EJGS Supplement no. 5, EJGS 5/2007
Archivio Manzotti

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«Favole, fave e faville». Di una nuova edizione del Primo libro delle Favole di C.E. Gadda

Emilio Manzotti

Il primo libro delle Favole
Carlo Emilio Gadda
a cura di C. Vela
Milano: Mondadori
1990, 221 pp.

0. Del Primo libro delle Favole, un’opera minore di C.E. Gadda che tra le compiute e avallate dallo stesso autore è con Eros e Priapo senza dubbio la più problematica − e almeno a parere di chi scrive complessivamente la più ingrata − appare ora (aprile 1990) nella collana mondadoriana degli «Oscar Oro» per cura di Claudio Vela la prima edizione provvista d’un ampio commento. L’impresa merita ammirazione se si tien conto della difficoltà del testo, a volte, ad esempio nel gruppo di favole mussoliniane, profondamente oscuro, e della scarsità, come del resto per Eros e Priapo, (1) di precedenti indagini da cui muovere. (2) Della nuova edizione non sarà lode piccola dire in primo luogo che essa permette una comprensione con poche rimanenze della lettera.

1. Rendere giustizia in maniera non impressionistica alla fatica del curatore non è facile. Una delle vie praticabili è forse il mimare in piccolo su alcune favole, che pongono problemi di genere diverso, l’approccio del commentatore: favole da una parte apparentemente trasparenti, che la annotazione (alla quale, si sa, non sono per euritmia concessi grossi divari di consistenza) potrà al più ricondurre a temi correnti dell’autore; favole, dall’altra, fitte di allusioni e rimandi, che impongono di per sé contenuti e natura del commento. Verremo quindi ad una usuale analisi dell’impostazione complessiva del volume, e ad una spigolatura di osservazioni più minute.

1.1 E iniziamo appunto dalle favole insidiosamente anodine, le più malagevoli da glossare se non si vuole cadere nell’insidia della genericità. Un esempio tipico è proprio la favola posta ad apertura della raccolta: breve (una ventina di parole) e almeno a prima impressione di non straordinaria profondità di pensiero − malgrado il suo statuto di incipit e quindi, come si tende a sospettare, di chiave alla comprensione del volume. Accade, nella nostra favola, che l’agnello incontri una nobildonna lombarda. Rimiratone, esso agnello − agnello esotico di Persia in verità − invoca a salvezza la fauce inproba del lupo Fedro. (3)

L’agnello di Persia incontrò una gentildonna lombarda, che prese a rimirarlo con l’occhialino. «Fedro, Fedro», belava miseramente l’agnello: «prestami il tuo lupo!».

Certo la pressione dell’incipit avrà guidato la scelta di una favola in cui vi è un appariscente recupero dei protagonisti più stereotipi della tradizione favolistica (l’agnello e il lupo di Fedro, un lupo in realtà assente e forse distratto). Ma a smentire sospetti di archeologia interviene sul solo dei personaggi tradizionali che è davvero in scena, l’agnello, una operazione di attualizzazione, di aggregazione totale alla contemporaneità, nella quale l’agnello − di Persia nel senso che si vedrà − viene condotto ad interagire con idoli polemici del mondo dell’autore. La gentildonna lombarda è in effetti, come ricorda ogni lettore del Gadda maggiore, una figura ricorrente del velle senza repliche: dell’agire perentorio, imperterrito, ignaro d’ogni bizantinismo psicologico. Il prototipo di queste donne dal pensiero elementare è forse la donna Giulia de’ Marpioni nata Pertegati dell’Adalgisa. Ma la stessa Adalgisa è «di quelle meravigliose donne lombarde che il proprio vigor di cervello manifestano in pragma (le idee per loro sono atti), cioè in una prescienza vittoriosa d’ogni obiezione: col postulare dovunque, davanti a chiunque, la certezza nella propria infallibilità» (L’A RR I 500). Molteplici «elette gentildonne lombarde di squisito sentire» − tutte apparentate ad una «vecchia gentildonna molto inclinata a fare del bene», la manzoniana donna Prassede − sono del resto sparse nell’opera di Gadda (cfr. per un esempio Gadda 1987a: 443-46), non escluse altrove le stesse Favole (si veda la 126 che inizia: «Una gentildonna lombarda, figlia primogenita a ser Trippotto vinattiere e disposata a ser Càmolo imprenditore»).

Ora, gentildonna e agnello si incontrano. Anzi, come avverte il verbo non simmetrico («L’agnello […] incontrò […]») è l’agnello, un agnello gratuitamente girellone come la libellula (4) di Gadda 1987a: 190 («priva di itinerari, lieve d’ali e di vita») e non invece sospinto dal bisogno − «siti conpulsus» − come il suo parente latino, a farsi malaccortamente faber della propria sfortuna. Il suo è insomma uno dei tanti «vagabondi destini» che in Gadda sono contrapposti alla staticità, solenne o nevrotica, dei personaggi fuori dalla vita (si pensi a Gonzalo ed alla madre nella Cognizione). L’incontro, il collidere dei personaggi in quella sorta di moti browniani che sono in Gadda i destini individuali è nelle Favole, come è già stato rilevato da altri, (5) un importante elemento produttivo, una forza lucrezianamente generatrice di spezzoni di realtà fantastica. Ma è vero in generale che nel mondo narrativo di Gadda si disegna una preferenza per le traiettorie, i percorsi, gli itinerari: siano essi di individui (ad esempio nel Pasticciaccio la fuga per la campagna romana del Retalli Enea detto Iginio, o l’indagine motociclistica del brigadiere Pestalozzi; o, sempre nel Pasticciaccio, l’altro itinerario, appiedato e malinconico, del cavalier Angeloni, o ancora quello dell’autore stesso, o di un suo alter ego, in Fuga a Tor di Nona − in Carlino, Mastropasqua & Muzzioli 1987, ora in RR II 979-85); o siano di forze naturali, come il fulmine della Cognizione. Analogamente privilegiati nella rappresentazione, per la complementarità che è quella della fisica tra metodo ad osservatore mobile e ad osservatore fisso, sono i luoghi di concentrazione di potenzialità combinatorie, i «punti d’incontro dei vitali compossibili», nei quali la probabilità si fa realtà: ad esempio il laboratorio della Zamira (cui è applicata in QP la citazione appena sopra), i molti palazzi − il «palazzo de li pescicani» di QP o l’altro dell’Incendio di via Keplero in AG (RR II 699-713), o il cosiddetto Kremlino di L’A, ecc. − e così via. Le Favole insomma sono tendenzialmente casi: sono il cristallizzarsi del possibile in una lucida configurazione. (6)

L’incontro dei personaggi ha conseguenze di cui non è immediato cogliere l’esatto valore. Vi è, anzi, un valore specifico dell’aneddoto? Perché l’agnello è atterrito dallo sguardo della nobildonna? I due critici che si sono fermati sulla favola, Andreini e appunto Vela, pensano apparentemente di no. Secondo Alba Andreini (p. 69 dello studio cit.), la «favola 1 avverte scherzando che il suo [= di Fedro] mondo è migliore e il vecchio lupo va rimpianto se paragonato all’odierna crudeltà». E Vela si limita ad osservare che in questa come in altre favole il «lupo […] da prepotente e crudele vincitore si fa patetico e destinato alla sconfitta: la nuova realtà è troppo più crudele e astuta di lui», aggiungendo, a proposito della f. 3, che «l’agnello della f. 1 preferiva il lupo all’interesse della gentildonna lombarda» (Gadda 1990a: 130). Che dire? L’esegesi sarà forse corretta (anche se leggermente extravagante nel rilevare la declinante parabola del lupo), ma sta di fatto che essa rimane generica e cortocircuita tutto sommato la dichiarazione del senso proprio. Di che tipo è questa «odierna crudeltà»? Non si tratta, credo, di una crudeltà alimentare, di quella ad esempio per cui in L’A polli che rispondono ai nomi di Paparino e Bergeggi (felicissima trasposizione, la seconda, dalla toponomastica ligure), e i loro compagni tutti della capponiera di Baggio, «non anelavano ad altro se non a troncare una vita divenuta oramai insopportabile» (RR I 369): sotto la mano ed il cassetto-ghigliottina di Donna Giulia, la milanese gentildonna di cui sopra. (7)

Il fatto è che questo sprovveduto agnello di Persia è per sua sfortuna portatore di un desiderabile vello-mantello che ha il nome significativo per il canone della moda di astrachan (8) (di una bella, ad esempio, d’Annunzio descrive l’elegante «giacca di astrakan nero»). Non è la morte però che spaventa l’agnello, e nemmeno la crudeltà dei suoi modi, quanto piuttosto la sua sorte post mortem. La pena che gli è impartita è la contiguità fisica delle sue spoglie col corpo della nobildonna. La situazione è dunque la stessa di f. 183, nella quale il Volere divino dispone per contrappasso che la collana di perle, insofferente dell’odor di popolo, risieda «vita natural durante, e portante, al collo de la marchesa Maria Carolina Ghiniverti Basobibonio Nasozincone Tettamanti dello Sprocchio di Castelcàvolo, nata dei duchi di Panigaròla, principi di Torreberretti». Al collo dunque di una gentildonna ben lombarda lei pure, prossima a quella di f. 126 già citata, che «la volle cenquarantatré milioni di smeraldi per il dì di sua festa».

Chiarito dunque il valore della favola, rimane da individuarne l’eventuale meccanismo generatore, la struttura concettuale in cui si scarica l’«accumulo nubiloso dei pensieri». Ora, questa struttura è quella classica dell’adynaton, cioè di quello schema secondo cui qualcosa di estremamente e tradizionalmente sgradevole o impossibile viene presentato come preferito o più probabile rispetto ad altra eventualità. Un esempio basso, tra i molti sublimi della linea lirica Petrarca-Leopardi, è quello di Redi nel Bacco in Toscana: «Beverei prima il veleno | che un bicchier, che fosse pieno | dell’amaro e rio caffè». La presenza di questo schema non sarà casuale, se esso è rinvenibile subito dopo anche nella f. 3:

Il leone saziato s’imbatté in un cronico di stomaco. «Salvami dal chirurgo!», implorò il gasteròpata.

(meglio cioè finire tra le fauci del leone che sotto il bisturi del chirurgo. L’allusione è qui scopertamente autobiografica: cfr. Gadda 1987a: 95 r. 1447 n. e i luoghi ivi indicati), e più avanti nella f. 141:

Un tale, denominato la Fava, richiedé l’autore ch’elli ascoltasse un poema che ’l detto Fava aveva fatto sulla libertà.
«Preferisco la schiavitù», rispuose l’autore.

Tornando dunque alla favola iniziale, non sarebbe stato inutile, credo, se il commento, oltre a dichiarare l’archetipo e il suo rovesciamento, ed a segnalare meritoriamente la concordanza dell’incipit con quello di altri due autori novecenteschi di favole (Sciascia e Loria), avesse tentato di circoscrivere più strettamente per il lettore il significato della favola, e di coglierne il meccanismo. L’aiuto, al lettore che rischia altrimenti di smarrirsi in una lieve genericità divagante, non sarebbe stato di poco conto.

1.2 Mitigée su una favola malagevole al commento, la valutazione diviene senza restrizioni positiva là dove la difficoltà del testo si impone alla lettura. Fermiamoci ad esempio su tre dei massimi relativi di oscurità: le favole mussoliniane 111, 129 e 134, nelle quali è variamente rappresentato e degradato l’amplesso del dittatore («Il primo […] Fabulatore», come è definito in Eros e Priapo, SGF II 224) con il poppolo, la «moltitudine pazza» (così QP, citato da Vela). La moltitudine è ipostatizzata in una figura di donna turpissima, che ha (come giustamente avverte il commento) i tratti di una orrida Morte, oltre che d’una amante reale, e che risponde al nome di una delle Erinni, Megera. Ma essa sembra fondersi nella memoria gaddiana, sulla scorta forse anche di certa iconografia della Commedia, con le Arpie: non tanto le dantesche di Inf. XIII, quanto le Arpie virgiliane, le «dirae obscenaeque volucres» di Aen. III, 262, che «contactu […] omnia foedant | immundo» (III, 227-28). La dominante − a difetto come sempre in Gadda di una qualunque riflessione politica − riesce così pesantemente scatologica, mossa da una incontenibile volontà d’oltraggio, codardo, se mai ve ne fu, (9) da un bisogno disperato di vendetta verso chi ha impersonato e poi tradito l’antico modello di virilità e volontà a cui l’autore si era aggrappato (si pensi ai ritratti di giovani fascisti nelle prime prove gaddiane). L’amplesso con Megera, o il rapporto erotico con la moltitudine nelle sue altre personificazioni (i pipistrelli di f. 111), diviene esso stesso strumento di ignominioso castigo, tramutandosi nella pena infernale degli attuffati nello «sterco | che dalli uman privadi parea mosso» (Inf. XVIII, 113-14). Basterà confrontare f. 111 «la dogal cuticagna l’impisciavono, e scacazzavono il capo calvo» e Inf. XVIII, 116-17 «vidi un col capo sì di merda lordo, |che non parëa s’era laico o cherco». (10) La stessa Megera inoltre, designata come «la merdosa» a f. 129 (e immonda erogatrice: cfr. f. 134: «E la Megera vi fiantò gran copia della sua», e f. 129: «Megera dai detestati cernecchi a erogar feccia [la «foedissima ventris proluvies» di Aen. III, 216-17?] a fiotti dal ventre: che, ardendo il suolo, vi cadeva a friggere per pillaccheroni fetidissimi ecc.»), diviene a momenti indistinguibile dalla lusingatrice Taidé della stessa bolgia: dalle unghie, col termine di Dante, merdose. (11)

Il commento è qui illuminante: i materiali letterari profusi nelle favole (in particolare la presenza del Cantico dei Cantici e della mano amica della Ninetta portiana) e i modi dell’invettiva e l’onomastica di cui essa si serve (Provolone, Ginocchio, Grugnone Sanguemarcio, ecc.) sono resi perfettamente perspicui. Segnalo in particolare la glossa al termine «Marchese delle Caminate», di cui viene individuata con molta sagacia l’origine (la Rocca delle Caminate geograficamente prossima a Predappio). Tutto questo entro un quadro d’assieme sicuramente delineato, che poi risulta facile, come si è fatto appena sopra, arricchire e sfumare ulteriormente.

Altri esempi di acuta interpretazione sono alle favole 116 e 140, dove ad esempio è indicata, della «viola mammola» che «si asconde fra l’erbe», la rara fonte in un sonetto dello Zanella. Citiamo ancora il caso del commento alla favola degli uccelli (f. 180), con le utili testimonianze di Giulio Cattaneo, la meritoria individuazione dei diversi dialetti, e le erudite ed illuminanti annotazioni su cheba o su sculà (di quest’ultimo avvertiva in nota anche Eduardo Melfi nella sua antologia gaddiana – Melfi 1986: 192 n. 9). L’unico appunto che può essere fatto riguarda forse la locuzione napoletana (ma credo in generale dei dialetti meridionali, e ad ogni modo sicuramente siciliana) «è ‘ttrasuta donn’Alfunsina», di cui si dice: «letteralmente “è entrata donna Alfonsina”, ha valore proverbiale, “guarda da chi viene la predica”». Ma il valore proverbiale suggerito non dà qui molto senso. Gli va sostituito, credo, qualcosa che dia rilievo a «donna», cioè signora: vale a dire guarda la persona importante, e qui, più specificamente, chi ti credi di essere tu che vuoi il mio posto? Inoltre, ai «pretesti parodici» menzionati nel commento − il leopardiano Elogio degli uccelli dove il «filosofo solitario» Amelio, «seduto all’ombra di una sua casa in villa», si dà ad ascoltare il canto degli uccelli; e la predica francescana nella quale gli uccelli dimostrano «con atti e canti» che «’l Padre Santo dava loro grandissimo diletto» − andrà forse aggiunta una fonte meno remota e linguisticamente, penso, più pertinente: i Passeri a sera, un componimento dei Canti di Castelvecchio (si sa del resto che in Pascoli il fanciullino-poeta è interprete privilegiato del verbo dei loquaci volatili), dove è un «uomo che intende gli uccelli, i gridi | dei falchi, i pianti delle colombe, | ciò che le cincie dicono ai nidi, | e il chiù, che vuole più dalle tombe». Ai vv. 55-56, poi, si legge:

Or che i novelli tengono i capi
sotto le aluecce, vicino al cuore

che si confronterà con la nostra favola: «da sotto l’ala richinano il capetto, e beati e puri s’addormono».

In definitiva, si può dunque affermare, generalizzando le osservazioni sin qui raccolte, che la interpretazione − filologica e più in generale critica − fornita da Vela per le favole è nel complesso di grande valore. Le debolezze, poche, stanno in una saltuaria genericità del commento, nel suo tenersi a volte, cioè, a considerazioni troppo generali. Due ulteriori caratteristici esempi di questo mi paiono la f. 103 e la f. 105. Della 103 («Gli amanti e’ paiono imitare i colombi») si scrive: «Sotto l’apparenza di dolce notazione venata di rimpianto per un G. notoriamente sprovvisto di amanti ecc.». Forse in questi casi sarebbe stato meglio il silenzio. (12) Analogamente per la f. 105 («Il Mississipì, che è brentana colma in America, ecc.») il commento, esclusivamente lessicale, si appunta su «Luigiana», «Mississipì», «brentana» (con ottimi rimandi) e «valléa», ma la favola non cessa per questo di essere perfettamente opaca. (13)

2. Ed ora qualche cenno sull’organizzazione complessiva del volume. Il curatore − o per lui la redazione della collana − ha optato per una separazione rigorosa tra testo e intervento critico, col testo a riprodurre in apertura di volume la struttura delle precedenti edizioni (favole con disegni + Nota bibliografica). Il vantaggio della soluzione adottata sta ovviamente nel conservare l’immagine del testo come esso si è cristallizzato nella interazione tra volontà dell’autore (volontà eventualmente plurali e contraddittorie) e condizionamenti editoriali. Lo svantaggio, pratico, è nell’ingrato andirivieni tra testo e commento che è imposto dalla qualità stessa del commento. Vi è da chiedersi se non sarebbe stata praticabile una soluzione di compromesso ad un tempo rispettosa dell’integrità testuale e leserfreundlicher: ad esempio quella cui ricorre Dante Isella per la sua edizione dei Mottetti montaliani presso Adelphi.

Comunque sia, la parte critica, complessivamente intitolata Guida alla lettura del «Primo libro delle Favole», comprende con generale funzione introduttiva la ripresa − le modifiche sono minori − del precedente contributo dello stesso Vela (risalente all’ottobre ’84) per gli atti di Carlino, Mastropasqua & Muzzioli 1987. Segue quindi, dopo una tavola di abbreviazioni ed una succinta Nota al testo, la sostanziale sezione delle Note e notizie sulle favole e sulla «Nota bibliografica». Il commento alle favole occupa le pp. 129-95, quello alla Nota le pp. 197-207. Chiude il volume una Appendice che riproduce e commenta le otto favole già stampate nella Festschrift Isella e due ulteriori accessioni conservateci dalla memoria di Gianfranco Contini (mirabile nel risolvere in eleganza di stile la non lieve vena goliardica è la favola varesina che Piero Chiara avrebbe amato: «Gli abitanti di Cazzago, in quel di Monate, vivono sereni»). Converrà fermarci sullo scritto di maggior impegno sistematico, su quel tentativo di valutazione complessiva delle favole che intende essere il Gadda favolista. (14) In esso sono distinguibili due parti: una grosso modo di storia del testo, nella quale il lungo processo genetico delle Favole viene assunto a dimostrare come «l’esercizio favolistico non tenesse affatto [nell’opera di G.] una posizione secondaria, non fosse un divertissement estemporaneo e frivolo» (Gadda 1990a: 107). Il giudizio generalmente riduttivo della critica, vi si afferma ancora, discende in parte almeno dalla «apparente estraneità della produzione favolistica rispetto ai modi più conosciuti dell’opera gaddiana» (Gadda 1990a: 107) e ad un tempo dalla sua oscurità. A torto o a ragione il lettore è portato così a supporre, specie alla luce dei cenni polemici simpatetici a quelli gaddiani nei confronti d’una troppo malevola critica, una rivendicazione del valore intrinseco delle Favole, una rivendicazione che contrasta fortemente con certe affermazioni delle pagine che seguono, di p. 108 in particolare: «[le favole] offrono qualche piccola chiave per penetrare nella produzione di più decisivo impegno», e soprattutto di p. 116: «Esse nulla aggiungono di essenziale alle grandi opere cui resta legato il nome di Gadda, né sul piano dello stile […], né su quello tematico».

La seconda parte si concentra invece sulla struttura del libro di favole, e sulla sua ragione poetica entro l’opera di Gadda. Il legame delle favole gaddiane con la tradizione del genere è visto nel permanere di una «esigenza morale», nella presenza costante di un «giudizio» (p. 112). Proprio questo «rivendicare la facoltà santa del giudizio» (Gadda 1987a: 355) è del resto una componente obbligata della funzione, «di dissacrazione, di irrisione, di vituperio» (p. 112), che è svolta dal gruppo più consistente di favole. Nella scrittura «esagitata e artificiosissima» di molte di queste favole, ed in particolar modo nel «velo ironico dell’arcaismo fiorentino» (p. 113), va letto un tentativo di «presa di distanza da una esperienza ancora bruciante» (p. 115). L’altro gruppo consistente, sciolto da ogni legame con la tradizione favolistica, è quello dei «lacerti tematici estrapolati dal repertorio dell’autore» (p. 112), dai suoi «umori e […] ossessioni» (p. 113). Fin qui non si può non essere d’accordo. Dove invece si rimane perplessi è nell’accettare il passo argomentativo successivo, che cerca altra e più profonda ragione alle favole. Al termine di una impressionante compagine sintattica (15) a valore concessivo (essa dice in sostanza delle favole ciò che non sono), si afferma che l’elemento di «effettiva novità delle favole» è il compito che è loro affidato di «illustrare in rebus i procedimenti del modus operandi connaturato a Gadda» (p. 117). Le favole, cioè, varrebbero in primo luogo come «documenti del farsi della scrittura» (p. 118). A mio avviso questa affermazione, la centrale della Introduzione, è dettata più che dalla realtà dei fatti dal − comprensibilissimo − compiacimento filologico di fronte alle scoperte che riservano le quinte della pagina gaddiana. Che poi l’affermazione sia corroborata dal rinvenimento nelle favole di altri specimina di «tecniche letterarie» (descritti alle pp. 118-20) non impressiona soverchiamente. Anzi, estendendo ad essi (vale a dire, alle diverse modalità del «trattamento della citazione» tra i due estremi delle «riprese esplicite» e delle «citazioni inapparenti») la pretesa di funzionalità, diviene ancora più evidente la equiparazione tra reperti dell’operazione critica e intenti espressivi dell’autore. Tra i primi occuperanno un posto privilegiato, come è giusto, i materiali e strumenti dell’atelier, i secondi mi sembrano invece irriducibili − anche se Gadda di fatto è sperimentatore − alla esibizione dell’atelier.

Tutto questo, a ben considerare, lascia senza risposta nel lettore un suo interrogativo elementare: che cosa sono esattamente queste Favole? Sono favole, o sono «aforismi, motti, epigrammi, moralità, facezie, aneddoti, raccontini, invettive», come la critica le ha variamente definite (cfr. Vela, p. 111)? Bisogna riconoscere che la semantica del termine favola è in Gadda, dentro e fuori le Favole, estremamente ampia. Tra gli impieghi peculiari e in parte marginali alla nostra raccolta è quello di favola-sogno, di favola-illusione, talvolta sinonimo a vita o addirittura a verità (cfr. Gadda 1987a: 28: «Si compiaceva che altri ed altre avessero a poter raccogliere il senso vitale della favola, illusi ancora, nel loro caldo sangue, a crederla verità necessaria», e QP: « Il mondo delle cosiddette verità, filosofò, non è che un contesto di favole: di brutti sogni. Talché soltanto la fumea dei sogni e delle favole può aver nome verità» (RR II 119). E l’impiego di favola come mentira, bugia, bugione grandissimo: (16) cfr. ancora QP, in RR II 119: «Don Ciccio sudò freddo. Tutta la storia, teoricamente, gli puzzava di favola»; (17) o, sul versante della scrittura, di favola come invenzione letteraria gratuita, non retta da una esperienza del dolore: si veda VM SGF I 446: «Tu fai un romanzo, o favolone che sia, nel quale ti fabbrichi un eroe diritto che piace molto alle femmine […]. In altra bugia o romanzo (Plato identifica le due brutture) tu fabbrichi ecc.».

Ma se si prescinde da questi impieghi «favola» vale in primo luogo piccola cosa, forma semplice, nuga (18) più che petrarchesca del genere acuminato di Catullo o di Marziale («nugis […] meis» in Marziale II 1 6). Del resto, a riprova di questo valore di base, un romanzo come si è appena visto non è favola, ma favolone. Più minutamente, poi, si potranno con un certo grado di semplificazione distinguere le specificazioni seguenti, che occorrono, spesso, cumulate:

i) favola in senso stretto, favola-favola, insomma: la narrazione di una porzione di realtà (linguistica o extralinguistica, reale o fantastica) che sia particolarmente memorabile: vale a dire che sia, in termini gaddiani, una particolarmente riuscita configurazione barocca del mondo. A volte, semplicemente, favola come felice invenzione letteraria: cfr. f. 125 «Questa buona favola del buonissimo abate Zanella»;

ii) favola come esemplare forma linguistica o di pensiero, come luminosa favilla d’acume intellettuale fattasi lingua, come cristallizzarsi repentino del pensiero − che non è necessariamente polemico − attorno a uno o più frammenti di realtà: (19) «Vivida, come folgore, è scaturita l’immagine, dall’accumulo nubiloso dei pensieri» (Gadda a proposito di Leonardo scrittore ne La Mostra leonardesca, molto opportunamente citato da Vela, p. 119). Uno splendido esempio è la f. 172: «Andava, la paziente carovana, lungo l’infinito sentiere», applicata poi alla giunta − «Questa favola è detta de’ cammeli, de li arabi, de’ muli, delli alpini, delle inestinte formicole» − a diversi frammenti di realtà. Favola come favilla, dunque. La favola diventa prossima all’aforisma, con la differenza che essa − esattamente come nel più grande aforista tedesco, Georg Christoph Lichtenberg, alle cui illuminazioni Gadda è singolarmente vicino − non è mai veicolo moraleggiante di saggezza di vita, o di verità generali (quando accade che essa così si atteggi, e per meglio concentrare in mentita spoglia uno sferzante iperbolico giudizio, come nella favola degli italiani «di simulato suspiro»);

iii) favola come strumento − di voluta e calcolata licenziosità − del denegare le «parvenze non valide» (Gadda 1987a: 353; cfr. sopra n. 11): lo «spirito dello scrittore è preso da un’angoscia, da un’unica: col suo segno, duro segno, reagire alla scioccaggine» (VM SGF I 435). La reazione si serve, nelle favole di questo tipo, della «lividezza […] salace e fescennina della battuta» (VM SGF I 536), si fa atellana nel senso di QP, insinuando il «baleno d’un’idea: d’una’idea un poco sporca» (RR II 120): dire per favola è allora «attingere agli strati autonomi della rappresentazione, all’umore pratico delle genti, atellane o padane che le fossero, delle anime» (VM SGF I 499). Strati profondi, la cui voce senza menzogna non può essere soffocata: con le parole di QP (RR II 120) «Non si può reprimere l’antico fescennino, sbandire dalla vecchia terra la favola, la sua perenne atellana: quando vapora su su, lieto e turpe, il riso, dalle genti e dall’anima».

La favola è allora atellana, fescennino, o più corposamente, col termine polivalente impiegato dallo stesso Autore nelle prime righe della Nota bibliografica, fava dall’«invereconda porpora», cioè, secondo il «disdicevole secondo senso» imposto da una nota di CdU (RR I 243) (rispetto a «leva» o al lombardo «lœva» pannocchia di granturco), priapesca lœva. Del resto, che il termine stesso di favola sia così intaccato dalla «gromma fescennina» (VM SGF I 495) ben si attaglia ad un bersaglio che nel decalogo della moltitudine in adorazione è tutto sesso: «’l Fava è Fava Unica» (EP in SGF II 306).

La seconda accezione, di favola-favilla, è la più utile per riuscire a stringere ciò che è il proprio delle favole meglio riuscite: una combinazione ad alta tensione di lingua ed esprit. Uno degli stampi di questa combinazione, si è visto, è lo schema concettuale dell’adynaton. Altre favole sono calate nello stampo di una distruttiva pseudogiustificazione analogica di valori della tradizione, di idées reçues, dove non tanto importa il risibile valore, quanto lo schema del gioco. Un esempio caratteristico è la f. 96:

Il pregare Iddio è operazione del mattino. Anche il prendere il caffelatte è operazione del mattino.

In altri casi il gioco analogico è tra sportivo e gastronomico – la f. 90, ad esempio, valuta con tale metro la prestazione d’uno stoico d’elezione, (20) Muzio Scevola:

Muzio Scevola ebbe nervi speciali, che gli permisero di realizzare un suo speciale rum-steak. (21)

Al livello più basso, si trovano le favole costruite attorno ad una battuta di spirito, una battuta, bisognerà ammettere, in genere di non altissimo volo (attaccati…; peggio che andar di notte; base… melo; socie… melo), una favuzza cioè più che una favilla (Nota bibliografica, p. 85), ma che pure giustifica con la sua presenza il consistere della favola.

3. Si concluderà, infine, con qualche osservazione più puntuale sul commento. Va detto, preliminarmente, che in esso è percepibile dovunque una capillare conoscenza dell’opera di Gadda, compresi gli scritti minori e rari. Le poche integrazioni o correzioni che si propongono sono ovviamente rese possibili dalla esistenza del commento stesso.

Un suggerimento, in primo luogo, per la f. 9 («La madre della di lui Signora si offerì. | Approdarono felicemente a Zacinto»). In essa andrebbe esplorata più a fondo, credo, la pista foscoliana a cui si allude nel commento (p. 131 «la […] conclusione […] introduce un riferimento foscoliano»). Se non altro, alla luce delle ultime pagine del racconto Accoppiamenti giudiziosi (RR II 918), dove Ser Nicoletto «sognava di edificare al Zante una villa, una terza e splendida, oh! sì, dopo le due cimmerie e britanniche: una villa, oh!, con un criptoportico, sì sì, col peculio d’una ulteriore criptosuocera resasi a sua volta defunta, nel frattempo. Ecc.». In 16, (22) poi, che va letta con la coda carducciana di 42 (23) (come bene avverte il commento), andrebbe individuata, a parziale riabilitazione del «profeta elioballistico», ancora altra eco carducciana: quella stavolta non satirica della traduzione da von Platen citata nelle ultime due pagine de Il guerriero, l’amazzone ecc.: quel «cheto reame di Persèfone» che è riecheggiato nell’ultima e conclusiva battuta di De’ Linguagi: «Al viale dei cipressi, nel campo della dea silenziosa». In 89, quindi, la «invereconda porpora» del boleto «tutto ritto e scarlatto» mi pare la più violenta dissacrazione manzoniana a cui Gadda si sia spinto, più estrema, vista l’applicazione fallica, del «Disparve: lasciato dietro di sé un gradevole odore di brillantina» di f. 23 (v. 55 de Il cinque maggio: «E sparve, e i dì nell’ozio»), e delle «natiche […] “rivolte a settentrione”» dell’Adalgisa nel racconto omonimo. La porpora del boleto, e soprattutto il nesso Aggettivo-Sostantivo, non può in effetti essere immemore della casta porpora della Pentecoste, v. 131 («Spargi la casta porpora | alle donzelle in viso»).

Ancora, nel commento di f. 156, dove delle virtù del pennello è questione, era forse opportuno rimandare ad un passo del Pasticciaccio dove lo stesso topos goliardico ricompare nel monologo del vice-commissario Fumi («Pacato, alfine, tra sé e sé: “Pure ’o Pinturicchio… è n’ato…”»). E ancora, per rimanere nell’intertestualità gaddiana, la destinazione taciuta a cui deve affrettarsi il coniglio-condottierodelle favole 149-151 (nella redazione in rivista: «dove diavolo gli scappasse di andare») imporrebbe la menzione di VM SGF I 434, dove i «teatrati atteggiamenti» cedono alla fragrante realtà della materia: «“Lo spirito vince la materia!” sosteneva Pirgopolinice il mistico. Ciò non accadde nell’autolettiga dei reali. Prestando ad altro il suo genio, si pensò, il nostro Pirgo, lo rotolassero diffilato al muro al flik-flik. Non proferì parola. Con decisione fulminea, “degna di Napoleone” [cfr. Il cinque maggio, vv. 26-27 «Di quel securo il fulmine | Tenea dietro al baleno»], evacuò se stesso, il meglio di se stesso, nella coartata capienza delle disportive brachettine: fàttosi, il misericorde volume della crocerossa in fuga, repentinamente fragrante. La mistica materia, in quella contingenza, vinse lo spirito, nonché lo stomaco dei carabinieri». E ad abundantiam anche la menzione di Gadda 1987a: 392: «qualche volta si sente anche un certo tepore nelle mutande, e, cambiatosi i panni, quella marmellata se l’è goduta la lavandaia…». Tanto più che l’autografo, come rileva il commento, era a riguardo esplicito: «I maligni dicono che andasse a finire al W.C.», continuando in prima redazione «rumoreggiando poppolo poppolo con un suo speciale strumento con che cantava laude agli eroi», ed in successiva: «La Dirce Farigotti, d’anni 50, di professione lavandaia, aggiunse con cognizione di causa che non fece in tempo». Ma i rimandi interni, si sa, sono un pozzo senza fondo, in cui le assenze sono compensate da presenze, e viceversa.

Inoltre, il Crisòbulo di f. 74 («Crisòbulo stoico, secondo l’opinione di Marziale, non sedette mai»), di cui il commento afferma piuttosto categoricamente «non esiste nessun Crisòbulo né in Marziale né in altro autore classico», sarà sì un «caso di confusione gaddiana», ma mi pare troppo foneticamente vicino al Critobulo di un dialogo platonico perché la cosa non sia rilevante.

A f. 112 si dice del gufo, vigilante la notte (lo si ricorderà nella f. 2 testimone degli amori del poeta), che «al dì non istava che per balocchi». La locuzione varrà probabilmente si trastullava, vale a dire oziava, riposava, ma si gradirebbe apprendere se si tratta di invenzione gaddiana o di ripresa da altra fonte. E infine nella f. 114 sulla «stirpe de’ profeti elioballistici» mi sembra peccare di ingenuità, nella formulazione se non altro, il salutare cum iubilo la registrazione in una prosa del Tessa della identità «oggi misteriosa» del Paneroni. Mentre il suddetto Paneroni era presenza tanto radicata nel folklore milanese da riaffiorare anche oggi in molteplici luoghi, ad esempio, alcuni anni fa, con tanto di dati biografici, nelle pagine del Corriere della sera.

Un po’ troppo rapida pare a volte l’annotazione, pure generalmente eccellente, della Nota bibliografica. Non vi si presta forse, a mio avviso, una attenzione sufficiente agli ingredienti lessicali, morfologici e sintattici del manierismo gaddiano. Per i primi si veda ad esempio p. 96, § 24, dove il periodare è intessuto di materiali danteschi: «di quel pelago, […] de le mie vane promessioni e dell’intermittenti spergiuri […] deliberatosi d’uscirne a proda a ogni patto, disciolte l’ale del dispitto, se ne venne a Roma volando ecc.», su cui la nota tace); oppure l’«allargata» (p. 98) allontanamento, discostamento, fuga all’indietro, (24) una parziale ricreazione gaddiana (le attestazioni di allargata sono tutte, credo, di tipo causativo) che è forse da collegare con impieghi ariosteschi (Orlando XIII, 18 «e ci allargammo tosto»; XVIII, 141 «et allargassi [la nave] in alto», entrambi glossati nella edizione Segre con prendere il largo) di «allargarsi» allontanarsi. Per i secondi un «possette» possedette («una infermità mi possette insino dal nascimento dello ’nténdere», p. 86) che si è tentati di far discendere direttamente dai Placiti cassinesi; o da dove, altrimenti? Insomma, che tipo di operazione linguistica è qui in atto? Come muta rispetto allo standard manierista, se poi muta, la sintassi gaddiana? Si pensi ad una complessa (e poco perspicua in certe giunture: si tratterà di guasto) architettura come quella di p. 86 da cui si è appena tratto il possette, in cui sembra di veder interagire − parlo intuitivamente − modi propri dell’autore e modi boccacceschi normalmente estranei a Gadda: «ma direi d’autunno, da ottobre o novembre: ma direi d’autunno ritenghiamo però n’andai peregrino la state: et una infermità mi possette insino al nascimento dello ’nténdere, di che non m’avviene iscrivere a quaderno, o foglio, quale per più lune in mia camara con esso meco posare, o vegghiare, a purgazione della inanità d’esso io nol ponghi, sì che ecc.». O si pensi altrimenti, e qui del tutto fuori dagli usuali moduli gaddiani, al periodo di p. 98 (da cui già l’allargato): «E così come ’l caval che giace, poi cadde, e né pur guata a li stanti ,ma battuto alfine duramente, et empiamente per il cavallaio minacciatoli e datone biasima a tutte le deità dell’olimpo monte l’orecchie drizza, e ’l collo, e stravolge l’occhi di là sì che ’l biancore ne dimostra, e si scote allotta come di sua morte resurga e con più sdruccioli sopr’alle selci e stramazzi da ultimo rilevasi, et è per li fantoli una subita allargata quasi da paventosa zuffa o periculo, tale de le quattro zanche rifattomi, che son prudenzia, pazienzia, giustizia, fortitudine pervenni alfine tanto eccelso del capo, e del muso, ecc.». E inoltre, non accade forse che quella particolare polifonia assunta a ragione da alcuni critici a cifra dell’autore venga a soffrire del partito preso arcaizzante, e si appiattisca così una delle componenti centrali della grande prosa gaddiana? Che qui una polifonia grammaticale tenda a sostituirsi alla polifonia espressiva?

Si diceva del carattere a volte cursorio delle note alla Nota. Che cosa vorrà dire a p. 88, § 9, della «tosca città» Lune, «dirupata tanto che vi fanno l’erbe da sopràvi»? E appena prima, a metà di § 8, spiegare «e’ richiami de’ sustentatori» con l’indice pare incongruo al contesto immediatamente precedente: «et altre (carte) ancora ve n’ha per l’indice, e di color perso, ove sono e’ richiami ecc.». Si tratterà probabilmente delle pagine, di diverso colore, riservate agli inserzionisti: gli editori che hanno sustentato con pubblicità libraria l’edizione del Tesoretto. Non dichiarate, poi, rimangono molteplici citazioni dantesche, a volte delle più ovvie, certo, ma non più ovvie di altre su cui pure il commento si ferma. Così, nell’inizio di § 16 di pp. 92-93 (dove lo Harshleckner gaddiano della terzultima e penultima riga di p. 92 è in realtà uno Arschlecker),«qual per mare e per terra battéo l’ali» è quasi letteralmente Inf. xxvi, 2. Vi sono infine anche dei casi in cui il silenzio potrebbe trovare correttivo altrove nel commento, ed è quindi accidente di poco rilievo. È quel che accade, ad esempio, a p. 87 nella divagazione g. sulle Edizioni Primi Piani: «ch’è da intender per tropio, sì come li piani de’ dipingitori […], non già li primi piani de’ palagi, ove ne dimora il porco». Di questo «porco» dimorante al primo piano poteva, credo, essere tentato un chiarimento ad esempio ricorrendo ai passi paralleli già utilizzati per le ff. 159 e 168: i frammenti riportati in appendice a Gadda 1987a: 515-16 «l’affitta porcili […] l’immondo usuraio e affitta porcili del pontaccio», p. 517 «quel riluttante pachiderma del padrone di casa» e p. 515, rr. 32-46n: «… Com’è grasso l’affittaporcili! […] il zannuto affittaporcili del Puentacho», dove si rimanda ad una lettera a Tecchi del luglio ’36: «il maiale e strozzino usuraio nonché affitta-porcili detto padrone di casa». Una seconda interpretazione, (25) altrettanto se non più plausibile della prima, consiste nel cogliere in «porco» una ennesima allusione a Mussolini (il porco «distributore di cattedre»?) attestato al primo piano di Palazzo Venezia.

Université de Genève

Note

1. Per il quale in attesa della edizione nelle Opere dirette da Dante Isella [ora in SGF II 212-373, N.d.C.] occorre rifarsi: al commento di cui G. Clerico ha arricchito (sulla scorta in particolare di dati raccolti da Bezzola in un tentativo di catalogo esaustivo delle citazioni gaddiane) la sua traduzione francese (Eros et Priape, Paris: Bourgois, 1990).

2. Da registrare sono anzitutto il notevolissimo contributo di Andreini 1980 (poi Andreini 1988: 55-76); quindi le due anticipazioni del lavoro ora compiuto: Vela 1983 e 1987; e infine G. Dossena, Il breviario dello stregone, Rivista Pirelli, no. 11/12 (1969): 54-61.

3. Il lupus della favola iniziale del Primo libro, naturalmente: «Ad rivum eundem lupus et agnus venerant | siti conpulsi; superior stabat lupus | longeque inferior agnus».

4. Ma anche come il parpaglione di una favola leonardesca: «Andando il dipinto parpaglione vagabundo, e discorrendo per la oscurata aria, li venne visto un lume ecc.» (si ricorderà che gli venne visto, gli venne fatto sono perifrasi aspettuali care a Gadda).

5. Andreini 1988: 57, e prima da Roscioni 1995a: 27. Sulla scorta di Andreini, Danzi 1991: n. 23 individua il «tema ben gaddiano dell’incontro» «subito nella prima favola […]», poi anche in 3 («Il leone saziato s’imbatté in un cronico di stomaco»), 20 («Il dinosauro, fuggito dal Museo, incontrò la lucertola»), 23 («Apollo incontrò un personaggio del Goldoni»), 47 («Il cervo, assetato dopo la rissa, incontrò un milanese») e così via anche nelle favole 48, 53, 60, 61, 66-68, 89, 91, 98-99, 161, 176, 179». L’impiego più linguisticamente marcato mi pare quello di f. 99, in cui gli «ufficiali del generale Bonaparte» incontrano le «posate d’argento di casa Melzi, Serbelloni, e Belgioioso».

6. Si ricorderà qui la postilla al Compendio di storia della filosofia greca di E. Zeller riprodotta da Roscioni nella Meditazione milanese (Gadda 1974a: 349-50): «mio concetto della combinazione che è il possibile», ma soprattutto il passo di QP: «Tutto quello che ce voleva, c’era. Un luogo, insomma, il laboratorio della Zamira, da non si poter incontrare il più opportuno a distillarvi una goccia, una goccia sola e splendida della eternamente proibita o eternamente inverosimile Probabilità. […] Un punto d’incontro dei vitali compossibili: magia, maglieria, sartoria, pantaloneria, vino de li Castelli e de Bitonto pure […], cacio e fave, d’aprile: il nipotino del duce dei baffoni a ruzzare per entro il teschio, in cantina, […]. | Il raduno elisio delle dolci ombre, la chiamata, la evocazione dei compossibili!» (RR II 151-52).

7. Il sadismo, sadismo dell’agire dirittamente al proprio fine (l’economia domestica, in questo caso), è uno dei tratti caratteristici della gentildonna: «Un lampo sadico accendeva in quei momenti le pupille demoniache di donna Giulia che, ipnotizzando gli stolti, già trangugiava in anticipo la vitalizzante (per lei) saliva dello strangolamento» (RR I 369). E in altro episodio: «una bava sàdica, nel frattempo, doveva di certo fluitarle già per il gargarozzo fin giù nelle trombe e nei fondali dell’anima» (p. 367) – e sotto: «i due occhi di donna Giulia si puntavano sull’Amilcare come di vipera sul terrorizzato passerotto» (p. 367).

8. Cfr. la Treccani s.v. Astrachan: «Le pelli di Astrachan. − La posizione geografica, i facili mezzi di comunicazione, e il fiorente allevamento del bestiame hanno fatto di Astrachan un centro importante dell’industria della concia e del commercio delle pelli per uso di pellicceria, designate appunto comunemente sotto il nome di agnelli di Astrachan o anche semplicemente astrachan. Le pelli in questione, dal caratteristico pelame nero e arricciato, [e si veda in effetti l’illustrazione che accompagna la favola, nella quale tuttavia la rispondenza tra la coiffure della gentildonna − del resto troppo giovane e sinuosa − e il vello dell’animale è del tutto fuori luogo] sono ricavate da agnelli della regione o provenienti da località finitime e anche dalla Persia (persiani)». Ma cfr. anche il Pasticciaccio (RR II 16): «il dottor Ingravallo, che pareva vivere di silenzio e di sonno sotto la giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come d’agnello d’Astrakan».

9. Che Gadda stesso lo riconosca («Io invece, sissignori, codardo oltraggio! Ora che è morto, ci sputo sopra», cit. da Vela in nota a f. 111) non cambia certo le cose.

10. La pesante e letterariamente poco felice insistenza scatologica non è senza legami con ingloriosi episodi di profanazione di tombe che Gadda non si perita di elogiare in una lettera a Contini: «Molto mi ha giovato l’apprendere che i “buoni milanesi” non fecero del dilettantismo sulla sepoltura della Carogna, ma estrusero con sistematicità natalizia», e nella dichiarazione riportata in Cattaneo 1991 (cit. da Vela): «quando fu morto e seppellito, andavano a fare la popò sulla sua tomba».

11. Tutta la parossistica rappresentazione può essere ricondotta al principio, esposto in Gadda 1987a: 351-55, del negare e respingere le «figurazioni non valide» (p. 354): cfr. l’alternativa ivi posta tra «Cogliere il bacio bugiardo della Parvenza, coricarsi con lei sullo strame, respingere il suo fiato, bevere giù dentro l’anima il suo rutto e il suo lezzo di meretrice. O invece attuffarla nella rancura e nello spregio come in una pozza di scrementi, negare, negare: chi sia Signore e Principe nel giardino della propria anima».

12. Se non si voleva semplicemente rimandare ad un luogo scolastico per eccellenza, la comparazione dantesca («quali colombe ecc.») dell’episodio di Paolo e Francesca.

13. Altro caso simile è quello della f. 19 sui «Salinatori […] coscritti a’ padri».

14. Su di esso le seguenti osservazioni di dettaglio: a) andrebbe eliminata l’accentuazione alla greca del dittongo di auspici a p. 108 r. 18 (che è anche nella precedente redazione degli Atti citt.); b) nella digressione di p. 108 converrebbe forse ricordare che «Aligi da Ca’ da l’Ormo» non è semplicemente anagramma di C.E. Gadda, ma piuttosto un quasi-anagramma, modellato sul nome del navigatore veneziano caro a Gadda (e cit. ad esempio in Gadda 1987a) «Alvise Ca’ da Mosto» o «Cadamosto»; c) sarebbe da ripensare la formulazione di p. 108 § 1: «le favole […] restano incomprensibili se […] non sono collegate a tutta la restante opera dell’autore, non godono di una reale autonomia».

15. «Ora, se è vero che il movimento espansivo agisce sulla struttura generale soprattutto rispondendo alla finalità di indirizzare il moralismo in cifra delle favole anteguerra entro un disegno di enucleazione del contrasto tra l’apparire e l’essere, chiodo fisso di Gadda che insegue la verità contro ogni orpello agiografico e ogni acritica convenzionalità […]: disegno chiaramente espresso da Gadda in lettere a Pozza, al cugino Piero Gadda Conti, a Gianfranco Contini […]; se tutto ciò è vero, è comunque altrove che va ricercato l’elemento di effettiva novità delle favole»; e le espunzioni non sono di minima consistenza.

16. Cfr. VM SGF I 447: «in un bugìone sic. grandissimo di teatro conobbi le parole “vita” e “tempio marmoreo” ecc.».

17. Si ricorderà, come si è detto sopra, che Mussolini è il primo Fabulatore: il contaballe per eccellenza.

18. Cfr. la Nota bibliografica, p. 85, dove le favole sono «codeste nugae».

19. Quasi come in QP le «gemme d’aver cristallizzato naturalmente» (RR II 232).

20. Gli stoici, imperterriti e poco virili moralisti, sono male amati da Gadda: cfr. f. 70 «Gli stoici erano impassibili al dolore e aborrivano il vizio. Qualcuno era un po’ grasso» − come il Petrarca, «canonico grasso e vagheggiator di femine», nell’opinione secundum Carducci del «vulgare dell’italiani» (f. 117).

21. Gadda rimodella qui in un nuovo schema di pensiero la (blanda) dissacrazione del facile stoicismo tre volte iterata da Marziale (a partire da Livio II 12 e da altri storici) su uno dei miti della romanità: I 21 «Cum peteret Mucius regem, decepta satellite dextra | ingressis sacris se peritura focis», VIII 30, vv. 3 sgg. «Aspicis ut teneat flammas poenaque fruatur | forti et attonito regnet in igne manus!», e X 25 «In matutina nuper spectatus harena | Mucius, imposuit qui sua membra focis, | si patiens durusque tibi fortisque videtur | ecc.». Più valoroso, insinua Marziale, sarebbe stato affrontare la morte. Si riterrà comunque, come del resto avverte Vela, che il Marziale dei primi libri (il solo conosciuto da Gadda, tramite in particolare il primo vol. dell’ed. Belles Lettres − da cui vengono a mio avviso molti dei nomi di codici citati nella f. 151: il parisino, il vaticano, il berolinese, il videbonense, ecc.) è con Catullo e soprattutto Leonardo uno dei modelli essenziali della favolistica gaddiana.

22. «Persefone regina delle ombre ne avrà, spentasi l’angoscia del cammino».

23. «In breve, in breve, o cari».

24. E non sollievo sulla scorta dell’attuale locuzione «mi si allarga il cuore».

25. Su cui ha attirato la mia attenzione G. Clerico. Importanti indicazioni sono fornite dai chiarimenti apposti alla traduzione francese della Nota bibliografica, Le Cheval de Troie, no. 1 (1990): 5-25, così come dalle scelte interpretative della traduzione stessa. Se ne ricava ad esempio per la «tosca città» di Lune (cfr. sopra) ch’essa è «tellement éboulée qu’on y veoit faucher l’herbe par dessus» − rovine dunque tanto malridotte da esser prato ai falciatori. Se ne ricava ancora l’interpretazione riportata sopra (in sostituzione di altra accolta in una precedente versione di questo lavoro) per «allargata»; e ne riceve infine sostegno la proposta qui fatta per «Crisòbulo stoico» (cfr. n. 55 di Clerico).

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ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-16-7

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