Pocket Gadda Encyclopedia
Edited by Federica G. Pedriali

Caos

Mario Porro

Molteplici sono le varianti lessicali con cui Gadda ha dato espressione alle modalità del caos e del pasticcio. (1) In prospettiva «psicopatologica», l’incuria e l’agire approssimativo degli uomini scatenano le «bizze» di chi è assillato da «mania militare», da spirito di funzionalità ingegneresca e da «quel bisogno di ordine che ha reso così poco felice la mia vita!» (Tigre nel parco, SGF I 78). Una prima facies del caos è data dalla perdita di funzionalità dei meccanismi, dalla non rispondenza operativa ad un progetto; (2) nelle macchine che cominciano a «scanchignare» – vitarelle o cavatappi, scarpe o «penne stilografiche buggerone» – si colgono già gli indizi che preannunciano l’avvento di una catastrofe» (Le bizze del capitano in congedo, RR II 973).

Ma quando la nevrastenia si mescola ad una filosofia il cui principio è tenersi fedeli alla «coscienza della complessità» (Meditazione, SVP 668), non si può pensare al caos solo come al negativo da sconfiggere o al male da redimere. (3) Il «pandemonion», quando è l’esito di scelta deliberata suggerita da una mente organizzatrice, quando assume il volto di «orgia voluta», ha la capacità di ricreare lo spirito: l’ordine imposto dal tempo profano, dal «tedioso dovere» (SVP 722), chiama la polarità opposta, la trasgressione e la dépense della festa, a rinnovare le energie esauste del vivere. La percezione della caoticità del mondo rimane certo fonte di turbamento, a cui rispondere con la terapia della ricerca di principi d’ordine, con il «parallelepipedismo» delle forme geometriche. Ma non si può annullare la presenza ineludibile del pasticcio, che rimane realtà da affrontare e da comprendere: «Navigare nella minestra, ma cercar di capire come è fatta» (Castello, RR I 130).

Non è solo per un «attacco di zolianesimo» (Meccanica, RR II 471), di naturalistica esattezza descrittiva, che occorre allora escogitare le forme con cui dare rappresentazione mimetica del disordine: l’esigenza filosofico- scientifica di intendere «la trama complessa della realtà» (Racconto, SVP 460), di tradurre il «campo oltraggioso di non forme» (Cognizione, RR I 627) in sistemi, è imperativo etico e conoscitivo ad un tempo («Il disordine […] è il mare dei Sargassi per la nostra nave», Giornale, SGF II 575): ed è su questo mare che siamo imbarcati, sulla tolda di un bateau ivre che non possiede la consolante roccia cartesiana a cui ancorarsi, ma si agita nella tempesta.

Al termine caos Gadda sembra attribuire anche un significato specifico, non di semplice sinonimo del disordine. Roscioni ha rilevato come i vocaboli di caos e magma siano assunti, soprattutto negli scritti anteriori al 1930, secondo i tradizionali significati della cosmogonia e della filosofia antiche (Roscioni 1975: 76). Il lessico presocratico, da poco emerso dal mito, era stato risvegliato ed aveva assunto veste rigorosa grazie al pensiero filosofico-scientifico della modernità: il passaggio dal caos al cosmo era delineato nella cosmogonia kantiana, si strutturava nell’evoluzionismo di Spencer, diveniva nodo problematico con la comparsa della termodinamica.

Il caos è primo: spazio delle origini, condizione fluida e indistinta da cui emergono le determinazioni, luogo in cui l’eccedenza dei possibili attende di essere filtrata. L’informe è sfondo e fondo (il fondo oscuro delle monadi leibniziane), serbatoio di forme, materia prima e matrice che racchiude le radici da cui « germinano» le cose: in esso si agitano i potenziali che attendono di «coagularsi», come se ogni morfogenesi fosse un transitare dal fluido al solido. Così scrive Gadda rievocando l’esperienza di costruzione di un impianto a Jemappes: «Quel disordine primo si sciolse e poi si rapprese in forme sempre più valide, secondo validissime direttrici di cristallizzazione. Il caos, mesi e mesi, generò l’organismo», cioè la fabbrica per il fissaggio dell’azoto atmosferico (Tecnica e poesia, SGF I 249).

Nella prospettiva gaddiana, sistemica e fortemente intrisa di «organicismo», il caos ritrova i connotati vitalistici della presocratica physis: natura generante e creativa, in cui scorre il pulsare della vita. Il «nefando pasticcio», «cumulo informe di entraglie», è il ciarpame indistinto con cui la vita si esprime nel suo stadio primario, in attesa di un’idea differenziatrice che la organizzi e le dia un fine (Anastomosi, SGF I 268). Nelle tenebre della mollezza interiore si nascondono le potenzialità del vivere, le «buie probabilità»: il molteplice è varietà seminale «germinante e nascente», che si attua ad ogni istante in virtù della «continua vibrazione dell’essere» (Meditazione, SVP 652). Ed è in questo «retroscena del mondo» (Meraviglie d’Italia, SGF I 90) che si nascondono «le ragioni oscure» di quella «deformazione perenne» che è la vita (Castello, RR I 119).

Uscita dall’indistinzione delle origini, la vita in termini evolutivi è crescita continua (in senso proprio, cioè graduale e senza salti, per differenziali infinitesimi) di differenze, a partire da una radice comune: «differenziarsi per deviazioni e divergenze delle specie, secondo un processo di ramificazione» (Meditazione, SVP 884). «Il processo euristico», lo sforzo creativo del reale nei suoi diversi livelli, nelle «sue varie parvenze», dalla biologia alla tecnologia, dalla meccanica alla politica, si costruisce e si «autodeforma», procedendo verso il «vieppiù differenziato»: l’n+1 viene fuori «da un nebuloso e schellinghiano cementarsi od agglutinarsi o coordinarsi degli n» (SVP 783). È dunque nel senso di una crescita della complessità, di un aumento delle differenze (oggi, diremmo anche dell’informazione in quanto neghentropia) che il reale inventa continuamente se stesso, quasi fosse «un caos che si arricchisca di determinazioni come un poligono avente vertici infiniti» (SVP 834).

«Dal caos dello sfondo devono coagulare e formarsi alcune figure», osserva la prima pagina del Cahier d’études del Racconto italiano di ignoto del novecento. Certo, qui caos va inteso anche in termini storico-critici, come «emanazione della società italiana del dopoguerra», cioè di una società in preda a «dissoluzione», morale e teoretica, in cui si è prodotta «una perdita di vista del nesso di organicità». La società, come gli organismi, costituisce un «ingarbugliato intreccio», può dunque accadere (ed è qui l’origine del male) che si perda di vista il nesso unitario: l’organismo si dissolve «quando una sua parte agisce di per sé, per il proprio (creduto) vantaggio o piacere e non in armonia al tutto» (Racconto, SVP 460). La dissoluzione rappresenta dunque il venir meno della gerarchia delle differenze: il sistema vede sconvolte le sue relazioni, si annuncia così il declino che lo porterà al caos terminale della indifferenziazione. Ogni sistema organico è un sistema aperto in senso termodinamico, precaria unità di relazioni, groppo o nodo che si conserva provvisoriamente sfuggendo alla dissoluzione: ma ciò che appartiene a bios non può disobbedire alle norme della physis, il suo destino è tornare all’inerzia della materia. Nella morte il sistema si decompone, si arrende al disordine entropico, torna all’n-1, all’indistinto, diviene cosa fisiologica: «il sistema dolce e alto della vita», dice la Cognizione a proposito della madre morente, viene ricondotto «all’orrore dei sistemi subordinati, natura, sangue, materia: solitudine di visceri e di volti senza pensiero. Abbandono» (RR I 754).

Emerso dal caos delle origini, il sistema si costruisce deformandosi, ma non può ignorare il processo inverso, il regredire verso l’indistinzione e la fine delle differenze. Rileggendo la psicanalisi a partire dai suoi presupposti filosofici, Gadda non può mancare di volgere la sua attenzione alla pulsione di morte tematizzata in Al di là del principio del piacere. Il lessico freudiano dell’energia (certo non estraneo a chi come Gadda era lettore di Ostwald) dà veste teorica al problema (meta-fisico ancor prima che psicologico) dei rapporti tra biologico e fisico che assilla il pensiero filosofico-scientifico di fine Ottocento e a cui anche Bergson cerca di dare risposta: come può coesistere l’evoluzione creatrice degli organismi con la legge implacabile che inscrive tutto ciò che nasce sotto le insegne del declinare? (4) Non potremmo pensare ad una sorta di andamento ciclico per cui ciò che si dissolve nel «letamaio diveniristico» (Meditazione, SVP 872) ritrova al contempo le condizioni dell’origine e può riprincipiar da capo? «Sotto il riflettore spietato dell’analisi», l’attrazione che esercita la quiete del mondo inorganico è insieme ritorno alla «potenza primigenia» che rende possibile un nuovo inizio. Le parole de I viaggi, la morte saranno integrate l’anno successivo nell’approccio sistemico della Meditazione:

il migrare dei simbolisti è un determinare nuove fortune spaziali, nuove conoscenze e nuove sensazioni astratte dall’impulso coordinante dell’ io, è un perdersi nella casualità oceanica; il morire è un accedere a una più vasta dissoluzione, a più sconfinata casualità, ove ogni impaccio sia tolto dei vincoli d’ogni teleologia.

Filosoficamente questo anelito verso il caos adirezionale rappresenta un regresso alla potenza primigenia dell’inizio, ancora privo di determinazioni etiche: una ricaduta nell’infanzia dell’essere, se così sia lecito dire.

Io credo che nella persona umana esso appalesi la rivolta della materia paziente contro l’insopportabile tirannide della finalità. Anche la finalità eccede ed erra e viene in questo errore a negarsi: la materia è incaricata di rappresentarle i vincoli logici del mondo, le premesse proprie di essa finalità: la materia è la memoria logica, la «premessa logica» su cui lavora ogni impulso finalistico, ogni «forma» attuante se stessa (chiara idea platonica rielaborata dagli evoluzionisti e poi da Bergson). (Viaggi, SGF I 581)

Il dramma della Balducci, la non ottenuta maternità, produce in lei un abbandonarsi al richiamo della morte, «una tendenza al caos», risveglia l’anelito verso l’indistinto che è insieme brama di rinascere:

Quel buttare, quel dissipare come petali al vento o come fiori nel ruscello tutte le cose che più contano […] finirono di rivelargli, a don Ciccio, l’alterazione sentimentale della vittima: la psicosi tipica delle insoddisfatte, o delle umiliate nell’anima: quasi, proprio, una dissociazione di natura panica, una tendenza al caos: cioè una brama di riprincipiar da capo: dal primo possibile: un «rientro nell’indistinto». In quanto l’indistinto soltanto, l’Abisso, o Tenebra, può ridischiudere alla catena delle determinazioni una nuova ascesi: la rinnovata sua forma, la rinnovata fortuna. (Pasticciaccio, RR II 105-06)

Il caos è il reale che non trova (non ha ancora trovato) modo di tradursi in sistema: spazio delle origini e momento terminale, esso costituisce la zona indistinta attorno a cui spuntano le sporadi dell’ordine e dell’equilibrio (nelle quali si afferma la coscienza della combinazione), gli arcipelaghi emersi nella «casualità oceanica». Ma i sistemi sono solo impropriamente delle isole, non sono ipostatizzabili in «sostanze», in solidi dai bordi definiti: se la realtà è «fiume eracliteo pieno di gorghi e di forze aggrovigliate e intersecantisi» (Meditazione, SVP 777), il dato è solo una «pausa della deformazione in atto», equilibrio transitorio di un vortice nella corrente.

La «mobile duna» su cui il filosofo poggia i suoi piedi (ad anticipare il popperiano sapere su palafitte), non consente di scorgere «né il fondo dell’abisso né l’assoluto cielo: ma partendo dal traballante ponte della realtà data cerco di estendere la conoscenza nelle (due) direzioni (ascensionale e involutiva)» (SVP 667). Ogni sistema realizza un provvisorio equilibrio nel contesto di una «ascensione di sistemi», fra i suoi interni sistemi subordinati ed il «caos soprastante» in cui è integrato: ma la speranza che il «caos poi presto disparirà» rimane illusoria, dato che la superordinazione deve essere intesa come «un groviglio estremamente complesso e direi confuso», per cui ogni sistema resta immerso in una più vasta realtà, in un «oscuro e indistinto sistema esterno» che sfugge alla logica (SVP 861 ). La totalità, a cui kantianamente aspira la metafisica, ci rimane ignota: se il «desiderabile termine di riferimento supremo» è pensare, per integrazione, l’Oceano, solo la Mente divina potrebbe aspirare all’icnografia delle prospettive parziali, cioè a tradurre il caos in cosmo.

Ogni sistema strutturato è un cosmo paragonabile ad un gioco come la partita a scacchi: le sue regole, arbitrarie e vincolanti, costituiscono «la cinta daziaria logica, funzionante da Dio» (SVP 646), e formano così un universo chiuso e finito. Ma nulla in natura, secondo Gadda, corrisponde alla partita a scacchi: la realtà non si compone di «ficchi secchi», stoicheia distinguibili come i caratteri dell’alfabeto o gli atomi, dalla cui inesausta combinatoria formare l’ordine delle cose. Nel pentolone del mondo gli gnocchi si aggrumano per filamenti che il rasoio della ragione analitica non può separare: caos o cosmo, «Eleggi tu, secondo credi, qual de’ duo nomi ti piaccia, come consentaneo con gli umori tuoi propri», si dice a proposito delle immagini e delle favole «in che si aggroviglia il vivente polipaio della umana comunicativa» (Meditazione breve circa il dire e il fare, SGF I 446). Forse non sarebbe dispiaciuto a Gadda il neologismo che gli odierni teorici della complessità hanno coniato per esprimere la convivenza di ordine e disordine nella scatola nera delle cose: caosmos.

Il ricorso all’Oceano quale emblema del caos è solo uno dei tanti indizi del prevalere in Gadda di un immaginario costruito sulla metaforica dei fluidi, certo non estranea agli studi di un ingegnere idroelettrico, lettore di Bergson. I modelli razionali imposti ad una realtà recalcitrante prediligono, nel tracciare quelle che oggi chiameremmo le dinamiche del caos, la lingua newtoniana delle fluenze e delle flussioni con cui un eretico leibniziano guarda al calcolo infinitesimale. La sarabanda e il garbuglio, e soprattutto il «dissonante fescennio» (Meccanica, RR II 487) della folla – alla fiera o al mercato – obbediscono ad un processo scandito dal passaggio lucreziano da turba a turbo, tipico dello scorrimento dei fluidi. (5) In greco turbé è la folle danza in onore di Dioniso, la moltitudine e il grande numero, la confusione e il tumulto: è il caos come massa fluttuante, in moto browniano, su cui «un impercetto clinamen» (Adalgisa, RR I 488) produce una spirale che gira vorticosamente, turbo.

Il flusso, percorso da turbolenze, trova le sue linee di impluvio, si declina in vortici turbinosi. Il «girotondo infernale», agitato da rimescolamenti paragonabili al bollore del magma, è un «pullulante vivaio di possibilità meravigliosamente ebbre» (Meccanica, RR II 502), che attendono di assurgere all’equilibrio instabile di un vortice, «dentro l’inviluppo motivato del circostanziare» (RR II 488). Nel «vortice del mio sistema», la materia stessa è sottoposta alla chiamata, all’imperio finale che spinge le acque a precipitare nella cateratta: anche l’io è pensabile come «un pauroso gorgo ove un fiume converge precipitando in cascata» (Meditazione, SVP 779). La lingua dell’idrodinamica consente di esprimere il caos, di farlo passare dal mito al sapere positivo. Il rumore di fondo delle cose scivola verso il turbine: «Improvvisamente la sindrome tipica delle frenòsi collettive si manifestò nel magma […] E poi tutto si confuse in un violento torrente il quale, dopo intoppi e gorghi d’ogni maniera, proruppe rigurgitando nella diabolica sala» (Cinema, RR I 67). L’orgasmo della folla al mercato, nella Meccanica o nel Pasticciaccio, è percorso da un’energia critica che smista la direzione verso «l’indistricabile groviglio delle miserie universe». Il «bailamme» della «festa formaggia» e della «repubblica erbaria» è involtato nel «turbine degli inviti e degli incitamenti alla compera»: il caos si rapprende nel vorticare delle femmine, negli inviluppi e nei gorghi della gran «fiera magnara».

Anche la madre nella Cognizione, come può accadere ad una bimba urtata dalla folla, subisce il tumulto della «turpe invasione», pronta a sfociare nella «selvaggia rissa», come l’uragano «si disfrenava alle folgori»: «effuso mugghiare di quella turba in tobòga senza più né Cristo né diavolo, moltitudine flagellata contro la proda dal precipitare dell’onda» (Cognizione, RR I 693). È il momento in cui risorge la minaccia del male, annunciata da «cupe nuvole»: la dinamica del caos parla la lingua delle meteore e delle intemperie, dei fenomeni che avvengono nell’atmosfera. Anche le quotazioni azionarie seguono un andamento «meteorologico»: nel «baccanale» della Borsa (Alla borsa di Milano, SGF I 34) non possiamo prevedere il «differenziale positivo della variabile», conoscere il «comportamento dell’attimo», cioè la sua variazione nell’istante. Nel vorticoso tracciarsi dei percorsi e dei contorni «d’una folla impazzita» che «si aggrumava e schiariva in un coagulo e in uno scioglimento continui», la «fusa continuità del clamore» era percorsa da «celeri lampi», da segnali fuggitivi e grida improvvise che obbligavano i commessi, «giovanetti-saette», a spostamenti rapidi per comunicare le variazioni delle «instabili quote».

Nel campo di forze della realtà (come ripete il Pasticciaccio), contrasti mutevoli e «convergenti motivi» finiscono per confluire «in un punto di azione manifesta»: «probabilità imponderabili» producono «la deprecata catastrofe. Il turbine o uragano che fosse» (Meccanica, RR II 533). La «dégringolade del divenire» (Meditazione, SVP 872) si arresta in un «groviglio spiraloide»: il flusso si esprime per contingenze e circostanze, per cui «l’oscurità generale del destino è su tutto». Chi racchiude il racconto fra la «nuvolaglia tempestosa» ed «i nuvoloni del finimondo», non ignora un meccanismo tipico delle dinamiche caotiche, l’effetto farfalla con cui il meteorologo Edward Lorenz ha indicato l’incertezza previsionale dovuta alla sensibilità alle condizioni iniziali: (6) «Se una libellula vola a Tokio, innesca una catena di reazioni che raggiungono me» (L’egoista, SGF I 654).

Nel caosmo delle meteore, cede ogni stabile riferimento: sul bateau ivre, nella buia notte in cui si svolge il nostro peregrinare conoscitivo per mari strani e diversi, il metodo non ha alcuna stella a cui riferirsi, le cose «si dissolvono e si deformano da sé, come i cumuli delle nubi». Anche la «teoretica idea» del commissario Ingravallo, per cui «le inopinate catastrofi» sono nodo o «gnommero» effetto di cause molteplici, obbedisce ad una dinamica morfogenetica analoga a quella di un altro «convoluto Eraclito», René Thom: tali catastrofi «sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti» (Pasticciaccio, RR II 16). Dal vortice di depressione ciclonica «nulla segue», suggerisce l’inizio meteorologico dell’Uomo senza qualità di un altro ingegnere-scrittore, Robert Musil: come per l’incidente automobilistico che si scatena nel caos del traffico viennese anche il fattaccio delittuoso del Pasticciaccio «era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a mulinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata “ragione del mondo”» (RR II 17).

Centro Studi Gadda di Longone al Segrino

Note

1. Si veda la rassegna, necessariamente non esaustiva, proposta da Gian Carlo Roscioni (Roscioni 1975: 75-76).

2. Basti pensare ai molteplici esempi relativi alla condotta bellica riportati nel Giornale di guerra e di prigionia.

3. «Avevano cancellato il disordine, per la stanza, come si suol medicare un male», si dice a proposito dei quadri calpestati da Gonzalo nella Cognizione del dolore (RR I 617).

4. Su questo tema rimando a M. Serres, Zola. Feux et signaux de brume (Paris: Grasset, 1975), 108-120.

5. Il riferimento è a M. Serres, La naissance de la physique dans le texte de Lucrèce (Paris: Editions de Minuit, 1977; trad. it., Lucrezio e l’origine della fisica, Palermo: Sellerio, 1980), 35-39.

6. J. Gleick, Chaos (New York: Viking Penguin Inc., 1987; trad. it., Caos, Milano: Rizzoli, 1989).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-00-0

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