Gadda Picture

Part II

1. Cui non risere parentes

Adele e Adelaide

Tre sono le volte in cui la contessa Adelaide Antici sposata Leopardi compare negli scritti di Gadda. La frequenza è di per sé già sintomatica: c’è in questo figurare del personaggio qualcosa di più profondo e ricco che non una semplice menzione. Il venire citata con nome e cognome, del resto, è privilegio che condivide soltanto forse con un’altra mamma famosa: Giulia Beccaria in Manzoni. Ma rispetto a quest’ultima, dicevamo, ella è insignita d’un onore ulteriore: quello di ritornare altre due volte nelle pagine dello scrittore. Come mai quest’insistenza? Quale assurda illècebra può aver attratto Gadda, in questa donna rinomatamente dura e inflessibile?

A nostro parere è un’altra l’apposizione più significativa che accompagna il nome della contessa; ad ogni occorrenza la sua funzione appare, infatti, ben delineata, marcata, con funzione di exemplum. Sembra, cioè, che nell’immaginario dello scrittore lombardo questa austera signora vada a comparire come figura, come prefigurazione di Adele Lehr: la mamma altrettanto austera di Gadda. Il rapporto che egli avrà con lei, prima e dopo la sua morte, ricorda per molti versi quello tra Leopardi e Adelaide Antici; non proprio nel senso di una sovrapposizione, di un parallelismo tra le due vicende, quanto piuttosto nell’atteggiamento che le due donne mostrarono verso le rispettive famiglie.

Entrambe vengono ricordate per la spigolosità del carattere, per l’atteggiamento marmoreo, ferreo, renitente all’affetto verso i figli; entrambe furono costrette dalle circostanze a prendere in mano le redini della casa, ad amministrarne le economie, onde evitare la rovina, più o meno certa, delle due famiglie. Sia sin d’ora chiaro che le differenze tra le due donne vi sono, e rimarchevoli. La Antici fu rigida in tutto, anche negli interessi culturali, appannaggio esclusivo di un’educazione reazionaria, bigotta. Adele Lehr ebbe un percorso esistenziale affatto diverso: l’educazione impartitale la stimolò alla curiosità e all’intelligenza, e per tutta la vita insegnò nelle scuole. La prima negò indiscriminatamente la tenerezza a tutti e quattro i suoi figli, senza distinzioni; l’altra sembra ricusare alle carezze dopo che la morte del figlio minore in guerra coagulò in un grumo di dolore tutto il suo amore di madre: da allora non seppe che sorridere ai figli altrui, soprattutto a quelli dei meno fortunati. Per ultimo – e qui le strade si dividono definitivamente – i due figli in questione risposero in maniera opposta a tanta durezza: Leopardi scrisse alla madre soltanto tre lettere, (1) brevi, da quando nel 1822 lasciò per la prima volta Recanati, e in quelle spedite agli altri familiari il riferimento a lei, oltre ad essere di prammatica, non è molto frequente; Gadda, per contro, non ha fatto altro che riscrivere la sua ossessione: per quella madre che odiò, tanto quanto riuscì ad amarla.

Impossibile, del resto, per noi capire fino in fondo, non avendo dovuto subirle, vita e predisposizioni delle due donne. Il nostro parere è che Gadda ebbe una visione dell’insieme quanto mai falsata, deformata, oscurata dall’ombra che non gli riusciva di non proiettare. Ai suoi occhi, invece, la vicenda dell’amato Leopardi doveva sembrare incredibilmente assimilabile alla propria: Adelaide Antici, il suo regime, non rispecchiava forse alla perfezione le ingiustizie e le privazioni imposte da colei di cui si sentiva vittima, anche nel nome? A confortarci nella notazione è lo stesso Gadda. Nel manoscritto originale dell’incipit del V tratto della Cognizione veniamo a conoscenza delle diverse redazioni che il nome della Signora subì nel corso della lavorazione. Quello finale, Elisabetta François, giunge solo dopo Adalgisa Valeri, Adalgisa Dolores e Adalgisa François. Ma nella versione che del tratto apparirà nelle Novelle dal Ducato in fiamme, e poi negli Accoppiamenti giudiziosi, era Adelaide: «come la madre dell’A[utore], e come la madre […] di Leopardi, in N[ovelle dal] D[ucato in] F[iamme] e già prima in Villa in Brianza». (2)

Adelaide, quindi, e non Adele. Benché praticamente identici, i nomi sono cioè anche diversi, e quello scelto da Gadda è Adelaide. La cosa sarebbe forse di poco conto se tale nome non acquistasse peso e valore particolari nell’immaginario del gran lombardo. La sottolineatura, per il momento, valga almeno come testimonianza del fatto che Gadda era invero consapevole di quanto i due nomi si somigliassero.


La mamma «castrante»

è il 1931 l’anno che segna l’entrata in scena della contessa negli scritti gaddiani. La ribalta è il saggio su Paola Masino e sul suo romanzo Monte Ignoso. Accade con questa scrittrice quello che spesso accade con gli interessi letterari di Gadda. Il romanzo non è certo un capolavoro, è lui stesso a rendercene edotti; eppure lo legge e ci scrive un articolo. (3) Il fatto è che nella trama, indegna anche del peggior romanzo decadente, trova quanto basta per potersi occupare dell’ossessione di sempre:

Il lettore avverte nel dramma una piena motivazione psicologica dei fatti: e dal torturato andare delle anime trae la constatazione che il dramma stesso è, per così dire, pienamente centrato: umanamente vero e terribile: è la tragedia dell’amore e della maternità insoddisfatti: la tragedia dell’anelito al generare, cui l’anamnesi torbida della donna e la debolezza del maschio (un po’ Adelaide Antici e Monaldo Leopardi) negano di concretarsi in realtà, in ricchezza e bellezza di prole. Vicenda umanissima e tipicamente moderna. (Paola Masino, SGF I 713)

Il bovarismo, implicito in ogni insoddisfazione «dell’amore e della maternità», comporta sicuramente una connotazione tragica: Emma Bovary alla fine si avvelena, cede con tutti i suoi sogni alla realtà. Ma in bocca a Gadda la parola tragedia acquista una valenza diversa, ancora più terribile; il sapore acre che sente nel palato gli viene difatti da quell’incessante, assurdo senso di colpa che egli provò verso sua madre: a non essere quello che lei avrebbe voluto, (4) a essere sopravvissuto lui invece del fratello. Un veleno assunto in dose non mortale, ma sufficiente a produrre un inferno di dolore per il resto della vita. È ciò che Roscioni chiama «cicatrice di nascita», (5) per dire della freddezza, della distanza con cui Adele si volgeva sempre più al figlio, in special modo dopo che Enrico – l’altro figlio, il prediletto, il più bello – morì in guerra lasciando entrambi nella disperazione.

Gadda, dicevamo, fa risalire questo tipo di insoddisfazione, l’insoddisfazione della maternità, a una causa ben precisa: a una discrepanza, o ribaltamento, nel rapporto tra madre e padre, per cui è la donna a risultare forte, non l’uomo. Ebbene, nella mente dello scrittore, un esempio di questo particolare equilibrio, o squilibrio, è nella coppia Adelaide Antici – Monaldo Leopardi. Lo si potrebbe giudicare un esempio fra tanti, se Gadda non alimentasse in noi un sospetto che confermerà negli altri due saggi in cui menziona la Antici. Nel definire «umanissima e tipicamente moderna» la vicenda Gadda non fa altro che commentare la propria; la chiosa cioè, più che alludere, dice. E come non pensare al padre Francesco, alla menzione della «debolezza del maschio»? Come non ricordare la mollezza di carattere che gli veniva rinfacciata dal figlio e dalla moglie? (6) In questo passo straordinariamente allusivo, dunque, non andrà sottovalutata la presenza di Adelaide e di Monaldo, solido archetipo coniugale.

Per rincontrare la signora Leopardi bisogna sfogliare le pagine de I viaggi. La prima occorrenza è in Letteratura e psicanalisi, (7) saggio qui già commentato per il discorso su Baudelaire e Rimbaud; suo figlio vi viene citato – insieme al secondo dei francesi – come esempio di grande poeta nella cui «vita se non nell’opera» il riferimento in negativo alla madre ha potuto «agire in diversa forma, e con distinte o addirittura singolari tonalità»:

Si tratta, nell’uno e nell’altro, di una reazione infantile, poi giovanile e virile; al contegno e, più, all’indole e, forse, all’intrinseca struttura mentale e qualità della madre. Nell’uno e nell’altro la separazione, l’allontanamento. (SGF I 469)

Fin qui, i due poeti vengono trattati insieme; poi, dopo un breve approfondimento su Rimbaud, il pensiero si ferma su Leopardi e sua madre. Il nome di Vitalie Cuif non viene evocato; solo Adelaide sembra avere questo privilegio:

La tenerezza materna, l’intima e profonda, sembra aver disertato le due infanzie: nel caso del Leopardi, potremmo credere a un’impazienza, a una insofferenza fisiologica della contessa Adelaide nei confronti di Giacomo, ma anche (stando a quel che Giacomo annota) a una carenza affettiva più generale, verso tutti i suoi figli. (SGF I 469)

Insofferenza fisiologica e carenza affettiva sono dunque le caratteristiche attribuite alla contessa. Il discorso, rispetto al breve accenno precedente, si fa più complesso. Ora la donna appare da sola, a prendere da sé tutta la scena; il riferimento al marito risulta superfluo, come superfluo è stato sempre, per Gadda, il riferirsi al padre. Prima di abbozzare un commento, è però essenziale riportare il resto del passo per gli ulteriori autorimandi alla propria opera oltreché alla vita:

Il fenomeno (di una certa ritenutezza verso i figli) è men raro di quanto ci diamo l’aria di credere nelle nostre considerazioni natalizie, tanto più nel caso di una delusione narcisistica dei genitori, al riscontrare la qualità impropria o la forma difettiva della prole: al riconoscere che i figli non li onorano, secondo la carne, quanto son tenuti a onorarli in ispirito. Certo è che i versi di Virgilio ci sono richiamati con ripetizione ossessiva dalla sventura di Giacomo: le verità dolorose ch’essi enunciano per tutti quelli «a cui i genitori non hanno potuto sorridere», divengono, a lui, oroscopo tragico:

«Nec deus hunc mensa, dea nec dignata cubili est». (SGF I 469)

Il senso di colpa, la sensazione del ripudio ritornano qui in tutta la loro drammaticità. Ritorna l’idea della maternità insoddisfatta, espressa in una più eloquente «delusione narcisistica dei genitori»; ritorna per la seconda volta l’immagine-simbolo, la figura di Adelaide Antici. Ecco allora che questo nome rappresenta davvero, per Gadda, il significante di un significato più profondo; in esso si cristallizza la ragione del suo dolore, il suo trauma di bimbo abbandonato: la «carenza affettiva» attribuita ad Adelaide Antici, sta per la «carenza affettiva» di Adele Lehr; la «ritenutezza verso i figli» è attributo speciale di entrambe. La marca a tale congettura viene, come sempre, impressa da Gadda medesimo, a suggellare anche l’altra ipotesi, la sindrome del delitto e castigo. La prossimità stilistica e concettuale dei sintagmi «forma difettiva della prole» in Psicanalisi e letteratura e «prova difettiva di natura» nella Cognizione è inopinabile: identica la costruzione sintattica, vicinissima la scelta lessicale. (8) Per mezzo di questo vero e proprio lapsus, Gadda confessa la verità: prende in mano il proiettore e lo dirige sulla sua miseria.

A rendere più interessante il discorso, e più vasta l’ossessione, c’è poi il richiamo ai versi virgiliani. La IV ecloga del poeta latino rappresenta una sorta di – ennesima – fissazione nella mente dello scrittore. Viene ripresa in Meditazione milanese, nel contesto del discorso sulla «molteplicità»; negli Anni pone la clausola all’articolo Dalle specchiere dei laghi, del ’40; e grosso modo alla stessa data è da far risalire l’altra occorrenza: questa volta nella ben più importante Cognizione del dolore, dove il cui non risere parentes è titolo ad un tratto del romanzo, rimasto allo stato di abbozzo; mentre, e per finire, in Divagazioni e garbuglio, uno degli ultimi Scritti dispersi, il sintagma viene evocato indirettamente. È argomento, questo, che ha attirato attenzione critica, (9) e qui non si dirà molto di più, o di nuovo, sottolineando che la citazione ha come scopo quello di rimandare alla crudeltà degli educatori e alle privazioni subite dal piccolo Carlo Emilio. Una cosa però va annotata e aggiunta: esclusa la Cognizione, in ognuno dei brani in cui la menzione ha luogo, si può risalire a Leopardi e alla sua triste vicenda. Nel caso di Psicanalisi e letteratura, viene detto a chiare lettere: «i versi di Virgilio ci sono richiamati con ripetizione ossessiva dalla sventura di Giacomo».

Lo stesso in Divagazioni e garbuglio – sebbene i versi in questione non vengano propriamente citati, quanto suggeriti dall’uso della parola parentes:

Il divagare si addice a una varia e molteplice casistica, qual’è [sic] data dal rapporto genitori-figli […]. Genitori e figli, liberi e famuli, apre i balconi, apre terrazzi e logge la famiglia: la sacra, cara, carissima, e talvolta malauguratamente indispensabile famiglia […]. Che la famiglia sullodata risulti inevitabile è certo, almeno per ciò che è dei genitori o parentes, i generatori diretti, ossia padre e madre. (SGF I 1221)

In questo caso ad essere detti sono i versi leopardiani della Quiete dopo la tempesta, (10) mentre quelli di Virgilio vengono ridotti ad una parola, messi in cifra: fanno pensare ad un automatismo del pensiero. Non ci sembra, cioè, di fare una forzatura affermando che la mente di Gadda dovesse effettuare quasi macchinalmente il collegamento tra ecloga, affetto negato, e poeta dei Canti. Si può ipotizzare una sorta di gioco simbolico, di scambio reciproco di influenze tra i tre argomenti: il riaffiorare delle privazioni subite da bambino richiama immediatamente, simbolicamente, il passo virgiliano, evocando al contempo la figura antonomastica, simbolica, del recanatese. Ciò avviene in modi diversi: con la menzione esplicita del nome del poeta; con la citazione letterale di alcuni dei suoi versi; oppure in un sostrato lessicale denso di echi:

Ero solo: con misere vesti. E al ristare d’ogni folata gli aspetti della mia terra. Avrebbe dovuto riescir madre anche a me, se non era vano il comandamento di Dio, come riescì a tutti, al più povero, al più sprovveduto, e financo al deforme, o a chi resultò inetto a discernere. Ma il dolce declino di quei colli non arrivò a mitigare la straordinaria severità, il diniego oltraggioso, con cui ogni parvenza del mondo soleva rimirarmi. Ero dunque in colpa, se pure contro mia scienza. Nella luce comune, di certo, avevo inosservato gli obblighi, gli infiniti obblighi; ignorato la legge, la legge che atterrisce, che punisce, che uccide […]. Facevo del mio meglio a leggere, ad apprendere. Avevo nove in latino, nella matematica. Gli altri erano sani ed allegri, portavano in sé una certezza; si affidavano al loro caso. Potevano intrugliare casi e date e numeri in un guazzabuglio pur che fosse, ed erano accolti tuttavia con carezze, baciati, pettinati con amore; e rivestiti di vesti […]. M’ero studiato di ridurre l’ecloga alla terza rima: oh! l’avevo a memoria. Oh! il mondo a venire. Ma, in sul chiudere la messianica, Vergilio aveva lacerato il tema, bruscamente: il vaticinio delle pecore pitturate: «Quello a cui i genitori non hanno saputo sorridere, né un dio vorrà degnarlo della sua mensa, né una dea lo degnerà del suo letto. Nec degnata cubili est». (Dalle specchiere, SGF I 228)

Il «dolce declino di quei colli» è sintagma di indubbio sapore leopardiano; e nel resto dello scritto altri se ne colgono, seppur estremamente vaghi (come richiede, in fondo, la vaghezza dell’idillio): «Anni, figli degli anni»; «lo schiocco fuggitivo, perdendosi»; «c’erano per i chiari sentieri le ragazze delle filande, con un canto, con a mano il secchiello della refezione: contadini robusti, sudati, dentro la luce di operosi mattini»; «erano dolci e infinite le ville» (SGF I 226-27). Si avvertono l’accento, il tono particolare dell’uso peregrino del linguaggio, l’evocazione di tanti versi noti, di quelli, in particolare, che esprimono partecipazione alla vita degli umili; si coglie più di un riferimento a Il passero solitario, che in un certo senso fornisce la traccia a quanto Gadda racconta: lui «solo: con misere vesti», gli altri «sani ed allegri», consci di «una certezza»; appartiene, inoltre, a questa poesia anche l’altro concetto cardine dello scritto gaddiano, il sentirsi stranieri nella propria patria: (11)

Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera. (vv. 24-26)

Insomma, anche qui di Leopardi ce n’è abbastanza da giustificare la regola del gioco simbolico. Chi le fa da eccezione è invece il richiamo che avrebbe dovuto far parte della Cognizione, l’abbozzo titolato Cui non risere parentes. Lì non c’è segno del poeta, a meno di voler forzare la serratura. Vi si trova, è vero, un altro poeta altrove ricordato da Gadda come compagno di sventura suo e del recanatese, Arthur Rimbaud, e con citazione da Une saison en enfer. (12) Stiamo poi parlando di pagine che, seppure già strutturate e perfettamente calate nello stile del romanzo, fanno pensare più che altro ad un’imbastitura, e nulla forse ci vieta di ipotizzare che, nel riprenderle e completarle, Gadda sarebbe ricorso alla compagnia di Leopardi: chiamandolo in scena, o recitandone i versi.

Ma torniamo al personaggio Adelaide Antici, analizzando l’occorrenza che fa da sigillo, ed esplicazione, alla nostra tesi. In Anime e schemi – testo del 1945, e quindi con ogni probabilità anteriore a Psicanalisi e letteratura, poi con quello raccolto nei Viaggi la morte –, la madre di Leopardi compare per la prima ed unica volta da sola, senza menzione o presenza del marito e del figlio: assurge a mito, modello. Il saggio è dedicato al romanzo Luna de miel, luna de hiel di Ramon Perez de Ayala, ulteriore dimostrazione di come Gadda spesso scegliesse le sue letture in base alla presenza del tema che più lo toccava. Il personaggio di doña Rosita, «vera voce materna», simbolo di «tenerezza amorosa» e di «apprensione genetica», vi viene contrapposto a quello di doña Micaela, affetta invece da «carenza endocrina», da «lieve ipo-ovaricità o ipo-genesia della tuttavia moglie e madre» – in breve, il «tipo di “madre sbagliata” di “madre a-genetica” di “madre castrante” di Adelaide Antici maritata Leopardi» (SGF I 605).

La contessa è descritta in maniera apertamente negativa: non solo viene detta «a-genetica» e «sbagliata», ma addirittura fatta simbolo di castrazione. Il tema del «diniego oltraggioso», della «maternità insoddisfatta» si arricchisce di un’ulteriore sfumatura. La mente vola immediatamente ad Adele Lehr: al profondo, irragionevole disprezzo che sempre nutrì verso le pulsioni letterarie del figlio ingegnere, all’evirazione psicologica nella passione intellettuale da lui subita per mano della madre. Dopo tutto, l’argomento della castrazione, per quanto pienamente e a ragione attribuibile alla figura della Antici nei riguardi di Giacomo e di altri membri della famiglia, risulta ancora più calzante nel caso di Adele e suo figlio. Celeberrimo ed emblematico è l’aneddoto raccontato più volte da Gian Carlo Vigorelli:

Un giorno, il giovane Vigorelli bussò alla porta di Gadda. Ad aprire fu la madre. «è in casa lo scrittore Gadda?», fece Vigorelli. «Vuol dire l’ingegnere Gadda?», replicò la signora. E l’importuno: «Cerco lo scrittore Gadda». A quel punto l’anziana signora afferrò Vigorelli per la cravatta e gli urlò: «Ah, lei è uno di quelli che montano la testa a mio figlio…». (13)


L’edizione Hoepli dei «Canti»

Ogni volta che la contessa Adelaide appare nei saggi il discorso si apre, dunque, a un contesto più o meno velatamente autobiografico, la sua immagine sembra assumere, nella mente di Gadda, una connotazione mitica. Più arrischiata sembra l’ipotesi circa l’uso che di questo archetipo viene fatto dallo scrittore, ovvero la sua sovrapposizione all’icona materna – perché dove può aver attinto, lo scrittore, per una figura così ben disegnata, stereotipata? qual è la fonte di tanta certezza storiografica?

La risposta è da cercare nel luogo più logico: la biblioteca personale, conservata ora nella Biblioteca e Raccolta Teatrale del Burcardo, a Roma. Delle due edizioni dei Canti che vi si possono trovare, ad interessarci più da vicino è quella Hoepli del 1920, in cui le trentasei liriche e i cinque frammenti sono preceduti da una Vita del poeta narrata di su l’epistolario, a cura di Michele Scherillo – prosa satura e debordante di pathos (14) (probabile l’appartenenza dell’autore alla scuola romantica di matrice desanctisiana), e ricca, straordinariamente ricca di tutto quanto speravamo trovare, ossia in uno stile di narrazione perfetto per la ricezione ipersensibile di Gadda.

Due sono i capitoli che ci riguardano particolarmente: il IV, dal didascalico titolo La madre di Giacomo; e il VI, intitolato in modo molto più eloquente L’angustia di mente e di cuore della madre di Giacomo, e le gravi accuse del marito e dei figli. Già sul finire del capitolo III, però, si narra dell’incontro tra Monaldo e Adelaide e del loro matrimonio; a una lettera – tra l’altro positiva – in cui il conte Monaldo parla di lei, Scherillo chiosa in questi termini: «E qui dà il suo giudizio su codesta donna, a cui la storia austera ha il diritto e il dovere di chieder conto delle angosce mortali di uno degli spiriti più singolari ed eccelsi» (Scherillo 1920: 23). Assistere a un’esposizione così meravigliosamente faziosa non può non aver costituito una vera delizia per un pettegolo come Gadda; anche se, in questo caso, la curiosità ha probabilmente lasciato il posto al dramma di sempre: l’ombra – la sua – deve cioè aver avvolto quanto veniva scoprendo.

Seguendo passo passo la narrazione come ci viene proposta, incontriamo testimonianze e osservazioni critiche che contribuiscono fortemente alla formazione dell’archetipo Antici. In una lettera indirizzata a Monaldo, l’amico di famiglia Filippo Solari commenta in questo modo il tentativo di fuga che Leopardi effettuò nel novembre del 1819: «Sono ben contento che il tutto sia finito, e senza l’intesa della Contessa, che se ne sarebbe rammaricata al sommo grado; e che d’altronde, mi sia permesso il dirlo con franchezza, per la sua eccessiva severità potrebbe aver dato luogo a risoluzioni così sconsigliate» (Scherillo 1920: 25). Come lo stesso Scherillo annota, l’amico di casa «getta la responsabilità dell’intollerabile tenore di vita imposto a Leopardi e ai suoi fratelli, non già sul padre come facevano i figli, ma sulla madre». Sebbene tutta la tradizione critica dipinga Monaldo come genitore integerrimo e reazionario, questa affermazione ci aiuta a comprendere come, nella mente già predisposta di Gadda, tutta la responsabilità dell’infelicità del piccolo Leopardi venisse accollata alla madre più che al padre. Il curatore di questa Vita, infatti, si esibisce in una sorta di apologia, di discolpa delle accuse rivolte all’uomo per gettarle sulla donna.

Nel capitolo IV, le sue considerazioni su di lei sono tali da condizionare la parzialità della nostra lettura; le somiglianze tra le vicende di casa Leopardi e di casa Gadda sono davvero incredibili, al punto da giustificare, per questa volta, il vizio usato dell’ingegnere:

La marchesa (15) Adelaide aveva qualità di mente salde e virili. Non appena essa mise il piede nella nuova casa, un sol pensiero s’impadronì di lei: risanare quel patrimonio dissestatissimo […]. A Monaldo sorrideva l’idea di ristorar la sua fortuna con qualche speculazione audace: è «l’idea pazza» […] di «tutti quelli che si trovano dissestati, i quali, sentendosi incapaci di riequilibrarsi coi mezzi che possiedono, immaginano di poterlo fare con quelli che non hanno, e comunemente cadono in rovina maggiore». (Scherillo 1920: 25-26)

Viene spontaneo anche a noi di pensare all’idea pazza del padre Francesco di costruire la casa di Longone, proprio nel periodo di maggiore crisi finanziaria della famiglia; all’incapacità di adeguare l’attività commerciale al mercato dell’epoca, e di passare, come avevano fatto già alcuni parenti, dalla seta all’elettricità, votando così la casa alla difficoltà e a un «fallimentare ammucchio di bozzoli» (SGF I 227); oppure «alla mania del “Marchese” di migliorar le colture, produrre vino, piantar peri» (Roscioni 1997: 24). Ma, ovviamente, non possiamo rimanere insensibili dinanzi alle «qualità di mente salde e virili» attribuite alla contessa; è un aspetto della sua personalità che viene messo in risalto più volte nel corso dei due capitoli a lei dedicati. Poco oltre si parla della «rigida amministrazione della madre, che aveva mente calcolatrice ma gretta, cuore scarso e inetto a ogni slancio, vista corta e offuscata da ubbìe d’ogni genere» (Scherillo 1920: 27). O ancora: «La mano di Adelaide era di ferro, e pesava su tutti […]; la moglie divenne l’uomo di casa, ed egli n’indossò le gonne» (Scherillo 1920: 27-28).

Gli elementi per far sì che Adelaide e Monaldo costituiscano una coppia modello del ribaltamento dei ruoli in famiglia ci sono tutti. Si rilegga l’articolo dagli Scritti dispersi sul tema della mamma; in quel ritratto caustico e vivace del rapporto moglie-marito, Gadda usava l’espressione donna-coi-pantaloni, certamente trita e ritrita, ma quanto mai prossima, nell’opposto richiamo agli abiti, a quella di Scherillo.

Il capitolo VI è incentrato invece sul rapporto epistolare tra i due. Compaiono le due uniche lettere spedite dalla contessa al figlio, significativamente chiosate:

in casa Leopardi tutti si mostrano tenerissimi per il loro amato e già famoso assente […]; tutti si dicono orgogliosi della sua gloria; tutti, meno una sola persona, quella che ci saremmo aspettati la più tenera e premurosa, la madre! Tra le infinite lettere, che Giacomo conservò scrupolosamente, del padre, della sorella, dei fratelli; della marchesa Adelaide Antici contessa Leopardi non ce n’ha che due soltanto (di altre «poche righe» si fa cenno in una risposta di Giacomo, del dicembre 1832), e come scolorite e laconiche! (Scherillo 1920: 34)

Tenerezza e premura assenti in chi – nell’immaginario comune – ne dovrebbe essere più colma. Come se non bastasse, il critico aggiunge questo ulteriore, folgorante commento:

Alla signora Adelaide, rigida e impeccabile, mancava la squisitezza del sentimento materno: quella tenerezza nuova che trasforma e consacra la donna, che la fa vivere della sua creatura, per lei e con lei, vigilante sempre, instancabile; quella carezza ineffabile ond’essa, presente o lontana, circonda e preserva il cuor del suo cuore, l’anima dell’anima sua. (Scherillo 1920: 36)

I termini usati in questa occasione sono straordinariamente adiacenti a molte delle considerazioni gaddiane sul tema. L’accento posto sulla «tenerezza», sulla «carezza ineffabile», crea un effetto di déjà-vu, come ad averlo percepito, nella stessa commozione, in alcuni luoghi dello scrittore milanese.

Lo Scherillo, insomma, offre molta carne alla brace malata di Gadda; sul fuoco inestinguibile della sua ossessione, questa serie di attestazioni e di commenti deve aver bruciato immediatamente, come il più idoneo dei combustibili; e nel fumo della combustione, i volti di Adelaide e di Adele – la nostra analisi spera di averlo dimostrato – si sono uniti in un groviglio inestricabile. Se abbiamo però inserito così a fondo il bisturi della ricerca, è stato per supportare ciò che, a nostro parere, fa di questa sovrapposizione qualcosa di interessante; e cioè il fatto che da essa se ne possa ipotizzare una ulteriore, e senz’altro più provocatoria: quella tra Gadda e Leopardi. Del resto, il parallelo tra le due donne resterebbe fine a se stesso se non potessimo tirarne fuori qualcosa di più valido. Nello sfogliare la Vita dell’edizione Hoepli oltre i capitoli sulla madre, ci accorgiamo infatti che le consonanze tra le due esistenze si possono allargare anche ad altri elementi, soprattutto a quel secondo fattore fondamentale del male di vivere gaddiano: la scomparsa di Enrico. Il capitolo XIV tratta, tra l’altro, della Morte del fratello Luigi. Già questa semplice dicitura avrebbe potuto, da sola, acuire lo stimolo all’immaginazione di Gadda; ma, ancora una volta, i termini e i modi usati da Scherillo nella trattazione sono eloquenti:

Ai primi di maggio, gli venne una notizia tristissima: della morte, a soli ventiquattr’anni, del fratello Luigi. Il suo dolore fu tanto da non poterlo abbracciare tutto intero. «Ammalai dal dolore», narrò qualche giorno dopo, «e non sono ancora bene ristabilito: dico ristabilito della malattia, che del dolore non potrò esserlo finché vivo» […]. Appena potrà, si metterà in via per Recanati, dove lo chiama un amaro dovere e un dolce desiderio: piangere insieme colla sua famiglia la comune sventura. (Scherillo 1920: 110-11)

Giovane età del fratello morto, e inestinguibilità del dolore provato: circostanza e sensazione che aderiscono perfettamente alla complessione emotiva dello scrittore milanese. In più, quel desiderio di «piangere insieme colla sua famiglia la comune sventura», è inerente, in particolar modo, al mondo della Cognizione: al rimprovero che Gonzalo fa alla madre per aver profanato la memoria del caduto. Se Gadda, insomma, operò davvero la confusione, fu perché si sentiva forse affine, molto affine, a quello che possiamo chiamare un suo idolo umano, oltreché letterario.


2. Un «religioso rispetto»
La biblioteca

L’ammirazione per Leopardi, fortissima, copre l’arco di un’intera esistenza; a prescindere dalla madre, egli viene citato, negli scritti gaddiani, spesso e con invariata deferenza. Gadda, va aggiunto, fu ovviamente lettore di Leopardi: l’edizione Hoepli dei Canti citata sul finire del capitolo precedente non è certo l’unica opera del recanatese presente nel Fondo Gadda del Burcardo. Sarà allora utile, arrivati a questo punto, garantire al resto del nostro studio una base documentaria su cui poter appoggiare le congetture a venire; e una rapida analisi dei volumi leopardiani posseduti dall’ingegnere può esserci di aiuto.

Il libro già menzionato ha senz’altro un valore maggiore rispetto agli altri. Oltre all’introduzione, presenta un’appendice di illustrazioni dello stesso Scherillo: commenti alle poesie in cui l’interesse principale risiede nella frequente citazione di lettere e passi dello Zibaldone, e dunque fonte di notizie biografiche dettagliate, quel minimalismo dell’informazione tanto amato da Gadda. Eppure non è soltanto il contenuto a dare significatività al libro. L’edizione, s’è detto, risale al 1920. Grazie ad una firma e ad una data, poste in una pagina bianca precedente il frontespizio, Gadda ci attesta di esserne entrato in possesso a Milano nel 1922. Dal Giornale di guerra sappiamo però che le poesie del recanatese erano già molto conosciute dal giovane soldato; probabilmente, devono far parte di quei volumi che lo scrittore fu costretto ad abbandonare in occasione di uno dei vari dislocamenti.

Dalla fine della guerra, passano dunque circa quattro anni prima che egli ne riacquisti una copia. La spiegazione sta forse nel nome del curatore dell’edizione acquistata. Scherillo era il docente di Letteratura italiana in quell’Accademia Scientifico-letteraria che Gadda frequentò proprio in quegli anni, dopo il rientro dall’Argentina, per i suoi studi di filosofia; il corso da lui tenuto riguardava giustappunto la prosa e la poesia leopardiane. (16) Nonostante la sfasatura di due anni tra la data d’acquisto e quella dell’esame viene cioè naturale unire i due fatti: Gadda, si può ipotizzare, decide di comprare nuovamente una copia, in una determinata edizione, dei Canti, perché richiesto dalla prova d’esame che avrebbe dovuto sostenere.

Questa perizia d’indagine non è fine a se stessa; ci serve per comprendere una cosa fondamentale nell’ottica del nostro studio. Per quanto l’ammirazione dell’ingegnere per Leopardi sia destinata a rimanere sempre, più o meno, nell’alveo di quella patologia molto diffusa in Italia, a cavallo dei due secoli, che prende nome di leopardismo, (17) con la lettura della Vita del poeta dello Scherillo nella mente dello scrittore deve essere avvenuta una sorta di rivelazione: o meglio, deve aver preso forma l’idea di quella sovrapposizione tra le due madri che fa precipitare la tendenza, già forte, a considerare il recanatese prediletto soggetto di osmosi. È qui, si vuol dire, che nasce l’essenzialità di questa edizione dei Canti: senza la quale Gadda avrebbe sì effettuato una proiezione, ma non tanto, forse, da fargli pensare a una trasmigrazione d’anima e di destino. L’immagine di una metempsicosi virtuale e letteraria è, lo si ammette, eccessiva; ma rende, ci sembra, piena giustizia allo spessore, alla densità dell’atto di appropriazione-fusione: quello con Leopardi è l’affratellamento per eccellenza.

C’è un altro libro che risale al 1920. Si tratta di una scelta tematica di pagine dallo Zibaldone, introdotte e commentate da Valentino Piccoli; (18) in questo caso però nessuna data ci certifica l’epoca effettiva dell’acquisto. Il volume risulta piuttosto malridotto, e non solo privo di sottolineature (come del resto tutti gli altri libri di Leopardi) ma anche intonso in alcune pagine. (19) Malgrado sia presente un’altra edizione risalente al 1938 – questa volta integrale e in buono stato – del grande quaderno leopardiano, (20) quella curata da Piccoli offre una particolarità interessante: la silloge dei passi scelti è aperta da questa giovanile riflessione:

Sento dal mio letto suonare (battere) l’orologio della torre. Rimembranze di quelle notti estive nelle quali essendo fanciullo e lasciato in letto in camera oscura, chiuse le sole persiane, tra la paura e il coraggio sentiva battere un tale orologio. Oppure situazione trasportata alla profondità della notte, o al mattino: ancora silenzioso, e all’età consistente. (Zibaldone, 36, 1)

L’estrema contiguità di questo brano – che farà da base alle Ricordanze – con la chiusa del VII tratto della Cognizione (oltreché con altre pagine del romanzo, RR I 684, 714) ci confortano nell’ipotesi di una lettura gaddiana del testo. Tra le tante pagine leopardiane presenti nelle due edizioni, quelle più o meno accostabili all’esperienza e alla Weltanschauung gaddiane sono in percentuale buona rispetto al totale. Si tratta, chiaramente, di brani che presentano non tanto sintagmi fatti propri e poi riutilizzati da Gadda, quanto riflessioni tali da poterlo stimolare e suggestionare. Il beneficio d’inventario va da sé. Ciononostante, incuriosice pensare – pur mancando il riscontro effettivo dell’avvenuta lettura da parte dello scrittore, perché nulla ci assicura in questo senso – che l’ideatore di tanti intrecci aggrovigliati possa aver letto, ad esempio, questa tarda considerazione leopardiana:

In questo secolo, stante la filosofia, e stante la liaison che hanno acquistata tutte le cognizioni tra loro, ogni menomo soggetto facilissimamente diviene vastissimo. Tanto più è necessario, volendo pur fare un libro, che uno sappia limitarsi, che attenda diligentemente a circoscrivere il proprio argomento, sì nell’idea de’ lettori, e sì massimamente nella propria intenzione; e che si faccia un dovere di non trapassare i termini stabilitisi. (Chi non sa circoscrivere, non sa fare: il circoscrivere è parte dell’abilità negl’ingegni, e più difficile che non pare. Vedi p. 4450. capoverso 6.) Altrimenti seguirà o che ogni libro sopra ogni tenuissimo argomento divenga un’enciclopedia, o più facilmente e più spesso, che un autore, spaventato e confuso dalla vastità di ogni soggetto che gli si presenti, dalla moltitudine delle idee che gli occorrano sopra ciascuno, si perda d’animo, e non ardisca più mettersi a niuna impresa. Il che tanto più facilmente accadrà, quanto la persona avrà più cognizioni e più ingegno, cioè quanto più sarà atto a far libri. (6. Aprile. 1829.) (Zibaldone, 4484, 1)

Si direbbe cioè di assistere ad un paradosso temporale: l’inclinazione, l’ansia, enciclopedica e digressiva che ha accompagnato Gadda nel corso di tutta la sua carriera letteraria, viene qui analizzata con puntuale lucidità da Leopardi, in anticipo di circa un secolo.

Proseguendo cronologicamente con la lista dei libri leopardiani presenti al Burcardo, incontriamo una pregiatissima edizione degli Studi filologici, (21) edita da Le Monnier nel 1853; si tratta del terzo volume della prima edizione assoluta delle Opere leopardiane, edizione che deve la sua esistenza al coraggio e all’impegno dell’editore fiorentino e di Pietro Giordani, firmatario dell’introduzione. Curiosità di questo volume è però un’altra firma, quella apposta in una pagina bianca da Adele Gadda Lehr, a prova di un suo interesse letterario meno ovvio. Le Operette morali compaiono invece in una copia senza data; considerata però la presenza di un’introduzione di Paolo Savj-Lopez, possiamo far risalire questo volume al primo quarto di secolo. (22) Nulla si può comunque dire sull’effettiva entrata in possesso da parte di Gadda; il saggio introduttivo è valido, misurato, privo di slanci retorici, e potrebbe aver suggerito all’ingegnere qualche intuizione critica. Al 1936 risale una seconda edizione dei Canti, (23) sciatta e priva di qualsiasi interesse se non per una prefazione inneggiante ai valori del fascismo. Del 1938, come già accennato, è l’edizione in due volumi dello Zibaldone, curata da Francesco Flora. Piuttosto tarda è infine l’edizione della Crestomazia italiana. (24)

Nel loro complesso i volumi testimoniano l’accortezza di Gadda nel procurarsi l’opera omnia del recanatese: un’accortezza che si è protratta nel corso di mezzo secolo. La continuità dell’interesse è testimoniata anche dalla presenza di libri che riguardano, più o meno direttamente, il poeta di Recanati, a confermare, negli anni, una volontà di approfondimento della sua opera e della sua figura. Di Pietro Bigongiari, ad esempio, uno studio del 1948 sulle tecniche e sullo stile della poesia leopardiana. (25) Del ’44 è il Saggio sul Leopardi (26) di Giuseppe De Robertis, con dedica all’autore da parte del critico; anche qui, però, molte pagine sono intonse. Più importante è la presenza di quella sciagurata biografia del poeta scritta dall’amico Antonio Ranieri: (27) importante, invero, per la quantità e qualità meschina, patetica, dei faits divers raccontati; proprio cioè per questo non poteva mancare d’attrarre la curiosità di un curioso come Gadda: che l’abbia apprezzata oltre che letta è dimostrato da alcune riprese testuali nei saggi. Discorso in certo senso simile per un libro sull’altro amico di Leopardi, Pietro Giordani: (28) qui l’ingegnere poteva forse pensare di trovare altri cenni sul poeta.

Nella vasta biblioteca gaddiana, altri volumi di argomento non immediatamente leopardiano potrebbero riservare delle sorprese; ma crediamo che anche questa prima e limitata panoramica sia sufficiente per l’obiettivo che c’eravamo proposti: i documenti, le prove della particolarità delle letture di Gadda ci sono.


La maniera

Nel 1916 Gadda ha ventitré anni. Da circa un anno presta, convinto, il suo aiuto alla causa italiana, nella grande guerra. Sul campo di battaglia, però, le cose si sono rivelate diverse da quelle immaginate con la sua fervida fantasia: le condizioni di vita sono difficilissime, il riprovato disordine sembra essere caratteristica consustanziale all’esercito, e l’entusiasmo dell’ancora soldato semplice entra ripetutamente in crisi. Il 12 settembre di quell’anno, dopo una giornata particolarmente dura e deprimente, annota sul suo diario:

Verso sera tali condizioni dell’animo migliorarono: non interamente però: apersi le poesie del Leopardi, che da parecchi giorni non guardavo […]. Il mio spirito, pur nell’abbattimento che lo coglie tratto tratto in questa sua solitudine, e nella tristezza dei ricordi d’infanzia e d’adolescenza che vengono a pungerlo come la visione d’un bene perduto, è illuminata talora dalle speranze dell’opera futura […]. Il desiderio e la passione dello studio, dell’analisi e della indagine, della creazione convulsiva […]. (Giornale, SGF II 616)

è questo il brano da cui abbiamo tratto la notizia che Gadda possedeva una copia dei Canti prima del ’22; sempre qui abbiamo desunto una certa predisposizione a quel leopardismo di cui s’è detto. I sintomi ci sono pressoché tutti: tristezza, depressione legata alla solitudine, al «bene perduto» dell’infanzia, e, meno banalmente, accento sulla «passione dello studio, dell’analisi e della indagine», lo «studio matto e disperatissimo» di leopardiana memoria. All’inizio, ancora inconsapevole, della sua carriera letteraria, Gadda presenta già, insomma, una certa familiarità con l’icona del recanatese, le sue poesie fanno parte dei libri che accompagnarono lo scrittore nell’esperienza più emozionante della sua vita. Ritroviamo anzi già adesso, sebbene in nuce, sebbene acerbi, molti di quei motivi che progressivamente costituiranno la base per la proiezione; motivi che non fanno parte soltanto del gusto d’epoca ma che già a quest’altezza della vita si differenziano, si fanno esperienza sostanzialmente personale, elaborata. Ci conforta nell’asserzione, la presenza del poeta in un’altra pagina del Giornale:

Rastatt, 14 novembre 1917. – Campo di concentramento dei prigionieri italiani. – Ore 20,30. –
Oggi ho compiuto 24 anni. Giornata grave […]. Lessi un po’ di Leopardi e di Eneide; scrissi alcuni versi, come gioco di pazienza, senza alcuna inspirazione. Gran debolezza fisica: patii molto la fame, come il solito: a cena un mestolo di farina cotta in acqua. (SGF II 616)

A distanza di poco più di un anno dalla precedente pagina di diario, torna Leopardi e torna quell’atmosfera di abbattimento che, se non fosse per le circostanze che hanno anticipato questa giornata e che giustificano in pieno lo sconforto (la cattura, il trasferimento nell’«orribile treno» fino al campo di prigionia, la totale mancanza di certezze sul proprio destino, per non parlare del patriottismo ferito) sentirebbe un po’ la maniera; si percepisce, ad ogni modo e con eguale nettezza, la consuetudine, la partecipazione a tale lettura.

D’una certa rilevanza è la singolarità della data: il 14 novembre cade (lo ricorda l’autore stesso) il suo compleanno. Giorno invero particolare, quello in cui si compiono gli anni, per quanto vita e cose vi scorrano con la solita indifferenza: sorta di miliarium, di colonnina miliare della strada percorsa e ancora da percorrere: occasione in cui la famiglia si riunisce, occasione per ripensare a compleanni passati, alle persone che, magari per la prima volta, non sono con noi a festeggiare. (29) Trovarsi, in tale occorrenza, nella situazione di un’indigenza e di una mortificazione estreme, amplifica di certo il disagio del male. Se Gadda lesse Leopardi proprio in quel giorno, fu forse per cercare un conforto, una distrazione; o forse – non paia assurdo – per macerare più crudamente la propria anima, e assaporare fino in fondo l’amarezza della sconfitta e dell’umiliazione: una specie di omeopatia dello spirito.

Il piangersi addosso è uno strano balsamo al dolore. Le pagine che precedono e che seguono questa del compleanno sono fitte di annotazioni accorate sull’indigenza, sul freddo, ma soprattutto sul dolore: dolore di lasciare soli coloro che si sarebbe dovuto proteggere, di lasciare la patria, la propria terra, a patire l’oltraggio dell’invasione. Viene allora spontaneo chiedersi – magari con superficialità – come potesse, Leopardi, aiutarlo a distrarsi in quel contesto. All’epoca, difatti, la lettura corrente del poeta ricalcava quella del De Sanctis: un Leopardi che, per quanto svincolato dal pessimismo schopenaueriano, per quanto riabilitato in chiave risorgimentale, rimaneva, nel perdurante leopardismo, affatto proteso verso il passato, verso l’interrogazione pensosa e malinconica (anche Croce, più tardi, ne liquiderà l’immagine come quella del «pastorello d’Arcadia»). Riteniamo perciò molto difficile che Gadda avesse potuto o saputo effettuare un’interpretazione troppo dissimile da questa, e anzi alcuni dei modi di riuso leopardiano, in anni successivi, dimostrano il forte legame con questo periodo, con questo tipo di esegesi. Resta quindi l’impressione che il tornare a leggere Leopardi, in quelle condizioni, nel campo di prigionia, il giorno del compleanno, abbia a che fare con una pulsione sostanzialmente autopunitiva: alimentare la sofferenza, aggiungere di propria mano «dolore sopra dolore» (SGF II 671) – ci sovviene una riflessione che Gadda farà sulla figura di Genet:

Lui [Genet] è un ragazzo abbandonato […]: laureato dal carcere. C’è del compiacimento, se pur freddo, nel suo rimestare: una esibizione istintiva, disperata, incoercibile: una leggera falsificazione dei moventi, forse dei «modi». È da concedere che in ogni uomo o scrittore, in ogni memoria, in ogni consapevolezza d’uomo o di scrittore, si può sceverare dal referto un’autoapologia: ogni uomo si sente «momento espressivo» d’una dialessi, e tende a porre in luce la «necessità» e quindi il «merito» della propria posizione. Nei patetici termini, magari, del pentimento cristiano. (SGF I 614-15)

Anche in Gadda, in questa sua drammatica contingenza, ci pare cioè di poter riscontrare una «esibizione istintiva, disperata, incoercibile»; e se egli non falsifica certo i moventi, altera però leggermente i modi: denuda se stesso, si umilia più del necessario, operando al tempo stesso «un’autoapologia», nei «patetici termini» poi rilevati in Genet.

A supportare l’ipotesi di un’iniziale maniera leopardiana nello scrivere gaddiano, e di un processo già ben avviato, ma prematuro, di sovrapposizione, è l’unica opera composta precedentemente al 1922: La passeggiata autunnale (RR II 927-52), del 1918, che, pur non esibendo da subito chiare ascendenze, alimenta i nostri sospetti col nome dei due protagonisti: Nerina e Rineri. Questi, soprattutto, sembra modellato su uno stampo senz’altro aspasiano, (30) inesorabilmente solo e solitario, colto, innamorato dubbioso della corresponsione:

Giravo sempre e solo da parer dannato per malefizio, subivo la compagnia della gente come i rami che frustan la faccia a camminar nelle valli, con la volontà di lasciarli al più presto; per fregarmi e irruvidirmi contro le rupi, dov’era più nudo era meglio, dov’era più alto, più deserto era meglio […]. E a casa mi facevo passare il male della solitudine tra la folla dei libri; folla immobile, netta, disciplinata, fedele, quale bisognava per me […]. Così non si avvincono gli uomini, così non si conoscono e non se n’è conosciuti; così non si ama o, se ad un tratto si ama, bisogna tacere. (RR II 945-46)

Dopo questa miscela di temi leopardiani e non, che vanno dal Passero solitario alla «condanna dell’intelligenza» per risalire fino quasi allo Sturm und Drang tedesco, le meditazioni di Rineri si arricchiscono di tonalità più particolarmente esclusive del mondo del recanatese, quali i riferimenti al pensiero dominante e all’arido nulla:

Anch’io soffro, allora. Ho dentro quanto nella vita non ho portato fin qui, quanto non ho pensato di aver a portare, un giorno. Vita deserta, senza compagni, senza pietà, senz’amore; con un pensiero centrale a pervaderla di dominazioni feroci, fissità d’uno spalto sopra ogni terra all’interno; pensiero che non serve a nulla, altro che ad arrivar stanchi nel vuoto. Adesso che sono il più stanco non m’è dato parlare: da nessuno avrei pietà, né soccorso; adesso che sono l’ultimo nel pensiero di lei! (RR II 947-48)

Nel caso del Pensiero dominante si assiste perfino a malcelate riprese testuali: il sintagma del titolo viene come tagliato e incastonato in una struttura più ampia, che, svolgendosi, arriva ad evocare una celeberrima immagine della poesia, quella della «torre in solitario campo»: «con un pensiero centrale a pervaderla di dominazioni feroci, fissità d’uno spalto sopra ogni terra all’interno».

Si ha invero, con questo brano, l’impressione di fissare uno stereogramma, e che a concentrare lo sguardo su un punto si aprano figure e composizioni delineate, inimmaginabili qualche istante prima: riferimenti non a una, ma a più poesie, legate da un filo conduttore, il far parte del cosiddetto ciclo di Aspasia. (31) Il Pensiero è quella che lo apre, e al leggerne anche solo la prima strofe ci si rende conto della profonda assonanza con le riflessioni di Rineri:

Dolcissimo, possente
Dominator di mia profonda mente;
Terribile, ma caro
Dono del ciel; consorte
Ai lùgubri miei giorni,
Pensier che innanzi a me sì spesso torni.
(Il pensiero dominante, vv. 1-6)

Proseguono gli echi nella composizione che dà nome al ciclo, seppure in questo caso non sia tanto il testo, quanto il concetto dell’amante non corrisposto a costituire pietra di paragone; nondimeno, il senso di una sofferenza orgogliosamente celata e ignota all’altra, che si evince dal contesto gaddiano, può farsi risalire benissimo a questi versi:

Non sai
Che smisurato amor, che affanni intensi,
Che indicibili moti e che deliri
Movesti in me; né verrà tempo alcuno
Che tu l’intenda. (Aspasia, vv. 63-67)

Più nette, per contro, le ascendenze da A se stesso. La poesia dell’«infinita vanità del tutto» offre un sostanziale sostegno alle considerazioni fatte da Gadda sul nulla e sul vuoto:

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor.
[…] Non val cosa nessuna
I moti tuoi
[…]. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire.
(A se stesso, vv. 1-2, 7-8, 12-13)

Il gioco di specchi non deve però celare una cosa fondamentale; e cioè che ad essere messi in risalto – da Gadda, in Passeggiata – sono gli aspetti più tipici e affettati del fenomeno leopardista: l’infelicità della grandezza, lo stoicismo all’ineluttabilità del dolore, l’amore non corrisposto. Tutto ciò rientra in quella norma ufficiosa d’inizio secolo; anche il modo in cui viene utilizzato, e cioè diffusamente. È stato detto che proprio «la mancata codificazione di un leopardismo appare la condizione storica necessaria per una più attiva rielaborazione, feconda nella sua stessa parzialità, dell’eredità leopardiana» (Stasi 1995: 7); è l’assenza della sistematicità, insomma, a garantire la diffusione della parola di Leopardi, e questo primo racconto di Gadda ne è senz’altro prova. Non c’è nulla, ad esempio, che lasci intravedere un’ipotetica anticipazione di quel ribaltamento di prospettiva su Leopardi operato molti anni dopo da Walter Binni proprio a partire dall’ultima produzione del recanatese. (32) Non c’è originalità a questa data, e dal punto di vista dell’interpretazione non ci sarà neppure successivamente.

Ma più tardi, dopo la lettura della biografia curata da Scherillo, dopo aver scoperto la somiglianza tra le due madri, l’uso che Gadda farà di Leopardi sarà più personale, più propriamente suo. Non solo disseminerà tracce e aspetti meno noti di Leopardi un po’ ovunque nei suoi scritti; non solo si servirà di queste tracce come fossero sentieri di valico tra le due personalità e i due destini; ma anche quando continuerà a creare agglomerati di tòpoi leopardiani, a raccontare di pensosità notturna, di dì di festa e di artigiani, lo farà con consapevolezza, con volontà di stereotipo: per disegnare precisi e inequivocabili quadretti idillici. Al tempo della Passeggiata, per contro, i luoghi comuni appaiono veramente tali, non controllati, pedissequi; in un parola, manierati. Essi fungono, è vero, da soglia, da passaggio tra l’autore e il personaggio, (33) ma lo scambio è tra Gadda e la caratterizzazione leopardista rappresentata da Rineri. Gadda si proietta cioè anche a quest’epoca, ma lo fa su un Leopardi troppo banalizzato, di uso pubblico; è qui ancora unito quello che negli anni finirà di separarsi: il topos e la sovrapposizione.

Più avanti, difatti, la tendenza sarà di proiettarsi in due modi distinti: nei saggi, nei luoghi più impensati, Gadda prediligerà l’intercambiabilità della personalità e della biografia leopardiane con le sue; per le opere narrative, invece, ricorrerà quasi esclusivamente, e sempre più, al riuso stereotipato e parcellizzato dei luoghi del poeta. Due maniere, insomma, per lo stesso risultato.


La «nitidezza lunare»

Del saggio sul Re pensieroso di Betti, del ’23, il primo accenno ufficiale a Leopardi. Del ’22, si rammenterà, era l’acquisto dell’edizione Hoepli dei Canti, in vista dell’esame poi sostenuto nel ’24. Da rilevare, nel saggio, in una sorta di analisi minima della poetica leopardiana, il richiamo a quella purezza e limpidità di scrittura che costituisce l’eccellenza del poeta:

In certo senso uno dei suoi maestri [di Betti] può ritenersi il Leopardi, quando da un tema melodico di fragrante freschezza, nitido episodio iniziale, trae per rapidi trapassi gli accordi della sua martellante ossessione dell’ineluttabile. (SGF I 678)

Fragranza, freschezza e nitore sono i connotati di un uso sublime e affatto privo di retorica del linguaggio; sono gli attributi dell’inappellabilità di una stima profonda e duratura che troverà spesso spazio nel corpus gaddiano. Lo conferma un brano di poco successivo, da quell’ingarbugliato laboratorio di scrittura che è il Racconto italiano di ignoto del novecento, l’Apologia manzoniana, del ’24:

Egli [Manzoni] volle parlare da uomo agli uomini, ai miserabili uomini: ed ebbe compagno nella fatica un altro grandissimo disgraziato conte suo coetaneo, molto macilento della persona. Anche costui rifiutò alfine la spazzatura della tronfia magniloquenza e la sua parola ha una nitidezza lunare: dolce e chiara è la notte! Ed anche costui visse, prima di scriverla, la sua tragica nota. (SVP 592) (34)

L’accenno, precedentemente vago, viene qui dichiarato e definito: Leopardi diviene, insieme a Manzoni, l’esempio massimo di una «immediatezza necessaria del linguaggio»; «nitidezza lunare» è la qualità della sua parola, splendida formula che evoca una perfezione fatta di bellezza e di necessità. Anche nella Meditazione milanese, del ’28, Gadda non sa resistere ad un’attestazione di stima, che risulta ancora più palese perché scaturente dallo stupore verso l’uso, da parte del poeta, di un certo tipo di retorica:

Si pensi che ancora il Leopardi, dico il Leopardi, che nella sua tragica | vita ha tanta materia di osservazione diretta («Zibaldone») fa della retorica Plutarchiana! (sia pure usando una prosa squisita, insuperata). (SVP 683) (35)

All’altezza del ’28, la deferenza verso il conte Leopardi è insomma già solida e comprovata. Nel corso degli anni essa perdurerà intatta, priva persino di quelle lievi incrinature che l’ironia provoca, ad esempio, nei confronti del mito manzoniano. Non c’è distacco, mai, dall’arte; tutt’al più dall’uomo, o meglio dal personaggio, e in ogni caso raramente. (36) A volte capita di trovare riferimenti all’icona di oltraggiato dal destino e grande infelice tramandata dall’Ottocento leopardista; è il caso di Dejanira Classis dove il giovane sergente innamorato si offre a Dejanira secondo i moduli dell’amante disgraziato, quello appunto d’Aspasia, per cui si cerca di conquistare l’amore per mezzo della pietà. Il testo allora oscilla tra una ridicolaggine voluta e manifesta e un estremo refuso di leopardismo (che Gadda manterrà comunque sempre, sebbene ad essere stigmatizzato, in questo caso, sia proprio l’uso oleografico della figura del poeta):

«Ma certo il poeta d’Aspasia…»
«Aspasia? Dov’è questa città?…»
«Non è una città… Signorina Denira,» disse fervorosamente il rapito sergente, «… era una donna, una donna, che ha fatto disperare il poeta, bianca, bellissima, quasi come lei…»
«Non faccia lo stupido che stiamo parlando di questo grande poeta Leopardi. È stato molto disgraziato, vero?…»
«Disgraziatissimo… Signorina… come me, come tutti quelli che…»
«Ma se lei sta benone, è sempre stato imboscato, non fa niente tutto il giorno!». (RR II 1046)

Il seguito del discorso però riconduce all’esperienza personale, ritrova il senso della lettura che di Leopardi era stata fatta nello sconforto della prigionia, sconforto cui non era stato risparmiato dolore più grande ancora:

Leggendo i versi del Grande, [Dejanira] ricordò il suo povero papà, la sua casa, la sua patria, la sua Italia, la stella e poi di nuovo la vittoria delle armi alleate, e poi quei due cari, cari, poveri cari [i due fratelli], che non c’erano più, più. E allora era di nuovo la disperazione e quasi un folle abbandono. (RR II 1047)

Decade ogni ironia. Dall’ennesimo atto di deferenza (il poeta viene addirittura detto semplicemente «Grande»), scaturisce il richiamo a quella disperazione provata nei vari mesi di prigionia: la guerra, il pensiero ai suoi affetti più cari, la scomparsa di alcuni, di uno di essi.

S’intende dunque facilmente che il ricorso allo stereotipo è conscio se non addirittura voluto; e si comprende altresì come sia proprio questa volontà a significare distanza e quindi ironia. Questa è però un’ironia talmente mediata che ha perso del tutto la sua valenza mordace, corrosiva: le è rimasta soltanto l’intelligenza. Ne è prova una breve disquisizione sul Bagutta, in cui Gadda si chiede, sarcasticamente, come ci si debba comportare nel caso del conferimento del premio letterario a un libro che testimoni dolore e disperazione:

Ma si presenti il caso di una tragica autobiografia, di un dialogo gnoseologico, di un invito all’ascesi? Come laureare il martire fra libazioni e salamini? La lirica è facilmente dolore. E quelle risa, là in fondo, quel baccano! Ma il doloroso caso Leopardi non si presenterà tanto facilmente. (Inchiesta tra gli scrittori laureati, SGF I 815)

L’autore dello Zibaldone qui interviene come caso e non come esempio di poetica, simboleggia esistenza sciagurata e infelice. A prima vista la menzione sembra gratuita, inserita nel contesto più per forza di retorica che di speculazione. Ma considerando l’anno di stesura del pezzo (1937), ci si accorge di essere ormai in periodo di Cognizione e dunque di «tragica autobiografia», di «dialogo gnoseologico» e, perché no?, di «invito all’ascesi», la negazione di Gonzalo. Giureremmo che Gadda stia preveggendo, tra consapevolezza e presunzione, i futuri premi al suo capolavoro, un capolavoro ancora in via di definizione ma con i documenti in regola per essere scritto: la «tragica nota» dell’esistenza vissuta. Ecco allora che il caso Leopardi significa davvero il proprio, e che l’equivalenza può essere infine resa praticamente esplicita.

Un altro riferimento, nelle pieghe del testo, alla biografia del poeta si trova nella risposta ad un’inchiesta che Leonetto Leoni svolse nel 1946 per Pesci rossi (la rivista edita da Bompiani) – qui l’ingegnere si lascia andare ad una delle sue doléances finanziarie:

… Peggio di così!… Unico aiuto… la cortesia di alcuni amici… Il programma finanziario della mia tristissima esistenza era molto chiaro, oltreché fondamentalmente sbagliato: vivere nell’ultima parte del mio tempo mortale di alcune economie accantonate nella prima, sgobbando da ingegnere […]. Non ho né casa, né pace, né famiglia, né donna, né denaro, né salute, né gloria: con la testa buca, per giunta, ammetterete che è un po’ difficile vivere. (Gadda, come va la vita?, SGF I 950)

Si sente aria di Lettera agli amici di Toscana, con la dovuta – voluta – ironia. Manca certo, in Gadda, quel lucido accoramento che trasuda dall’epistola leopardiana, e la descrizione della propria triste esistenza viene subito riportata su un piano comico col riferimento all’assenza di una donna (che sappiamo anzi essere stata sempre lontanissima da ogni suo desiderio) e con una clausola indiscutibilmente giocosa. Il discorso di fondo è però lo stesso nei due autori: entrambi vivono un periodo nero da un punto di vista economico, ed entrambi vengono aiutati da alcuni amici tramite misurata elargizione di denaro. Per di più, il richiamo gaddiano al fallimento del «programma finanziario» stabilito in gioventù è quanto meno assimilabile a questo brano della Lettera:

Sperai che questi cari studi avrebbero sostenuta la mia vecchiezza, e credetti colla perdita di tutti gli altri piaceri, di tutti gli altri beni della fanciullezza e della gioventù, avere acquistato un bene che da nessuna forza, da nessuna sventura mi fosse tolto […]. Ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena. (lettera del 15 dicembre 1830)

Anche Gadda, nell’elencarci miserie vere e presunte, ci dice di aver «perduto tutto», e sebbene non arrivi a chiamarsi un «tronco che sente e pena», non si esime dal definirsi con un più ironico «testa buca». C’è infine il sintagma «nell’ultima parte del mio tempo mortale», carico di echi leopardiani: sintattici oltreché lessicali. Viene per primo in mente l’incipit di A Silvia: «Silvia rimembri ancor quel tempo | Di tua vita mortale» (vv. 1-2); ma poi anche questi versi delle Ricordanze: «E sebben vòti | Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro | Il mio stato mortal» (vv. 84-86).

Se Gadda pensa all’opera, le dichiarazioni di stima permangono immutate e immutabili. Regolari, tanto da divenire prevedibili, sono i richiami quando lo scrittore, nello stilare un qualsiasi saggio, cerca il termine di paragone; l’eccelsa padronanza di scrittura del poeta interviene cioè spesso come discriminante, come non plus ultra. Testimonianza emblematica è fornita da uno studio sul Belli:

Ma questa urgenza dello intelletto e del senso incontra la lenta tradizione dell’endecasillabo di buona scuola, s’incanala nel tirocinio di una emulazione reverenziale, qua e là petrarcheggiante, cesarottiana altrove; arriva perfino a una imitativa leopardesca. (SGF I 549)

Gadda compara dunque l’endecasillabo belliano con quello di altri famosi e nobili versificatori; tra questi non può mancare Leopardi. Ebbene, il verso del recanatese deve apparigli orizzonte ultimo e insuperato di perfezione, se, nell’introdurlo, utilizza un avverbio come perfino, carico del senso di eccezione, di limite delle possibilità. Non crediamo allora di pronunziar blasfemia arrivando a dire che, a conti fatti, è proprio Leopardi, più ancora di Manzoni, a usufruire dell’estimazione formale suprema; un’estimazione che appare esente da ogni indecisione: pura e inoppugnabile. Che poi Manzoni per Gadda costituisca un mito, e che sia oggetto di infinita ammirazione, questo va da sé, e lo sottoscriviamo in pieno: l’autore dei Promessi sposi non solo è più presente e necessario di Leopardi alla composizione romanzesca gaddiana, ne è addirittura imprescindibile.

La presenza, si vuol dire, di riserve nei riguardi perfino di Manzoni – il rimprovero per la testardaggine monoliguistica; nell’acerrima diatriba sulla lingua l’ingegnere non poteva che essere contro, fermamente contro, il toscanista Manzoni – permette di comprendere meglio l’eccezione leopardiana. La posizione è tutta in una dissertazione apparsa nel 1959 sull’Illustrazione italiana, con titolo che ci fa sussultare: La battaglia dei topi e delle rane. Qui a Manzoni non viene risparmiato l’affondo sarcastico:

Nella lindura e nella splendidezza della monolingua immortale vivono eternamente lindi, eternamente splendidi, i poeti monolinguistici del severo Ottocento, quali il Foscolo, il Manzoni stesso, il Carducci: a lasciar d’altri millanta [?]. Vive nel castone della monolingua, come gemma in anel d’oro, vive e splende la loro sublimità distaccata: appartata dalla deformità mostruosa dei plurilingui, dei dialettali, dei plebei. Ed è sublimità d’intenti e pensieri, e sublimità d’arte (poetica) a un tempo [?]. Poiché proprio accade che di chi abbi regalato alla Patria [?] una scarica d’esagitati settenari per l’epicedio d’un nano, tutto, tutto, ogni atto, ogni prurito, ogni starnuto, ogni virgola, venga poi accolto con devoto animo in una sorta di obbligazione reverenziale, consacrato nel famedio, elevato nella luce. Se all’autore del Cinque Maggio fosse caduto di penna un bel gocciolone dopo Ei fu, quel pataffio color castagna rimarrebbe sull’eterna pagina documento inestimabile della pietà, della commozione del Genio. (SGF I 1164)

Questo lungo estratto ha la sola funzione, proprio nella sua lunghezza, di far comprendere in pieno il modo in cui Gadda si rapportava a Manzoni (e agli scrittori in genere): lode sì, ma non a priori; non «ogni virgola» viene accolta «con devoto animo». Più oltre altro richiamo quanto mai impietoso:

Il Manzoni […] china la fronte al Massimo Fattore usando il plurale di maestà per se stesso, dato che la rima con Lui (Napoleone) chiedeva il Nui [?]. Noi poi, dico noi? mostro plurilingue, nemmeno ci spieghiamo come l’orma del piede di Napoleone possa calpestar la polvere della terra, visto che a calpestar la fanga e la polvere è il piede stesso e non l’orma, che è, se mai, una conseguenza del pestare, cioè un odore (ὀσμή) del piede […]. Al sentir titolare il Napo di «superba altezza» si riman di stucco, visto ch’Ei fu, se mai, una superba piccolezza. (Battaglia, SGF I 1167-168)

La mano è qui molto più che pesante. Questa relatività, questa ponderatezza nella lode, che vale per Manzoni e per molti altri, non vale per Leopardi; per quel che riguarda il suo scrivere, le virgole sembrano essere accettate per intero:

Un grosso volume non basterebbe a registrare tutte le spadellate (colpi messi fuori del bersaglio, voce toscana) dei poeti dell’Ottocento […]. Si salva l’eccelso Leopardi: si salvano i dialettali, il Porta, il Belli, impeccabili nel significare per immagini. (Battaglia, SGF I 1168)

Il recanatese eccelle – ed eccede – anche in questo caso; la sua nettezza filologica anche a questa data permane lunare, mentre s’intorbida quella manzoniana. Se si tratta di materiare l’idea della chiarezza di stile, Leopardi interviene praticamente sempre, a mo’ d’emblema.

Te t’hai a legger di Giacomo, dico del gran conte Liopardo, a’ Pensieri, I, verso i’ ffine: «Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina». Ebbene: me ne duole per que’ gigli, ma io «devo dire certe cose». (SGF II 236-37)

Questa tirata da Eros e Priapo viene offerta come ulteriore prova, aggiungendo, semmai, un particolare accento d’esposizione. Interessante è pero riportare alcuni passi della Ginestra in cui, esplicitamente, Leopardi elogia chi parla «con franca lingua»; è molto probabile che Gadda li avesse bene a mente, e più che mai nella stesura del suo pamphlet antimussoliniano, dato che soprattutto i primi versi potrebbero ironicamente – gaddianamente – e contrario – riferirsi proprio all’odiato Duce:

Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama sé né stima
Ricco d’or né gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma sé di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
[…]
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale. (vv. 87-97, 111-17)

Viene cioè da pensare a Mussolini, che pavoneggiava virtù italiche (in special modo fisiche, atletiche), e che le descrizioni deformanti di Gadda riducono a «uom di povero stato e membra inferme». (37)


Senza essere Giacomo

In un solo caso, ci sembra, il nome di Leopardi non ha menzione. In una specie di Poetica, scritta nel 1937 e facente parte de I viaggi la morte, lo scrittore milanese si lascia di nuovo sfuggire qualche strale contro la retorica vuota di tanta letteratura:

Dei molti italiani che percepirono la vanità e l’iniquo di certe consecuzioni parolaie, citerò solo (per grossi esempi) il Boccaccio, il Dante, il Galileo, il Manzoni. Levano talora l’edificio del giudizio sopra una sola frase o parola accattata sagacemente e poi diabolicamente inserita nel testo, a dileggio ed a confusione de’ frodatori. Il «velen dell’argomento» è loro famigliare. Il loro scherno e la loro polemica, in questi casi, hanno una radice che si potrebbe dir filologica. (Meditazione breve, SGF I 451-52)

Il recanatese non viene chiamato in causa; e la cosa può risultare strana, anche a considerare la dichiarazione di voler citare solo «grossi esempi». Forse la ragione sta nel fatto che qui, la lotta alle «consecuzioni parolaie», è legata direttamente ad un uso sferzante, velenoso del linguaggio. Forse quell’inerzia, minima, di leopardismo impedisce a Gadda di allontanare troppo la figura del poeta dalla «nitidezza lunare», come se il cesellatore di indimenticabili idilli e di stupende disperazioni si adattasse malamente allo scherno e alla polemica. O forse, più semplicemente, è questa l’eccezione che conferma la regola. In ogni caso, l’autore dei Canti partecipa in qualche modo anche a questo saggio, seppure per mezzo di una veloce evocazione: «la disciplina dell’ingegnere e lo stare lunghi anni incurvi alle tavole dove accudiscono, divenendo miopi e poi gobbi, i detti ingegneri» (SGF I 448), dove in un contesto di vita dedicata – per diletto e per forza – allo studio, sorge, come per magia (o meglio per necessità), la figura di colui che forse più di ogni altro rappresenta, nell’immaginario comune, il genio che ha immolato i suoi giorni e il suo corpo in anni e anni di «studio matto e disperatissimo», continuamente seduto dinanzi allo scrittoio e sopra le «sudate carte»; colui, insomma, che per passione e abnegazione divenne «miope e poi gobbo». (38)

è rimarchevole la frequenza con cui Gadda ricorre a cose che si possono legare, più o meno esplicitamente, a Leopardi; la serie delle testimonianze di stima è solo una parte delle occorrenze del suo nome. Il «gran conte Liopardo» presiede spesso alla creazione gaddiana, anche da un punto di vista meramente biografico; nel senso che anche i semplici fatti della sua esistenza concorrono alla suggestione. Abbiamo già esaminato quella sorta di lettera agli amici di Toscana del ’46 in cui l’ormai ex-ingegnere si lamentava della sua pessima situazione economica. Già vent’anni prima, nella stesura della Meditazione milanese, egli disquisiva sull’entità dei danni provocati dalla povertà nella storia del pensiero italiano; ed anche in quel caso, menzionava gli amici fiorentini del poeta:

Io credo che più che ogni altra nazione abbiamo avuto dei grandissimi poveri. Dante fu più povero dello Shakespeare, l’Ariosto più povero di Corneille, e il Leopardi più povero di Heine. (E la carità degli amici radunati a Fiorenza sovvenne lui, che aveva rifiutato dallo Stato Pontificio la sinecura salvatrice per… incompatibilità di carattere). (SVP 784)

Leopardi qui compare insieme a Dante ed Ariosto, e certo la sua presenza non è segno esclusivo di elezione. Eppure, una lunga quanto accessoria parentesi si apre solo nel suo caso. Distanti l’uno dall’altro di circa venti anni, i due brani creano (prefigurandolo, si direbbe, nel primo caso; confermandolo, nel secondo) un parallelo molto particolare tra i due autori: povertà, Firenze, amici letterati – proprio come Leopardi, Gadda avrebbe superato quei momenti di difficoltà economiche grazie alla «carità degli amici radunati a Fiorenza». Un caso? una nuova proiezione d’ombra? un’ennesima invasione di campo? Di sicuro, cominciare uno sfogo con l’evocazione dell’epistola leopardiana dà risalto alle coincidenze.

Il fatto è che, a parte le testimonianze di stima (già esaminate) o le riprese testuali (che esamineremo), anche gli altri luoghi di menzione leopardiana si possono rapportare ad esperienza personale; due in particolare sono le categorie sotto cui è possibile racchiuderli: l’indigenza, appunto, (39) e il celibato. Per certi versi paradigmatica è una delle favolette gaddiane (la n° 39), in cui compaiono entrambe le categorie, e avente come protagonista – guarda caso – Il passero solitario:

Il passero solitario fu invitato dall’Agente delle Imposte a voler pagare la tassa dei celibi, comminàtegli in caso d’inadempienza le sanzioni statuite dalla legge.
Parendogli troppo grave il pagare, deliberò di togliersi, a non pagare, una marfisa. Poiché la passera s’era già coniugata al beccafico, ei s’ammogliò con la foca. (SGF II 21)

Più celebri, in merito alla mancanza di compagna, la barocchissima nota dell’edizione in rivista del Pasticciaccio, (40) e le sue due liste di scapoli e di ammogliati famosi. Anche qui il poeta di Recanati non marca visita; la sua presenza è inoltre contraddistinta da due segni distintivi: qualificazione affettuosa («raro gobbetto», unico caso, insieme ad altri tre personaggi, in una prima serie di 35 nomi); (41) e posizione in chiusura: come ad apporre un bollo.

Alla base di questa insistenza di richiami a Leopardi sussiste, deve sussistere confusione empatica, un’operazione di affratellamento; ad ogni nuovo riscontro, diventa sempre più arduo resistere alla tentazione di una lettura maliziosa. Siamo, ovviamente, nel campo delle congetture. Ma proprio per questo, e con piena consapevolezza, ci permettiamo di lanciare un’ultima provocazione. Nell’articolo dedicato a Jean Genet, argomentando sulla «dignità poetica» dei pidocchi, torna alla mente dello scrittore uno dei fatterelli letti in Sette anni di sodalizio: «Dice con ottocentesca verecondia il Ranieri del suo povero ospite, che “il povero Giacomino soffriva di ftiriasi”. Anch’io, senza essere Giacomo, ho avuto occasione di soffrire di ftiriasi» (Il faut d’abord, SGF I 618).

Che Gadda volesse testimoniare di una sgradevole malattia sofferta, è dopo tutto comprensibile; e ancor più comprensibile che lo stimolo alla testimonianza provenga da un particolare contesto. Ma perché specificare, e in inciso, di non «essere Giacomo»? Quasi sentisse il bisogno di segnare un limite, una differenza. L’inciso induce sempre al risalto, per quanto fugace. Anzi, è proprio nella sua fugacità che una citazione può acquisire un valore altissimo di ricchezza semantica; quasi si trattasse di un’epifania, di un’apparizione densa di significato. Siamo nel campo delle congetture, abbiamo detto; e allora proveremo a congetturare. Per prima cosa, la chiamata in causa del poeta è assolutamente accessoria: si parla di omosessualità, quindi di miseria, e poi di pidocchi; in una lunga parentesi si stabilisce la loro «cittadinanza letteraria», da qui si arriva all’aneddoto concernente Leopardi. Citarlo in virtù di questa malattia, lo ripetiamo, è del tutto gratuito; se Gadda lo fa, è forse perché questi è una presenza che ritorna con facilità alla sua memoria. In secondo luogo, quel modo così intimo e affettuoso di riferirsi a lui, chiamandolo semplicemente per nome, a noi sembra manifestare una consuetudine, una simpatia tutta umana e intellettuale. Si avverte, poi, una sfumatura di orgoglio (certo ironica) nell’asserzione che mette in gioco l’autore stesso: quasi fosse fiero di poter essere accomunato, in qualche modo, al poeta.

Siamo nel 1950. Sempre a questa data risale un articolo apparso su Il Popolo, col titolo Variazioni sui grandi uomini:

Nella vita dei grandi, a volte, è un che di scombinato, di doloroso, di fatalmente eccessivo, di erroneo, di particolarmente peccaminoso, che sembra costituire, appunto, il contrappeso biografico, il compenso (negativo) della loro purità operante, della loro vittoriosa iper-cognizione […]. Il Villon rissoso e ladruncolo, il Tasso che per gelosia poetica denuncia all’Inquisizione il compagno d’Università, il Cellini omicida dell’orefice Pompeo per bassa rivalità di mestiere, il Caravaggio fuggitivo blasfemo e violento, il Leopardi che esige sorbetti alle tre di notte dall’ospite Ranieri, dovettero necessariamente riuscir molesti alle lor vittime. (SGF I 979)

A stupire, in questo brano, è proprio la presenza del poeta. Inserire i suoi sorbetti in un quadro di latrocini, delazioni, omicidi e blasfemie, è quantomeno esagerato e, senz’altro, comico. Essi si spiegano in primis con la fonte da cui sono stati tratti, di nuovo la biografia ranieriana; (42) e in secondo luogo col gusto gaddiano di colorare d’ironia un po’ tutte le sue carte. Eppure, forse, si può trovare una terza ragione a questo inserimento; il veniale capriccio imputato a Leopardi rientra, stranamente, in uno di quei peccati molto noti all’autore del saggio, la gola. (43) Possiamo allora ipotizzare quanto segue: a Gadda, leggendo il libercolo di Ranieri, si rafforza l’impressione che tra la sua vicenda e quella di Leopardi esistano somiglianze singolari; non solo la madre autoritaria, il fratello morto, l’indigenza, il celibato: ma anche la ftiriasi! anche la golosità!

Che a Gadda basti pochissimo per impostare il paragone, è ben inteso; ma non dimentichiamoci dell’affermazione fatta da Roscioni: «perché un autore lo interessi, bisogna, si direbbe, che abbia vissuto o narrato esperienze accostabili, per somiglianza o per contrasto, alle sue […]. Gadda proietta istintivamente la propria ombra sulle ribalte dove altri drammi sono stati rappresentati in passato». Si direbbe cioè che Gadda oscilli tra metafora e metonimia: tra somiglianza e contiguità. Sembra che a volte egli senta Leopardi come suo fratello di vita e di dolore; e che a volte, invece, lo consideri addirittura figura di se stesso, proprio come Adelaide Antici era figura di Adele Lehr. Al punto da evidenziare ciò che in realtà era più peccato suo, da sentire l’esigenza di sottolineare le diverse individualità. Quella concernente Leopardi, insomma, risulta essere la ribalta prediletta: la ribalta su cui gli è più agevole rappresentare il dramma di sempre. L’operazione di affratellamento raggiunge qui il suo culmine: quella che con altri personaggi poteva risultare limitata, saltuaria, e fine a se stessa, con Leopardi acquista in continuità, diffusione, sistematicità. E se negli altri casi (Villon, Baudelaire, Genet, etc.) ci sfuggiva il perché di questa inclinazione, qui ci viene offerta la chiave giusta, forse, per comprenderla: Leopardi, e gli altri in modo minore, fungono probabilmente, e per quanto possibile, da succedaneo affettivo dopo l’avvenuta morte di Enrico, del fratello vero.


Un’ultima sostituzione

A conchiudere le nostre congetture, una riflessione di Gadda; utilizzabile ma non utilizzata in precedenza, tra le prove della stima verso il poeta di Recanati, possiede in sé i crismi del suggello, della summa a quanto abbiamo tentato di dimostrare:

Più appariscenti alcune riprese d’un certo leopardismo, talora ingenuamente rifatto, talora acutamente, impercettibilmente ironizzato […]. Ma è breve l’attimo ch’egli si appoggi. Rilevàtosi, procede solo, in una solitudine, a certi momenti, splendida. Ho detto della musicalità leopardiana: delibata per brevi cenni, qua e là, viene tenuemente trasfusa allora e incorporata nel corpus montaliano, come in segno d’un dolce e religioso rispetto. La maniera è rivissuta, quasi ironizzata, in alcune riprese gnostiche che arieggiano quelle tipiche del Leopardi: («Sì dolce sì gradita» del Sereno [sic!]; «Garzoncello scherzoso» del Sabato; «Ohimè quanto somiglia» del Passero solitario.) […]. Ma sono fugacissimi tocchi. (Poesia di Montale, SGF I 769-70)

Si commuti montaliano con gaddiano, e il discorso non avrà bisogno d’aggiunte; una semplice sostituzione lessicale, e il brano guadagna il pregio dell’autocommento. In ogni parola il leopardismo montaliano è convertibile in un leopardismo gaddiano. L’alternanza tra ingenuità e acutezza di rifacimento, l’impercettibilità dell’ironizzazione, il ricorso alle tipiche «riprese gnostiche»; e poi ancora il parlare di maniera, di «maniera […] quasi ironizzata»: tutto è perfettamente attribuibile all’ingegnere. Ma specialmente quel «dolce e religioso rispetto» acquista lo statuto di divisa: quasi una sintesi insuperabile della presenza leopardiana in Gadda. Non sapremo mai se ci troviamo di fronte a un mascheramento volontario o a una sorta di lapsus. In ogni caso, l’attinenza che questo brano ha col mondo gaddiano è tale da consentire anche quest’ipotesi.

Accertato il processo di assimilazione endemica cui Leopardi fu sottoposto, bisogna ora chiedersi, però, per quale motivo la sua presenza non sia di molto peso nella composizione delle opere narrative gaddiane; allo stesso modo, magari, di un Manzoni, o anche di un Carducci, di un D’Annunzio. Tantissimo è stato scritto sul primo, e qualcosa anche sugli altri; ma poco, molto poco si è detto su un’eventuale influenza leopardiana. Accenni affiorano senz’altro, nei vari saggi che trattano dell’ingegnere; ma tutto sembra restare a metà tra il superfluo e lo scontato.

Università di Urbino

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Note

1. Di Leopardi ci sono pervenute circa un migliaio di lettere: cifra astronomica se paragonata alle 3 di cui si parla. La prima venne spedita da Roma, il 23 novembre 1822; la seconda, sempre da Roma, il 22 gennaio 1823; l’ultima da Firenze, il 28 maggio 1830. Particolarmente eloquente l’inizio della seconda lettera: «Cara Mamma. Io mi ricordo ch’Ella quasi mi proibì di scriverle, ma intanto non vorrei che pian piano, Ella si scordasse di me». La stessa contessa, c’era da immaginarlo, non fu molto più generosa: al figlio lontano sembra ne scrisse appena due, o almeno tale è il numero conservato da Leopardi.

2. Gadda 1987a: 256. Manzotti non giudica opportuno approfondire l’accostamento.

3. «è leggibile da un largo pubblico […], nonostante i gravi infortuni ai quali la scrittrice è andata incontro, con intrepidezza da lasciare intontita la gente» (Paola Masino, SGF I 712).

4. Cfr. il passo della Cognizione in cui la mamma ripensa alla nascita di Gonzalo: «Il primo suo figlio. Quello nel di cui corpicino aveva voluto vedere, oh! giorni!, la prova difettiva di natura, un fallito sperimento delle viscere dopo la frode accolta del seme, reluttanti ad aver patito, ad aver generato il non suo» (RR I 678).

5. «Sia imputabile alla madre, al padre, o a entrambi, una “cicatrice di nascita” sembra essere all’origine delle “crisi di impersonalismo o di inelezione” che affiggono vari personaggi di Gadda» (Roscioni 1997: 51).

6. Per il tema del contrasto padre debole – madre forte, si veda ancora Roscioni 1997 (vi viene tra l’altro a più riprese evidenziata l’infantile ostinatezza del padre Francesco nel voler costruire la villa di Longone).

7. La datazione dell’articolo è incerta; forse è da far risalire al 1946.

8. L’autobiografismo del passo è d’altra parte rilevato, e senza bisogno di analisi formale, dallo stesso Roscioni, nonché da Manzotti 1996: 256-57.

9. Cfr. SGF I 1259-260. Si veda anche il commento di Manzotti al tratto abbozzato per la Cognizione (Gadda 1987a: 526-35).

10. Gli stessi, ricordiamolo, invocati dalla Signora, nel V della Cognizione. Da notare, in questa occasione, l’assenza delle virgolette d’uso nelle citazioni: segno di frequentazione inveterata, di assimilazione endemica.

11. Cfr. Dalle specchiere, SGF I 227: «terra che avrebbe potuto essere terra e a patria anche a me, come a tutti era».

12. Precisamente da Mauvais sang. Cfr. Gadda 1987a: 529.

13. Cfr. Corriere della sera, 9 settembre 1998. L’episodio è anche narrato in Vigorelli 1989: 241-42.

14. Uno degli incisi suona così: «Me l’hai insegnato tu, mia povera mammina adorata, a cui queste pagine non verranno, ohimè, sotto gli occhi!» – M. Scherillo, Vita del poeta narrata di su l’epistolario, in G. Leopardi, I Canti (Milano: Hoepli, 1920, IV edizione rinnovata e aumentata), 25.

15. Il padre della Antici era marchese; ad essere conte era invece Monaldo.

16. In uno dei quaderni autografi di Gadda, posseduti dall’Archivio Garzanti (Note Varie, c. 134), risulta che il titolo esatto del corso era: «Il Leopardi. Prosa e poesia. Vita». L’esame fu sostenuto il 14 novembre 1924, con il voto di 29/30. Cfr. Lucchini 1994a: 223-45.

17. Si tratta di quel «leopardismo larmoyant» che, scaturito da un contesto essenzialmente risorgimentale e romantico, si era protratto negli anni colorandosi spesso di morbosità decadenti. Cfr. G. Lonardi, Leopardismo. Tre Saggi sugli usi di Leopardi dall’Ottocento al Novecento (Firenze: Sansoni 1974, 19902). Da ricordare anche l’analisi di due primi casi di leopardismo, in N. Bellucci, Giacomo Leopardi e i contemporanei. Testimonianze dall’Italia e dall’Europa in vita e in morte del poeta (Firenze: Ponte alle Grazie, 1996), 225-36.

18. Attraverso lo Zibaldone, 2 voll. (Torino: Utet, 1920).

19. Le pagine che risultano intonse vanno dalla 121 alla 128 del primo tomo.

20. G. Leopardi, Tutte le opere, vol. II, Zibaldone di pensieri, 2 voll., (Milano: Mondadori, 1938). L’edizione è quella celebre a cura di Francesco Flora.

21. G. Leopardi, Studi filologici (Firenze: Le Monnier, 1853).

22. Al 1913, per l’esattezza (cfr. Cortellessa & Patrizi 2001). G. Leopardi, Operette morali, Bibliotheca romanica, nn. 194-197 della Biblioteca Italiana (Milano: Sperling & Kupfer, 1913).

23. G. Leopardi, Canti (Firenze: Rinascita del libro, 1936).

24. G. Leopardi, Crestomazia italiana, 2 parti (Torino: Einaudi, 1956).

25. P. Bigongiari, Elaborazione della lirica leopardiana (Firenze: Marzocco, 1948).

26. G. De Robertis, Saggio sul Leopardi (Firenze: Vallecchi, 1944).

27. A. Ranieri, Sette anni di sodalizio con Leopardi (Milano: Gentile, 1944).

28. G. Ferretti, Pietro Giordani sino ai quaranta anni (Roma: Edizioni di Storia e letteratura, 1952).

29. Vedi a tal proposito quanto scritto nel giorno di Natale dello stesso anno 1917: «Penso, e me ne faccio un dovere, alla famiglia lontana, agli splendidi soli della patria, ai cibi che non mi mancarono mai. Già dissi che ogni più piccolo particolare della mia vita passata risfolgora nella mia memoria, implacabilmente: il flutto dei ricordi dolcissimi finisce di rovinarmi, come la tempesta un vecchio rudere. Così ripenso alla mamma, alla povera mamma, alla mamma adorata, che si logorò la vita per me; per avermi ora qui senza vita. Dov’è la mamma? […] Dove sono i miei fratelli?» (Giornale, SGF II 686). Da notare anche qui un uso retorico consistente, data la situazione («come la tempesta un vecchio rudere»); quasi che la disposizione a manierare, seppure sottilmente, anche il più atroce degli accasciamenti fosse già allora irrefrenabile. E poche righe prima si trova un probabile influsso leopardiano nel «morto che pensa e che si muove», molto simile nella struttura e nel senso al «tronco che sente e pena» della Lettera agli amici di Toscana.

30. Aspasia, come anche Consalvo, partecipò attivamente alla formazione della figura leopardiana, tanto da costituire oggetto di altissima considerazione tra i letterati del secondo Ottocento.

31. Senza dimenticare, magari, i versi 38-39 delle Ricordanze: «Qui passo gli anni, abbandonato, occulto, | Senz’amor, senza vita», ai quali verosimilmente deve molto questo periodo gaddiano: «Vita deserta, senza compagni, senza pietà, senz’amore».

32. Cfr. i due celeberrimi studi scritti dal critico in merito alla questione: W. Binni, La nuova poetica leopardiana (Firenze: Sansoni, 1947) e La protesta di Leopardi (Firenze: Sansoni, 1973). Cfr. anche il fondamentale saggio C. Leporini, Leopardi progressivo, in Filosofi vecchi e nuovi (Firenze: Sansoni, 1947).

33. A voler essere più precisi, si tratta di una soglia duplice: tra Gadda/Rineri e tra Rineri/Leopardi-personaggio.

34. Cfr., per la versione solariana dell’Apologia e del passo, SGF I 680. Va notato che, per la prima volta, lo stesso Gadda attua l’accostamento tra questi due grandi scrittori, fornendo una buona base per l’ipotesi che li vede entrambi suoi oggetti di culto: sebbene l’uno in maniera più discreta dell’altro. Cfr. Andreini 1988: 44.

35. Il discorso precedente la menzione verte intorno al concetto di virtù, che secondo Gadda sarebbe soltanto «un’idea dell’antichità retorica roboante e plutarchiana».

36. Turolo nota un’inflessione ironica in un passo del Racconto italiano: «Non stupirà che “l’eccelso Leopardi” […] offra raramente il destro a ribaltamenti parodici, anche se La quiete dopo la tempesta soffre l’oltraggio di una citazione ironica: Ella non sputava virilmente essendo una femminetta (tipo ?a côr dell’acqua della novella piova?)». Sebbene possa facilmente apparire ironica, la citazione ci sembra forse più involontaria che altro: quasi germinata irresistibilmente dalla parola femminetta. Cfr. Racconto, SVP 490; Turolo 1995: 84.

37. Cfr. «co quele braccette corte corte de rospo, e queli dieci detoni che je cascavano su li fianchi come du rampazzi de banane […]. Gli occhi spiritati dell’eredoluetico oltreché luetico in proprio, le mandibole da sterratore analfabeta» (Pasticciaccio, RR II 55-56).

38. Cfr., ad es., Le ricordanze, vv. 113-15: «e spesso all’ore tarde, assiso | Sul conscio letto, dolorosamente | Alla fioca lucerna poetando».

39. Si ricordi – tra tutte le celebrazioni della propria miseria – la storia narrata in Cinema, racconto della Madonna dei Filosofi; storia che verrà rielaborata poi molto più tardi, in Domingo del señorito en escasez, uno degli Accoppiamenti giudiziosi.

40. La carrellata (Pasticciaccio, RR II 306-11) prende spunto da un discorso inerente proprio ad una ben nota proiezione gaddiana: il commendator Angeloni.

41. L’elenco prosegue poi con altri 10 nomi che, a differenza dei primi 35, partecipano tutti di un discorso più complesso e ricco che non una semplice menzione. Cfr. RR II 307.

42. Essendo entrambi i saggi del ’50, è probabile che Gadda abbia letto il libro di Ranieri proprio in quel periodo.

43. Cfr. il passo della Cognizione in cui vengono evocate le bizze di Gonzalo: «e la mamma deve correre ad ogni capriccio! Un uomo che ha già passato i quarantaquattro… domando io… e portargli il caffè… e fare scale su scale… perché la mattina lo vuole al letto, cont i giornali… E vuole questo, e poi vuole quest’altro» (RR I 613).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-04-3

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