topi, insaccatori di topi; torreggianti sul loro marmo alto, con mannaia, i macellai-scimitarra; o paonazzi sensali, nel foro, a bociare sobre el ganado; o bozzolieri in marsina tumefatti dalla prosopopea delle virtù keltikesi al completo, con undici bargigli, se pure inetti a spiccare una sola zeta dai denti: elettrotecnici miopi come carciofi: preti (presbiteriani) in abito di ballo, droghieri brachischelici (7) dalle brache piene di saccarina contrabbandata; ingegneri cornuti, medici delle budella, e dei rognoni, e specialisti del perepepè: guardie giurate, ladri, gasisti, ruffiane asmatiche, stuccatori e stuccatrici d’ogni risma! e lo spettro del Vate a terrorizzare i polli, dopo mezzanotte, nel pollaio della Giuseppina! Jettatore porco! Questo mare senza requie, fuori, sciabordava contro l’approdo di demenza, si abbatteva alle dementi riviere offrendo la sua perenne schiuma, ribevendosi la sua turpe risacca. Pomata mercuriale o vangeli apocrifi, là, là, verso l’allucinato fulgore degli Odéons: con dietro i magazzini generali della ditta Flejos, y compañeros.

La sarabanda famelica vorticava sotto i globi elettrici dondolati dal pampero, tra miriadi di sifoni di seltz. La luce del mondo capovolto (8) si beveva le sue folle uricemiche, profumieri in balìa del Progreso, uretre livellate dallo seltz. «¡Mozo, tráigame otro sífón!». Una giuliva bischeraggine animava le facce di tutti; le donne, come si grattassero un’acne, o con gesti di bertucce cui sia data tra mano alcuna cacaruetta, (9) si davan la cipria a ogni piatto: mangiavano minestrone e matita. E tutti speravano, speravano, giulivi. Ed erano pieni di fiducia. Oppure, autorevoli, tacevano. A tavolino; petto in fuori, busto eretto; incartonati nell’arnese d’amido dello smoking quasi nel cerotto e nel turgore supremo della certezza e della realtà biologica. Di quando in quando facevano pisciare i sifoni: e il sifone virilmente mingente conferiva alla mano del disoccupato una tal quale gravità. E si gargarizzavano, baritonali, glabri, col collutorio dei ricordi: vantando immaginarie notti e lucri di diamanti rivenduti: (ma non mai esistiti): taceva, il viso-bugia della femmina, circa l’aucupio vero.

Il figlio, all’impiedi, presso la tavola, guardava senza vedere il modesto apparecchio, il poco fumo che ne veniva esalando: mentre la sua vecchia mamma cercava ancora qualche posata, un piatto, un pretesto, dalla credenza all’armadio di cucina. Era di nuovo inquieta.

Ragazzi: con gambe come due spàragi. Idioti dentro la capa più che se la fosse fatta di un tubero, infanti una pur che fosse favella: dopo dodici generazioni di granoturco e di migragna dai piedi verdi venuti fuori anche loro dall’Arca bastarda delle generazioni, a cercar di barbugliare una qualche loro millanteria tirchia nel foro: lo sbilenco foro di Pastrufazio! venuti giù, giù, dai formaggini fetenti del Monte Viejo alle più trombose bocciature dell’Uguirre, (10) muti e acefali in castigliano, sordi al latino, reprobi al greco, inetti alle istorie, col cervello sotto zero in geometria e in aritmetica, non sufficienti nel tiralinee, perfino con la geografia erano insufficienti! bisognava sfiatarsi per delle settimane, degli anni, a fargli capire che cos’è una carta del vittorioso Maradagàl! e come si fa a far le carte: e ancora ancora non ce la facevano, poveri tesori!

Eppure venivano giù come un olio al loro imbandierato varo, varati finalmente nel sciocchezzaio con tutti gli onori e i carismi: carene insevate da stupidità. Più insulsi erano, e più felice e liscio gli andava sottoculo lo scivolo, giù, giù dal croconsuelo verde del Monte Viejo alla tumefazione galleggiativa dell’avenida, bargigli al completo. Una qualche vecchia grinzosa si riusciva sempre a trovarla, nel magazzino delle vecchie, con sei e perfino sette denti in bocca, per mollare la bottiglia propiziatoria sulla prua dell’analfabeta: tanto da dare quel po’ di cocci in rimbalzo che il rito richiede, se Dio vuole, con quel bioccoletto di spuma. (Le gote del vitello, in ogni modo, bisognava laccarle d’una congrua dose di saliva adulatrice, piagnucolandogli e sbrodandogli addosso, a ogni nuova trombata, il muco ammirativo d’un naso piriforme, affettuosissimo, brodosissimo).

E come a culo indietro discende la nave, così essi, il maggior numero, come nave o gambero, e proprio perché gamberi, a culo indietro, in ragione dei loro non-titoli, discendevano, scivolavano felicemente nel mondo. Pittati di un loro splendore nuovo. E altri, nelle di cui gote floride sotto la lucentezza nardosa de’ capegli si percepiva di leggieri un’adolescenza alla flanellina, e al rosbiffe. Aiole di rosbiffe! Tutti, tutti entravano nella luce: li avvolgeva la luce della vita, versata sulle loro teste unte dai pazienti alternatori della Cordillera. Che ne inaffiano i paradisi di stucco. Tutti, tutti! Turchi, frittellari, circassi, mendicanti ghitarroni d’Andalusia, polacchi, armeni, mongoli, santoni arabi in bombetta, labbroni senegalesi dai piedi caprigni, e perfino i Langobardòi di Cormanno, immigrati da Cormanno (Curtis Manni), a battere, anche nel nuovo mondo, il primato della ottusità e della mancanza di fantasia. E l’agente della casa di profumi, gréculo; e quello, ebreo, della casa di tappeti. Che collocava poi anche, per suo conto, a ora di dopolavoro, quadri, benché usati, partite di cenci da cartiera, e mobilio eretico del 16º. Tutti, tutti.

Tutti avevano la loro vita, la loro donna: e si erano lasciati varare: ed erano in condizione di essere presi sul serio.

[…]

 

1. Opinò Cartesio che la ghiandola (latino pituita) ipòfisi sia «sede dell’anima». Punto d’incontro, comunque, e di traduzione, dei moti dell’anima con quelli del sistema corporeo.

2. La buona corfiotta, piangendo di commozione, glie le aveva cedute a un prezzo in realtà un po’ alto; stante la necessità in che s’era venuta ritrovando, con gli anni. Il doppio, forse, di quanto sarebbero costate da nuove. «Finalmente ci sei riuscita, eh!» aveva ghignato don Gonzalo, allora diciannovenne, «a farti rifilare anche queste». Egli bisognava piuttosto di risuolatura delle scarpe, che non di forchette istorpiate: al quale ella, la mamma, aveva mentito la cifra, dicendogli meno: per poter adempiere, senza villanìa di quel tristo figlio, il grande comandamento della carità.

3. Nella ragione biologica (species) si contemperano, costituendo limite reciproco («modo» spinoziano), l’impeto e la necessità di lotta, l’impeto e la necessità genetica. I Greci, al solito, videro ed espressero questi fenomeni in simboli maravigliosi. Tantoché guerra e pace nella mitologia ellenica pervennero a stati d’equilibrio, fra i contrastanti poteri delle contrastanti Assensioni (Nùmina).

4. è una trasposizione anacronistica dal Seicento. Di Martino Guerra parla financo Leibnizio nei Nouveaux Essais. Un Martin redivivo italiano fu il Canella-Bruneri, alla cui lungamente disputata identità vennero dedicate migliaia di colonne di giornale, e milioni di lire: (stampa, avvocati, tribunali d’appello, ecc. ecc.). Il Diritto, nel suo giusto iscrupolo, non bada a spesa.

5. Marcia in avanti.

6. «In foribus pugnam ex auro solidoque elephanto…». Vergilio, Georgica, III, apertura.

7. Dalle gambe corte. «Indice schelico», nell’antropologia, il rapporto fra la lunghezza delle gambe e l’altezza della persona.

8. Cioè dell’emisfero australe. Il pampero è il vento delle Pampas.

9. Ingiustificato francesismo per aràchide, nocciolina americana.

10. Il liceo «Presidente Uguirre», situato nei quartieri nordorientali della città.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859

Please note that the above excerpt is for on-line consultation only.
Reproduced here by kind permission of Garzanti Editore s.p.a., Milan © 1988-93 (RR I 685-95).

© 2000-2019 by Garzanti & EJGS.
Artwork © 2000-2019 by G. & F. Pedriali.
Framed image: detail of a window, Villa Gadda, Longone – still from Carlo Emilio Gadda. Intervista a più voci (1972), released in videocassette as part of Gadda al microfono. L’ingegnere e la Rai 1950-1955, edited by G. Ungarelli (Turin: Nuova ERI, 1993).

All EJGS hyperlinks are the responsibility of the Chair of the Board of Editors.

EJGS is a member of CELJ, The Council of Editors of Learned Journals. EJGS may not be printed, forwarded, or otherwise distributed for any reasons other than personal use.

Dynamically-generated word count for this file is 4495 words, the equivalent of 13 pages in print.