La meccanica

capitolo III

A diciott’anni, a furia di tenacia e di metodo, Luigi s’era abituato a rivolgersi e guardar per istrada le donne, dopo che i turbolenti compagni lo avevano burlato a lungo, clamorosamente, in casa e in istrada, perché non le guardava mai neanche in isbaglio. «Cosa sei? Un San Giuseppe alle volte?» «No, che si chiama Luigi.» «Sarà San Luigi.»

Quasi sempre però, assorto com’era nel «prodotto integrale del lavoro» e nella «organizzazione totalitaria della realtà collettiva», si voltava a certe carampane e lasciava invece passar quelle stagne, senz’avvedersene.

Allora eran nuovi cachinni. E si davan di gomito prima: «Guarda questa guerciona,» dicevan ràpidi, sottovoce, avvistatane magari una ancora in fondo alla strada, che avanzava barellando, con la pancia in avanti, e una qualche cavagna magàri di cavoli: «questa qui la guarda sicuro.» E intanto, di sottecchi, la tenevan mirata, mentre la s’avvicinava («Madonna, Madonna!») ingrandendo a vista d’occhio e tutti i dettagli, l’un dopo l’altro, prendevano consistenza e risalto. «Vacca miseria! guarda, guarda», dicevan sottovoce ancora, senza farsi udire da lui, dandosi nelle costole delle gomitate porche.

Difatti, all’abbordaggio, Luigi la fissava lungamente, quasi deliberato a incenerirla.

«Cos’ha quel tabarrello?» gli gridò una volta una fuori dai gàngheri. «Devi succhiarne ancora delle michette, prima di far l’asino alle donne.»

S’era sposato a quasi ventiseianni, nel gennaio del quindici, con l’aiuto di certi parenti imparentati con della gente di via, di Treviso; era sicuro che «il paese, profondamente socialista, non avrebbe mai e poi mai consentito alla guerra, alla carneficina del proletariato.» La Libia, pur essendo dell’89, (1) l’aveva schivata. Un miracolo di Sant’Antonio dicevan le donne, tre centimetri di torace gli dissero invece a lui, alla visita. Ma quando poi, contro ogni suo antivedere, maturò quella grossa, allora lo brancarono anche lui così bello, sposo ancora caldo del letto, perché con Cecco Beppe c’era poco da scartar gobbi e a Cadorna gli potevan far di bisogno anche quelli di seconda scelta, da un momento all’altro, per i suoi «colpi di maglio.»

La sposa, quando la videro, lì per lì rimasero tutti di stucco: un pezzo di figliola da far strabiliare il diavolo, che pur se ne intende: ma davanti a quella si sarebbe morso la coda. E Luigi era suo marito. Dove diavolo l’aveva pescata? All’«Umanitaria» no certo, pensarono i meglio informati. Poi si seppe. I chissà e i sorrisetti furon molti: ipotiposi di rito il parafùlmine.

Così gli anni migliori, per Luigi, avevano avuto uno scopo, un indirizzo; erano stati un ardore, una volontà. E il premio, diceva, è venuto: ed era Zoraide. Il mestiere gli dava abbastanza bene da vivere. Nell’opera delle misure, delle sagome, degli incastri: della colla pialla sega e scarpelli s’era impegnato sopra la materia dell’arte sua con intelligente perizia: l’adempimento pieno degli obblighi aveva remunerazione d’un giusto profitto.

A notte, certe volte, leggeva, leggeva. E in quei medesimi anni eran però sopraccaduti altri fatti, che i suoi, venute a maturanza altre idee, che le sue, nella storia degli uomini: alcune come pampani e fronde, segrete alcune come radici o come il meccanismo segreto della conseguenza. O come il germe tacito, nel buio della terra.

E, quasi una successione di lampi nella tenebrosa tempesta, in serie assortite occupavano il diverso cervello de’ diversi: chi alle une intento, chi all’altre, creduli tutti che sol quelle imagini fossero vàlide, che i limiti dell’esperienza propria potevano comprendere o i capricci della propria inerzia accettavano di considerare, o le ragioni de’ proprî interessi.

Il quattordici, in fondo, non era cominciato molto differente dagli altri, se non che, per Luigi, alcuni avvenimenti di capitale importanza, lo contrassegnarono sùbito.

Il 25 gennaio, dalle elezioni parziali del sesto collegio milanese, uscì deputato Amilcare Cipriani, noto sovversivo «degente» allora in una villa della Costa Azzurra: tutti i fratelli avevan salutato con un sol grido «la vittoria della Milano civile che non intende abdicare alle sue tradizioni generose.» Cipriani in quei giorni non si fece vedere: essendo che, contro di lui, c’era in piedi ancora tutta una vecchia montatura «sabauda», con una dozzina d’anni di galera o qualchecosa così.

Il giubilo del popolo milanese e di Luigi Pessina fu amareggiato per altro dal «teppismo della poliziottaglia», che la sera, in Piazza del Duomo, disciolse un’adunata di conclamanti entusiasti.

Un ufficiale della «malemerita», come non bastassero i suoi, ebbe anche il «braccio forte» di qualche «sparuto nobilastro». Balsamo compensatore d’ogni amarezza, ai vittoriosi di Milano pervenne però il plauso telegrafico dei camerati di Empoli, Radicóndoli, Campiglia Marittima Refrancòre, Ravizzano e molti altri posti, piccoli sì, ma di cuor generoso.

Nella primavera poi, e già fin dal disciogliersi dell’inverno acre, tutto un succeder di frèmiti aveva percosso il paese, libici, ferroviari, telefonici, postelegrafonici, seguiti a una campagna parlamentare contro le spese libiche, culminati nei tumulti della seconda settimana di giugno.

Dopo i quali l’agitatore Enrico Malatesta «esulò verso la libera Inghilterra» (quella degli incrociatori corazzati) e in treno si lasciò intervistare, recisa la barba. Disse memorabili cose: «… che in Italia esiste uno spirito ribelle, che domanda il suo svolgimento. Dev’essere coltivato…» La scoperta parve a Luigi il frutto d’un grande acume storico, e ne fu lieto, tra sé e sé congratulandosi d’esserci arrivato anche lui, già fino da qualche tempo.

E c’era stato, anche, il processo per il secondo incaglio dell’incrociatore «San Giorgio», specializzatosi in simil genere di esercitazioni nautiche. La prima volta fu nelle secche della Gaiola, poco avanti la riva incantata di Posèlleco: era una luna meravigliosa, a Marechiare facevan l’amore pure li pesci. Il capitano Cacace faceva il comandante del San Giorgio. Sgravatolo de’ cannoni lo rimisero a galla e fu rattoppato. Ma poco appresso, eccolo a incappar di bel nuovo ne’ fondàli, una notte, e stavolta tra il Faro grande e la stràbica luminata de’ fari mìnori, messosi appena nelle angustie dello Stretto, lasciato il golfo appena che riceve, da Euro, più briga.

A fine giugno un altro avvenimento, quasi marinaresco anche quello, suscitò in Luigi delle preoccupazioni umanitarie, (la sua fronte si corrugò), e nella stampa italiana tutto un fermento di congetture scientifiche e speranze radioelettriche da non si dire: sulla ribalta di terza pagina, invece de’ soliti sciagurati, vennero trascinati de’ professori di elettrotecnica, degli ingegneri navali, dei capitani di corvetta; e altri lupi di mare. L’Italia stava già per soppiantar l’Inghilterra nel dominio dei mari: il mondo delle polveri e degli spari sottomarini passava certo un gran brutto momento.

Infatti l’ingegnere Ulivi aveva annunciato d’essere ormai in grado di far esplodere esplosivi a distanza: mago della fisica moderna, egli dominava completamente i raggi infrarossi.

Furon vissuti giorni di speme: tutte le santebarbare e casematte nemiche, in caso di guerra, farle saltar in aria al primo minuto non era più ormai che una question di dettaglio: se premere un bottone di porcellana o se era meglio di madreperla, o forse di tartaruga. Ma poi che idee! guerre non eran più nemmeno pensabili: con quel ritrovato eran finite tutte le guerre, già prima ancora di cominciare.

E non è tutto: ché alle congiunte meraviglie della Fisica e della Artificerìa s’era intrecciato l’idillio: il che levò al colmo l’aspettazione e il prurito della gente, commossi già nel presagio, dopo gli orrori pirotecnici della detonazione, che i confetti dell’Ulivi seguiranno bentosto: e avevan già nelle orecchie il cigolìo fervido e gli spasimanti aneliti del dolce talamo, arridente ai ludi di Venere il favor di Lucina. Attaccati al muro, sopra i due comodini della notte, Volta e Marconi.

Perché bisogna sapere che l’ingegnere Ulivi aveva messo anche gli occhi addosso a uno splendido tocco di figlia, il di cui padre, per combinazione, era contrammiraglio. Corto a quattrini, il giovanotto pensò di procurarsi dei raggi infrarossi, nella certezza che nessun italiano sarebbe potuto mai andar oltre il suono della parola (popolo musicale fra tutti), nessuno mai avrebbe sospettato così chiamarsi «l’emanazione» d’un tubo che scotta, o della minestra calda quando brucia la lingua. Le sue previsioni infatti si avverarono a un punto: il tintinnìo di quei raggi senza barbaglio abbacinò le più cospicue orecchie dell’intelligenza latina: sicché anche all’ammiraglio piacquero immensamente.

Vecchio lupo di mare, l’agnello di terraferma, come genero, gli parve più che adatto. E pensava all’Italia, in que’ giorni, alla flotta, al mare nostro, alla Lega Navale, alla sua figliola, che stava per imbarcarla anche lei. E con un ingegnere elettrotecnico, no col primo venuto. Si commosse, si soffiò il naso.

E fu signore, fu candido, un giglio, fino alla fine. Un vero ammiraglio della terza Italia.

Predisposta a Firenze tutta una cerimonia radioelettrica ed infrarossa, seminarono non so che campo o che ansa del fiume d’una decina di torpedini, riempitele in precedenza de’ più malvagi esplosivi. Un sole splendido, una mattinata indimenticabile di prima estate, con sogno di trasvolanti nubi nel cielo più azzurro d’Italia, con dei tenenti di vascello, delle ragazze stupende, delle signore inglesi bruttissime ma abbonate al Vieusseux, dei commendatori, degli ingegneri de’ telefoni per il controllo.

Aspetta, aspetta, era già quasi mezzogiorno, un appetito! e le torpedini non scoppiavano mai; si congetturò dapprima circa la cattiva qualità dei detonatori, o forse, misteri della materia, erano gli elettroni che stentavano un po’. Quando arrivò invece la notizia che l’Ulivi s’era squagliato con la ragazza. Il navarca, pallido, lì per lì non poté spiegarsi come mai: balbettò angosciosamente qualche ipotesi piena di fiducia, mescolata con vecchî ricordi del balipedio.

Allora tutti andarono a far colazione e il mare nostro seguitò ad essere quello di prima.

Ventotto giugno, beneficiata arciducale. Trenta giugno, Caldara a Palazzo Marino.

Alla strage seguì un cupo silenzio: poi, tutt’a un tratto, Narodna Obrana, ultimati, ukase, mobilitazioni, Belgio, pezzo di carta; predisposte piazzuole, von Kluck e Gallieni, Marna. Pranzo di Parigi rientrato. L’Onnipotente invocato da ognuno sulla sua spada, come in un giudizio di Dio.

Nell’autunno… il fidanzamento di Luigi; ché, da qualche mese, gli avevano fatto conoscere Zoraide.

Le preoccupazioni e i doveri del nuovo stato gli tolsero di partecipare, con quell’assiduità che desiderava, alle clamorose adunate serali e domenicali di Via Circo 6, di Corso Romana 10, del Teatro del Popolo e del Dal Verme, dove la voce prima della nuova coscienza d’un popolo veniva finalmente ad affermarsi, con l’angoscia d’una crisi d’animi che certo rimarrà tipica nella storia d’Italia. Ma Luigi, tormentandosi di non aver voce e tempo, per via di Zoraide, a dir la sua abbastanza, non poteva però presagire che da quelle tribune, o palestre che fossero, sarebbe nata un’idea, destinata a contrapporsi con sacrificio e sangue, a tant’altre: i jeux-de-paume sono le assise de’ dibattiti irregolari.

Quell’idea, dalle parvenze del lì per lì, si chiamò intervento: i suoi patroni interventisti o, nel linguaggio degli avversarî, guerrafondaî, avventurieri della violenza, guerristi.

Né più disarmarono. Né più li mollò il noto quotidiano di che il Pessina era abbonato, e diligente lettore. Intestazioni, titoli, sottotitoli, colonne e vignette, fu, mesi e mesi, una gioia dell’orecchio, una festa degli occhi. Ogni sforzo venne tentato, per impedire «l’evento.» E se i grossi pezzi eran volti contro «gli zuccherieri», i «siderurgici», «i libici», gli «sciacalli monturati di Salandra», la «delinquenza bestiale della malemerita», la «teppa di San Fedele», e i «lupanari nazionalisti», circa le quali entità fisiche o metafisiche sarebbe arduo di recare giudizio, certo però la paura vera fu una, e in fondo fu la più logica: quella che l’aspetto reale della patria potesse disvelarsi ai cuori e alle coscienze degli umili, vale a dire dei tartassati, dei farneticanti e degli analfabetoidi: quel che l’Italia potesse apparir loro non già un’allegoria neoclassica o una metternichiana espressione geografica, non una pentola fessa donde arraffar coscritti antimilitaristi verso fetenti caserme, ma finalmente un fatto, una vivente nazione. Allora gli apostoli rischiavano il collocamento a riposo. Il «tragico evento», la «carneficina», eran deprecati non tanto in sé, quanto per le lor presumibili conseguenze politiche: prima e più odiosa il necessario accostamento delle plebi all’idea di patria.

«… A prescindere da altre formidabili ragioni, la guerra rappresenta la forma estrema, perché coatta, della collaborazione di classe…» È un manifesto del Partito Socialista Italiano, settembre.

Luigi, per abito, di quella prosa gustava il contenuto critico eventuale più che non l’enfasi e l’invettiva: e quella «cura ricostituente», così chiamava la lettura quotidiana del giornale, gli pareva un dovere. Non riusciva a trovar nel fondo dell’animo tutto l’odio che avrebbe dovuto esserci, stando alle parole de’ polemisti: ma piuttosto pensava, certo, che questo mondo per molti rispetti lascia moltissimo a desiderare: era una sua idea, poco leibniziana per verità.

Le vignette di Scalarini, talvolta, lo colpivano: non volendo, ci pensava di notte. Il 15 novembre, in occasione d’un assegnamento straordinario di quattrocento milioni al bilancio della guerra, si vedeva il Proletariato, un uomo robusto, tetro, tirare a mezzo d’un giogo (da un bue solo) che avea sulle spalle, un cannone da bamberottoli. Sull’affusto sedevano a cavalcioni, con enormi pance e bocche oscenamente sdentate, aperte in un ghigno sinistro, primo il Capitalismo, cilindro in traverso e fascia tricolore sul ventre, poi, dietro, il Militarismo, nelle parvenze d’un Marte-Vitellio, e infine il Clericalismo simboleggiato da un prete pesantissimo, la tunica disbottonata perché la trippa possa dilatarsi a suo agio. Quest’ultimo detto altrove, nella letteratura dell’epoca, il maiale nero.

Nello stesso numero seguitava «l’agitazione per le vittime politiche del giugno», cioè per alcuni fuggiti nel Ticino, a scansar qualche mese di carcere. I profughi erano articolati in terza pagina: e l’articolo recava un’epigrafe in versi. Luigi sospirò di nostalgia montanina, leggendo i bei settenari che lo strazio proletario medicavano, de’ più poetici balsami:

Addio, Lugano bella!
………………………………
Addio cari compagni,
Amici luganési!
Addio, bianche di neve,
Montagne ticinesi!

Con la qual lode non si vuol escludere che anche fra i patrioti esistessero poeti di primissimo ordine.

Intanto i tornî e i baleni delle acciaierie e tutti i fuochi sudavano: color fuoco i lingotti, presi da’ graffi, il maglio potente li lavorava. Ma il parto delle 87 batterie Deport da settantacinque campagna, commesse fin dal dodici alle Wickers-Terni, non fu cosa da poco: a fine settembre venti batterie soltanto erano a reggimento, una quarantina, dicèvasi, pronte per il collaudo di traino e di balipedio. Munizionate a 1500 colpi per pezzo si aggiunsero poi alle Krupp e dotarono una parte de’ reggimenti da campagna: bisognò, s’intende, la nuova «istruzione».

Quanto al 149-A (149-Acciaio) era certo una buona bocca: non per questo si neglessero i vecchî G (149 Ghisa): ed anco una volta si poté constatare come sia vero l’adagio gallina vecchia faccia buon brodo. Dicasi l’iguale degli 87-B di bronzo. De’ nuovi mortaî da 210 qualcuno, più tardi, ritenne prudente di scoppiare, con un fracasso indicibile: dietro il proietto partì anche la volata; ma, poverino, la colpa non era sua.

La Marina fece dei prestiti miracolosi; ne fecero i vecchî forti inutili da cui era fuggita la topaglia, per mancanza di giberne e buffetterie da rosicchiare, e i reggimenti da costa.

E fu insomma un miracolo di volontà e di lavoro metter in piedi qualche cosa come un esercito in dieci mesi, magazzini vuoti riempirli, levar soldati e allinearli in quello schema così poco neolatino ch’erano i reggimenti di linea, a certi tipi mettergli uno zaino in sulla gobba, un fucile tra mano.

Nella terra del fuoco e delle nevi, delle Pasque e de’ Vespri, e de’ Ciompi e delle Case Rotte, il «Regolamento di esercizî per la fanteria», il «Regolamento di servizio in guerra». O magnanimo Alfonso il qual ritogli <…> Forse un dì fia che la presaga penna ti faccia fare una crociata a scoppio ritardatissimo.

Vi erano armi nella terra de’ maravigliosi poemi e dei sonetti con la coda.

Né in maggiore serenità passarono i primi mesi del 15, sebbene Luigi, per forza di cose, avesse «dovuto» ormai dedicare a Zoraide tutto il tempo che sopravvanza dopo il lavoro, e tutto il meglio di sé. Il lieve respiro di lei dormente esalava dalle turgide labbra, come d’una bella d’altri mondi, meravigliosi e lontani, ch’egli avesse ospitato per caso. Sul comodino c’erano dei pizzi complicati e «L’Avanti».

Che seguitò nella disperata campagna contro il «guerrismo», e pubblicò nuovi disegni e nuovi appelli al Proletariato, descrizioni sempre più vive degli «orrori della guerra», virulenti attacchi contro il governo di Salandra «che aizza le discordie civili», elenchi di sottoscrizioni «pro vittime politiche», proteste contro la «mistificazione irredentista» e articoli anglofobi nonostante la libera Inghilterra dov’era fuggito Cipriani; e poi nuove scariche gratulatorie all’indirizzo di questo o quel generale o ministro, sospetto di chieder farina pel pane, mosto pel vino: e poi da ultimo l’ultimo grido, contro il sabotaggio esercitato dalla censura ne’ danni della libera stampa.

Finché, a stroncare certe partite di tarocchi, il ministero Salandra era caduto per la terza volta e per la terza risorto; finché le bianche nevi dismagarono in sugli spalti ermi dell’Alpe dimenticandovi le rose solo dei rododendri e gli azuli fiori delle genziane: e con prorompere de’ furibondi torrenti ed esalare delle nuvole uscì Madonna ai passi, detta la Primavera; finché il poeta della canzone al re giovine rivenne di terra di Francia, araldo delle fulgide armi; e toccò ai Genovesi l’onor primo d’averlo lor ospite, leggermente allungatasi la faccia loro quando all’esimio assessore delle finanze gli presentarono tutto il codazzo sansebastianesco e poi il conto del Monopole-Heidsick.

Gli studenti a Milano, (2) ed altrove, avevano gridato «Morte a Giolitti!», «Viva la guerra!», «Viva D’Annunzio!», e noi stessi non lesinammo la voce de’ polmonacci nostri di allora, in sì fortunata concomitanza d’eventi. Il sinistro Politecnico e l’aula buia e lugubre di disegno di macchine sfumavano dal tetro orizzonte de’ nostri anni «migliori».

Nel frattempo Peppino Garibaldi era divenuto generale di brigata. E le ipotiposi di Scalarini pervenivano regolarmente ai destinatarî, seguendo il corso de’ pubblici accadimenti: l’undici aprile il Lavoratore, servendosi del ginocchio sinistro, spezza una sciabola insanguinata e la gitta nella cassetta delle spazzature dove c’è già, rotto e contorto, il suo bravo fodero, due fronde risecche, una di quercia una di alloro, nonché la bandiera dello Stato Italiano.

Il quindici maggio ancora, a Milano, uno sciopero generale, per l’uccisione d’un povero diavolo ad opera non si seppe se del caso o d’un agente o di chi, durante uno de’ quotidiani congressi.

Il diciassette maggio sciopero generale a Torino, la Camera del Lavoro occupata militarmente: titolo «repressione antiproletaria a Torino.»

Il venti maggio pieni poteri al Governo. Il ventitré maggio l’ultimo disperato appello del Partito ai Proletarî d’Italia: «L’intervento… nell’immane conflitto… è deciso.

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«Se il radioso sogno di realizzare l’unità delle nazioni attraverso l’internazionale operaia, ecc. ecc.»

Finalmente spuntò l’alba del 24 maggio 1915. Secondo la stampa borghese l’Italia era «pronta».

Luigi fu spedito al fronte il 10 settembre 1915 con un battaglione di complementi che il deposito inviò, da colmar i vuoti, al [ ] reggimento di fanteria.

Partì triste, dopo un permesso di quarantott’ore, ottenuto in riconoscimento della sua buona condotta. Non era sfiduciato. E nemmeno bestemmiò.

Del ribelle non aveva certo il temperamento. Era calmo, serio, umano, onesto. Era un «autodidatta.»

Una volta, alcuni mesi prima che si accasasse, un medico gli aveva detto: «Vada adagio con le donne; lei di polmoni da buttar via non ne ha.» Luigi lo trovò ampolloso e indiscreto: la sentenza non gli era stata stata richieduta; s’era fatto visitare per una còlica. La tosse era una cosa del momento.

Ma a quella sentenza ci aveva ripensato. In certe ore della notte quel consiglio burbero e rimbombante gli ritornava ne’ timpani: quella barba scientifica se la vedeva ancora davanti, quasi d’un profeta.

Gli venivano a mente certe storie lugubri, di gente emaciata, di famiglie devastate dalla disperazione e dal male, dopo anni di miseria, di silenti lacrime.

Al solito cercò dei libri. Volle sapere anche questo: e imparare come bisognava comportarsi, a un bisogno, sebbene nel caso suo bisogno non ce ne fosse… perché era un’idea.

Si procurò degli opuscoli d’igiene e di propaganda antitubercolare, seppe d’una instituzione sorta dalla munificente carità d’un privato, la tipica elemosina borghese alla fame del proletariato, dove si prodigavano cure ai malati più poveri, quasi un dispensario, provveduto d’ogni miglior mezzo diagnostico, d’ogni soccorso clinico. Una domenica volle recarsi a vederlo, da fuori, in Via Solari, di là dal ponte della Vettabbia.

E tre mesi dopo le nozze, nell’aprile del 15, aveva deciso di consultare uno specialista; «perché non mi sento più quello di prima», confidò a sua madre, che lo guardava con una tristezza negli occhi.

In un nuovo libercolo: «Igiene prematrimoniale – consigli per il popolo – del prof. dott. A.G.» aveva letto, troppo tardi forse, che «regola imprescindibile d’ogni uomo cosciente, il quale intenda formarsi una famiglia, dev’essere quella di ricorrere, per un licet, al responso de’ sanitarî.»

Ma quel giorno d’aprile il sanitario non lo trovò in gabinetto, gabinetto vuol dire studio del medico, e allora trascurò di tornarvi dato anche lo spettro precognito della probabile parcella. Gli spettri, oggi, non gli facevano paura.

L’angustia gli passò dalla mente. Eran tornate le rondini, prima una, poi molte, poi tutte. Accaddero cent’altri fatti, come s’è diligentemente mostrato. Arrivò il decreto di mobilitazione generale, la nota delle classi, dei richiamati, dei chiamati a nuova visita. E alla nuova visita, per un pelo, lo fecero buono.

Tosse non ne aveva quasi mai. Eppure, nelle quarantott’ore milanesi del settembre, dopo i cento giorni dell’istruzione, ripensò allo specialista. Ci andò: era via: «in guerra» anche lui. Allora si fece visitare da un altro, poche ore prima di riprendere il treno.

Aveva guadagnato una tossetta secca, per una finestra che tenevano aperta durante il sonno, in camerata; farla chiudere… aveva litigato tanto e pregato, ma inutilmente.

«Aria, aria!» gli aveva detto il caposquadra, un tracagnotto di Lodi. «A casa tua non le apri mai le finestre? Bisogna essere proprio dei porcelli.»

Di analizzare gli sputi non vi fu tempo: l’esame radioscopico costava troppo. «Ci penserà caso mai il governo», disse Luigi, ma volle un «responso» scritto. E il responso fu degno dell’oracolo: un foglietto intestato dove, subito dopo le sue proprie generalità poté leggere:

Reperto microscopico all’esame degli espettorati:

a) Decolorazione all’ac. nitrico 33% e rinvenimento alla fucsina secondo Ziehl-Neelsen per il b. di Koch: Non eseguito

b) Decolorazione alla potassa caust. e rinvenimento alla eosina secondo Balzer, per le fibre elastiche: Non eseguito

Reperto radiologico: Non eseguito

Referto medico:

Statura: 1.62 – Peso: 60 – Capacità polmonare allo spirometro di Hutchinson: 2.69.

Polso: normale. Temper.: normale.

Stato fisico generale: discreto.

Condizioni del cuore: normali. Ipertensione arteriosa: 165.

Accusa leggera traspirazione notturna, facile stanchezza, inappetenza; inquietudine, abbattimento.

Alla visita, lieve punta dolorifica da pressione digitale in corrispondenza fossa sopraclavicolare sinistra. Tosse intermittente, secca. Voce risonante, appena egofònica. Alla percussione digito-digitale lieve oscurità apicale sinistra. Murmure vescicolare quasi normale: respirazione più rude ed espirazione prolungata in corrispondenza apice sinistro. Dubbia parvenza di rantolo sottocrepitante.

Esame delle orine:

Albuminuria (tracce) – Fosfaturia (tracce).

Diagnosi: Sospetto di infiltrazione tubercolare iniziale all’apice sinistro.

«Non ci sarà pericolo di “prendere” un aneurisma di Rasmussen?» chiese Luigi di botto, preoccupato, nel congedarsi. Il medico rise. «Ma che dice? Chi le ha insegnato queste brutte parole? – Stia calmo, non si tratta, per ora, che di accenni: e son dubbi anche quelli. La prima cosa è la serenità d’animo. Lei ha bisogno di aria, di sole, di mangiar bene, di evitare strapazzi. Certo che sarebbe meglio il riposo. La trincea non è il sito più adatto. Chieda una visita di controllo.»

Ma ormai era tardi. Il treno già sibilava, la mamma piangeva già. Il nero macchinista, con una mano sulla leva di ammissione, già si sporgeva ad osservare i semafori: il nero aiutante palava e palava il carbone, grondava già tutte le stille della sua fronte nel riverbero del boccaforno rosso.

L’aneurisma di Rasmussen, a Luigi, gli s’era fitto nell’anima. Durante quei tre mesi aveva letto ancora altri libri, da uno studente di medicina caporalmaggiore di sanità, s’era fatto raccontare mille cose, spiegar mille parole incomprensibili, nelle ore di libera uscita. Sapeva il parenchima, il miocardio, i leucociti. E aveva letto che l’aneurisma di Rasmussen è, talvolta, la tragica fine del processo morboso, quando la caverna scopre un’arteria e il male dissolvitore la intacca.

Con l’estrema sensitività del predestinato vedeva le ombre ed atroci fantasime, gli pareva già d’esser solo, una notte, nel letto del matrimonio, e destarsi di soprassalto dopo l’estremo sopore: senza poter più ormai gridare né chiamare nessuno: morir soffocato dalla polla tepida di tutto il suo sangue.

E certe designazioni imparucchiate dallo studente o scartabellando ne’ libri, ripetute poi a memoria, nella solitudine, da solo, per curiosità e vanagloria d’autodidatta, gli si rimescolavano dentro il cervello in una sarabanda paurosa di suoni e d’imagini: le caverne, i tubercoli, i rantoli, i suoni anforici, il timbro egofonico, cioè la voce di capra, gli espettorati, la gelatina di lamponi, il rumore di pentola fessa di Laënnec, lo stadio necrotico-caseoso, lo sfacelo del parenchima, Rasmussen, il galoppo di Potain: gli pareva che fosse un galoppo vertiginoso, verso un baratro nero.

Ma eran tutte fisime: un po’ di stanchezza. Sorrideva. La luce dell’alba le fugava, serenamente. Il galoppo della strega era ben altro stavolta, Laënnec non ci aveva che vedere, ma Salandra e Cadorna, oltreché Dannunsio, gli studenti, e il Papatasi.

Zoraide, in quel momento, dormiva certo! respirava! respirava! come se fosse fatta d’amore: e il roseo lume dell’aurora, che cerca su tutta la terra i più splendidi aspetti di giovinezza, le entrava, portandole sogni meravigliosi e angosciati, dentro capelli che erano come un’onda fulva, profumata e dorata.

Poi, mentre loro s’imbrogliavano ciabattando nei perfil’a dest, e il sole alto e fulgido cavava sudore dalle zucche vuote, certo allora lei si lavava, si pettinava. Zoraide era la vita.

A lei no, ma a sua madre Luigi tacque del medico.

E adesso l’idea di andare in Trentino, in montagna, compensava un po’ quella di andare alla guerra. Baciò sua moglie, al treno, quasi non osando davanti a tutti, e come si bacia un fratello. E sua madre la baciò tanto, stringendola, stringendola, e singhiozzava!

«L’“Avanti” tienimelo da parte tu», disse a Zoraide, sottovoce. Sua madre nel pianto gli disse: «Scrivi!»; Zoraide gli disse: «Appena hai bisogno di qualche cosa, scrivi subito. Tornerai presto, vedrai.»

Quando fu invece sul treno buono, quello del fronte, che andava come un funerale, adagio adagio, perché tanto arrivare si sa che si arriva, dato che gli ordini di Cadorna non si può non rispettarli, Luigi allora si raggomitolò sul fondo del carro, in un angolo, quasi nell’ombra.

Alcuni compagni inveivano contro gli imboscati e gli interventisti e discacciavano con dei gran fiaschi a garganella ed urla e canti ogni tristo pensiero: e insieme poi li richiamavano tutti, in un fascio. I fiaschi vuoti, scagliati via con una rabbia bestiale (a cui mal corrispondeva quel leggero proietto) s’infrangevano tinnendo sui ciottoli acuti, nella massicciata e nelle traverse del secondo binario: imbrattavano la via ferrata con il segno residuo del disordine, e delle cose sgangherate e triviali.

Chi lamentava in anticipo il proprio martirio, ma, dato quel temperamento, non pareva dovesse riuscir poi così fulgido, questo martirio: chi sfoggiava crudezze realistiche paragonando il battaglione a una mandra convogliata verso il macello: chi declamava generoso contro la scritta «cavalli otto, uomini quaranta», trovando che una leggenda simile è indelicata, anzi addirittura disumana; e contrasta con lo spirito civile de’ tempi, con il progresso. Altri erano accovacciati in una sonnolenza loro (sdraiati del tutto non c’era posto): e gli dondolava la testa, come stracarica di grami pensieri, ai sussulti ritmici del lento convoglio. E alcuno con nel sangue l’orgasmo e la gioia, all’impiedi, appoggiato alla barra del largo sportello ch’è al centro, nella visione e ne’ sogni della pianura quasi un fanciullo, con turgide, semiaperte labbra: e sogguardava preoccupato a tratti il suo fucile lucido che non lo pestassero, quasi chiedendogli perdono del distrarsi dov’erano il verde ed i sogni e le antiche torri e le antiche certose, della sognante patria.

Era un alito dolce, del caldo settembre, poiché la terra, al sopraccader della sera, esalava come un caldo, un amoroso respiro.

I pioppi giovinetti e li adulti con disciplinati filari popolavano tutto il piano immenso e di là dalle verdi falangi vaporavano nùvole aurate e lontani cumuli sopra le torri e come lontani e virili pensieri.

I giardini trascoloravano, profondi già d’ombre, con languidi fiori.

Poi la prima stella, affacciatasi alla ringhiera de’ pioppi, tremò nel cielo.

Una comune preghiera parve esalare da tutti gli steli dell’arborea vita, ma una diversa vita e un più feroce comando è nella notte: non preghiere bisognano, ma il polso fermo, buona la mira. L’otturatore bisogna dargli un po’ d’olio, ma poco, per il rapido regresso, il rapido scatto. Un lieve fumo nitrico vaporerà, nell’attimo del pronto recupero.

Alcuni erano ormai ubriachi. I più imbestiati presero a scaricar sulle panche e sulle assi quel malumore che non potevano sugli interventisti: con la forza selvaggia venuta da’ fiaschi, fra canti arrochiti e urla, diedero di spalla contro una parete del fondo che cigolò stanca: scricchiolò il legno dipoi, apersero una scheggiata feritoia.

Uno de’ più indemoniati si ferì lui, gli sanguinava la mano. Urlò ch’era meglio così, così non andava all’assalto, ma all’ospedale, andava a palpar le tette a tutte le vacche della Crocerossa.

Poi la stanchezza, poco a poco li rabbonì: più d’uno russava: il declamatore dei cavalli otto, attaccatosi alla sbarra, vomitò fuori l’ira di Dio. Spentisi i canti e l’ira, le teste assonnate ciondolavano, ciondolavano: il fragore del traino assordava le imagini della notte.

Luigi allora si rannicchiò nel fondo, in un angolo buio. Seduto a terra, le braccia conserte in sulle ginoccha, vi appoggiò la fronte, chiuse gli occhi. Volle come pregare.

E Dio, allora, gli fece vedere la sua vita.

Rivenne a un tratto nel suo spirito una scena che lo aveva turbato ragazzo, al teatrino d’una società d’operai. Ricordava la favola confusamente, «Crispino e la Comare», nitidamente la scena. La Comare, vana e splendida, con la bacchetta bussa tre tocchi magici sopra una porta nera: e in quell’attimo si palesa a Crispino per quel ch’ell’è veramente, sorride perfida e splendida. Al terzo tocco i battenti si spalancano taciti subitamente: e, come in un armadio a muro, appaiono de’ ripiani ardenti di luce, con mille ceri tremolanti ciascuno d’una sua vivida luce.

Vestito di raso bianco, con le calze bianche di seta al ginocchio, il bel giovinetto tremava, tremava; vane erano state tutte le scarpe e tutto il battere del calzolaio, ché, uno a uno, quei ceri divenivano ombra. E quale era già un moccolo baluginante in una disperata agonia, verso la tenebra liberatrice; e quale, alto e vivido ancora, per un suo gioco perverso, con un suo soffio, ecco, lo spengeva la crudele Comare.

E così era la legge della tenebra e della luce, nello stipo tragico e vano.

Il suo destino, – pensava il soldato, le lacrime gocciavano giù – il suo destino non gli pareva esser quello che pur meritavano fede e ingegno, volontà, onestà. Oh! Se avesse potuto studiare, leggere tanti libri, a suo agio, pensandoci su bene: capir bene, capir tutto, come certo capiscono gli studenti, quando hanno un papà ch’el ghe dà de mangià polaster per quindes ann. È un altro conto allora, quando si è signori e si ha tempo! Un compagno gli aveva detto «L’è bel mangià polaster e fà nagott

Allora forse la sua voce avrebbe risuonato più forte, con mille mani, i suoi «fratelli», avrebbero cercato la sua, gli avrebbero detto: «Bravo Pessina! tu sei un uomo della Umanità vera, della Umanità di domani.» Forse, così pensava, la guerra non sarebbe neanche venuta. Forse la «sua» Zoraide sarebbe stata più felice: l’avrebbe fatta ridere e divertire, regalato una collana con uno smeraldo e quella bocca sarebbe stata il premio ardente dopo ogni fatica, ogni lotta.

Ingenuamente così pensava di sé, rimpiangendo i suoi sogni e le dileguanti speranze, ché dai più poveri cuori l’ultima ad uscire è l’illusione.

Ma poi invece si incolpava di non aver studiato abbastanza, lui che andava a letto sempre con gli occhî rossi dal leggere, dopo il lavoro intelligente del giorno àlacre, dopo la sera popolata di caldi pensieri, quando tutti già erano a bere, a giocare, a russare: quando i fuochi della tarda notte, nel suburbio umido, tralucono da finestrette fra i pioppi, di là della roggia (3) e del ponte: e dentro, sotto le fronti de’ vecchi mettono i caldi rubìni o i granati, dalle ombre profonde: i bimbi de’ poveri, odorosi di pipì, dormono presso il camino con il gatto in braccio, con turgide labbra.

E, poi, gli vennero in mente i dottori. Nella bianca luce delle cliniche e delle ambulanze, vestiti d’un camice bianco, erano come muti ed assorti. Sul loro viso non era menzogna, misericordia nemmeno. La sua sorte glie l’avevano detta, per dieci lire. Erano come i libri veri, che costano dieci lire e dicono vere e tremende parole.

E, secondo la sorte, ognuno s’incammina. Perché sua ventura abbia corso, e nessuno la impedirà.

I ricchi dovevano avere i siti loro speciali: ricordava de’ nomi, colti così a volo dai discorsi che fa la gente, in attimi segnati di un fuggente terrore: Nervi, Prasomaso, l’Abetina, Sortenna, Davos.

Il mare, ch’egli non avrebbe mai, forse, veduto. La Liguria che dicevano risfavillante di sole, con il garofano e il basilico ne’ terrazzi, con l’ulivo sul monte ed i sonanti pini d’attorno la solitudine de’ fari, sullo scoglio precipite al margine de’ favolosi giardini: con i suoi vecchî tetti embricati di tenace ardesia, con i muri squamati d’ardesia contro il piovasco.

Oppure dovevano esserci dei boschi sopra le Alpi: delle foreste immense, su di cui trasmigrano le nubi sognanti: ed egli, meno male, andava ora a trovarne di simili. Ma in quelle «per i signori» c’era il silenzio del monte, la pace, forse.

In queste che c’era? Magari delle ombre, dentro la notte: e ghignavano d’un atroce pensiero. Nel buio della foresta s’incespicava forse in qualche cosa di molle, come quella sera, sul ciglio della roggia Balossa, quando inciampò nel corpo d’un accoltellato.

Luigi ripensò la sua vita: dalle nere foreste la voce di Dio lo aveva lentamente raggiunto: «Non hai studiato abbastanza! Dei libri della redenzione pochi solo ne hai letti. Per guardar le ragazze hai trascurato i tuoi fratelli. Hai pensato a badare dietro alle donne! Trovati adesso un po’ la tua donna, fra questi qua.»

 

1. 1889, anno di leva che Marte prodilesse sopra ogni altro del Regno. Alcuni soldati dell’89 fecero 7 anni di servizio.

2. Si cita Milano perché il protagonista viveva nella città.

3. Voce lombarda per gora, doccia, canale, fossato.

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ISSN 1476-9859

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