EJGS Supplement no. 5, EJGS 5/2007
Archivio Manzotti

Guttierez Ladders Etching

«Notizie dal ducato in fiamme»: lettere di Carlo Emilio Gadda a Gianfranco Contini (1)

Emilio Manzotti

1. Una ottantina di lettere e cartoline, dal ’34 al ’67: mittente Carlo Emilio Gadda, destinatario Gianfranco Contini. Gli argomenti toccati sono quelli familiari a chi conosca il Gadda privato della corrispondenza: in primis il dolorante vivere e scrivere, e i penetranti giudizi sull’opera dell’interlocutore e di terzi; ma, assieme, l’abituale eccipiente degli itinerari di innumerevoli spostamenti, dei convenevoli, delle scuse per inadempienze che si ripeteranno. Quel che più conta, nei momenti felici, la messinscena narrativa e linguistica delle contrarietà quotidiane e della stravaganza o (gaddianamente) baroccaggine del mondo: insomma, quello che in un luogo (lettera n. 66) viene chiamato «folâtrer con le cose e le parole». Nel complesso, ciò che viene qui offerto al lettore non è un dialogo dimidiato, un dialogo unilaterale; il commento, la «glossa perpetua» del curatore, riesce in effetti a restaurare nei dati essenziali la metà smarrita o non disponibile dell’epistolario, che è fedele «cronaca d’un’amicizia» e di un confronto intellettuale tra due dei massimi protagonisti della cultura letteraria italiana del Novecento. Il volume (Gadda 1988b) era atteso con interesse dopo le anticipazioni che lo stesso Contini ne aveva fornito nel Corriere della Sera, «Supplemento Cultura», del 3 gennaio ’88: 1-2 (in un intervento titolato – quasi a suggerire un denominatore comune tra la Cognizione del dolore e una parte di queste lettere – Gadda, dalla Brianza con dolore). Il volume, a dire il vero, era già conosciuto da tempo nella sostanza del contenuto grazie alla traduzione francese di Soula Aghion (Lettres à Gianfranco Contini, Paris: Quai Voltaire, 1988), la quale aveva preceduto l’originale italiano attardatosi nelle more di una incubazione editoriale laboriosa, ed era stata segnalata in più luoghi (si vedano ad es. Nico Orengo in Tutto libri del 7 maggio e Giovanni Bonalumi nel Corriere del Ticino del 4 giugno). Del resto, questa anticipazione in francese – di per sé un tentativo discutibile di secondare l’onda della attuale italofilia parigina – veniva casualmente a ripetere in piccolo analoghe anticipazioni di scritti di Gadda (come ricorda Gian Carlo Roscioni nella Repubblica del 22 settembre ’88, (2) i due tratti finali della Cognizione sono usciti prima in inglese che in italiano) o dello stesso Contini: di cui Einaudi recupera ora, dal fondo degli anni quaranta, l’antologia d’oltralpe Italie magique.

2. Lo specialista di Gadda guarderà inevitabilmente a queste Lettere a Contini, per «cronaca d’un’amicizia» che esse siano, dal punto di vista del contributo che esse danno ad un epistolario che va lentamente e caoticamente costituendosi, con massimi e minimi di interesse del materiale fornito e di cura editoriale (eccellenti i volumi approntati da Dante Isella e da Giulio Ungarelli, per quanto il primo – il carteggio con la «Ammonia Casale SA» – valga quasi esclusivamente di ausilio ad una biografia a venire). Uno sguardo d’assieme sulla corrispondenza gaddiana a tutt’oggi pubblicata è fornito in una appendice a Gadda 1987b. Questo repertorio completa per gli anni più recenti il Saggio di bibliografia gaddiana preparato da Dante Isella (in due successive redazioni) per il volumetto adelphiano delle Bizze del capitano in congedo e altri racconti (la 2a edizione accresciuta – nella bibliografia appunto – è del 1983). (3) Ai sette volumi (o plaquettes) disponibili – il primo essendo quello (un discutibile collage di frammenti epistolari) curato da Piero Gadda Conti nel 1974 (Gadda 1974c) – si aggiunge dunque come ottavo il nostro, le Lettere a Contini.

A dare subito il tono, per chi apra il volume (in copertina la penna di Tullio Pericoli evoca non so quanto felicemente tratti ed atteggiamenti dei due interlocutori) e scorra le tre pagine della nota introduttiva, occorre l’incipit di Gianfranco Contini: «Conobbi Carlo Emilio Gadda nella prima metà del maggio 1934»: a tale apertura si sovrappone irresistibilmente nella memoria del lettore un doppio incipit gaddiano, quello prima spagnolo e poi italiano della ripresa (rititolata Domingo del señorito en escasez – la si veda, da ultimo, in RR II 1003 sgg.) negli anni sessanta della prosa solariana Cinema:

Conocí à Ojo de Madrigal hace como uno medio siglo […]
Conobbi dunque, lo dirò nel nostro idioma, conobbi Ali Oco entonces: quiero decir in quegli anni lontani ecc.

La coincidenza, volontaria o involontaria che sia, vale a dimostrare l’intensità del dialogo, intellettuale ed artistico, tra Gadda e Contini. Sia detto senza attenuazioni, e pur facendo debita parte alla enfasi che la lettura più recente tende ad assumere: le Lettere a Contini contengono alcuni dei momenti più alti dell’epistolario gaddiano a tutt’oggi accessibile. Se non altro per la qualità della scrittura, per quel tanto di cercato manierismo che è il basso continuo, costante nel tempo malgrado il variare delle occasioni e delle fasi linguistiche [= la milanese-lombarda, la fiorentina, ecc.] sotteso a tante di queste lettere. Si potrebbe esser tentati di decifrare, in ogni corrispondenza gaddiana un giudizio – forse involontario ma non per questo meno spietato – sul destinatario: la elaborazione linguistica e rappresentativa tendendo infatti a porsi come funzione delle capacità, delle attese, e in generale della cultura del destinatario.

3. Ci chiederemo in primo luogo che contributo possa venire dal nuovo frammento di epistolario e dalla annotazione del curatore ad una migliore comprensione dell’opera di Gadda. Ecco alcune indicazioni, delle molte che la lettura del volume può offrire.

3.1. Un primo apporto, che di nuovo è rivelatore dei complessi rapporti di scambio nel sodalizio tra Contini e Gadda, riguarda la genesi di uno dei passi memorabili dell’Adalgisa: lo «“Atenti […] che se scarlìga!Scarligò lui stesso, defunse» della n. 39 di Un «concerto» di centoventi professori (RR I 476), in memoria (per così dire) di Gaetano Negri. La battuta dialettale, così come quella conclusiva, provengono alla lettera, si apprende in una nota della introduzione (a nota risponde dunque nota), da un referto di Contini sulla morte del Negri, un referto «desunto da una tesi di laurea di cui (Contini) era stato correlatore». Attratto forse dalla gaddità del reale, e da quella intenzionale della trascrizione che gliene era fatta, Gadda aveva chiesto al suo autore l’autorizzazione di riprodurre il passo nel testo che veniva elaborando. Un massimo di gaddismo lombardo veniva così a coincidere con la letterale citazione di un passo di Gianfranco Contini.

3.2. Un secondo apporto riguarda la pagina d’apertura della Cognizione, che suona, con parole fissate indelebilmente nella memoria di molti:

In quegli anni, tra il 1925 e il 1933, le leggi del Maradagàl, che è paese di non molte risorse, davano facoltà ecc.

è stata forte la tentazione, dico per chi scrive, ma non unicamente, di vedere nel francesismo «risorse» ressources una traccia carducciana, una traccia cioè della persistenza nella memoria di Gadda di uno dei passi più felici del Carducci prosatore (Carducci, si sa, è il Vate certo volentieri irriso per i ricorrenti «errori espressivi» – si vedano i giudizi riportati da Arbasino in Genius loci (4) – ma anche volentieri citato). Parlo delle «Risorse» di San Miniato al Tedesco. (5) La cosa, se vera, potrebbe avvalorare la fusione di figure e mitologie che si intuisce nel personaggio gaddiano del Caçoncellos: che è certo un d’Annunzio «cazzoncello», o «cazzone», come qualcuno ha acutamente suggerito, (6) e un povero Carlo come tanti Carli o Carlo Emilî con velleità (malgrado la ingegneria) letterarie e poetiche, ma anche un Carducci vate roboante e pedante e tutto sommato provinciale e povero di spirito, almeno secundum Gadda: come a dire un Carducci caçoncello, più vicino in ispirito ai familiari tortelloni della tavola domenicale e neorustica, che alla ardua femminilità delle Muse. Ma da sole queste risorse dell’inizio della Cognizione sono traccia lessicale un po’ troppo esigua per reggere tanto peso di ipotesi. Ora tuttavia una lettera fiorentina del dicembre ’46 accerta che le «Risorse» carducciane erano perfettamente note a Gadda, di una notorietà anzi che è lecito supporre di data non troppo recente. «San Miniato» – si legge – «quello del Carducci e delle cicale che non frinivano ma viceversa cantavano». Contini annota: «sul principio delle “Risorse” di San Miniato al Tedesco il Carducci (bestia nera di Gadda) si fa beffe dei filologi che fanno “frinire” le cicale, mentre («quando le son tante a cantar tutte insieme») egli usa “strillavano”». Cresce così sino quasi alla certezza la probabilità di un ammicco ottocentesco-carducciano proprio nel periodo iniziale di uno dei testi capitali di Gadda, con quel che per le ipotesi suaccennate ne segue. E d’altra parte Carducci, occorrerà ancora notare, è sì accanto ad altri scrittori di «bugione» e di errori fattuali ed estetici una bestia nera di Gadda (una allusione al fulvo augello del calvo Alfieri è anche in queste pagine, così come altra allusione al «bel nome italico» di certa Regina), ma una bestia nera che ha dato alla prosa di Gadda importanti contributi lessicali e sintattici, e non solo materiali di gioco e di irrisione. Gadda stesso, secondo una dichiarazione riportata nel citato Genius loci all’inizio della sezione manzoniana, riconosceva un importante, un fondamentale debito: quasi un protratto apprendistato carducciano: «Il Carducci, prosatore e poeta, è stato la mia lettura per molti anni dell’adolescenza, dopo il Manzoni e prima del D’Annunzio».

3.3. Si rimanga un istante col d’Annunzio, nei cui confronti Gadda intrattiene altro ambivalente rapporto. È cosa assodata che la narrativa dannunziana ha lasciato tracce vistose sulla componente lirica (almeno) della prosa di Gadda. Il debito formale e tonale, tuttavia, si cancella nella consapevolezza dell’autore di fronte alla «inanità vacua», ed in particolare alla inanità etica dell’arte dannunziana. Lo ribadisce il distruttivo giudizio contenuto in una lettera del gennaio ’49, che andrà mentalmente riportato alle affermazioni registrate sempre da Arbasino in Genius loci, ed al «vuoto torricelliano» (SGF I 1175), della pagina del Fuoco, stigmatizzato in uno scritto del ’59, La battaglia dei topi e delle rane:

mio poco entusiasmo per […] il buffone di Buccari [= il Pescara della lettera n. 60; […]. Ho riletto le ultime cento pagine del «Fuoco» […]. Deh!, perché non un tuo saggio o almanco saggetto, essaietto, sulla inanità vacua di un simile elenco di gesti inutili? di inutili enunciati della fica-passa di Asolo [= la Duse, dalle non più verdi primavere] e di più inutili del biscaretto [= il d’Annunzio-Stelio éffrena-Cazzoncello] invasato dal dio. Psicologicamente, un narcisso di terza classe che porta a spasso per il mondo il pistolino ritto della sua personcina (unico personaggio in tutta l’opera: gli altri non esistono): certa sua prosa, una litania di scemenze. Nessun interesse narrativo, nessuna capacità di avvincere nemmeno una lettrice quattordicenne al racconto. Una pompa di Paflagone per far bere un bicchier d’acqua a Stelio, per fargli mangiare pochi fichi secchi. Il nano [= Richard Wagner] è il «barbaro enorme». La «grande tragica» è la sorca.

3.4. Un ulteriore elemento di interesse per lo studioso di Gadda, oltre al ritorno di molti dei temi tipici (cfr. ad es. l’irritazione nei confronti di S. Carlo Borromeo – lettera n. 48), sono le informazioni su altre opere dell’autore. Vi sono polemiche prese di posizione, come nella lettera n. 56 sul Primo libro delle Favole: esse favole

si raccomandano per la loro sconcezza e per la blasfema irrisione «dei più sacri sentimenti» (verbali) «del cuore umano». […] Don Peppe [= Giuseppe De Robertis] dice che io solo ne conosco le «occasioni»: cioè che non se ne capisce nulla. Sta di fatto che l’illustratore Mirco Vucetich, senza conoscermi e vivendo a Vicenza, ne ha capite al volo almeno 25, illustrandole con molto spirito;

o, eccezionalmente, una preziosa per quanto criptica indicazione su di un passo del Pasticciaccio (lettera del 25 settembre 1957). Il giallo era uscito da poco, e Gadda aveva ricevuto da Contini pronta «prova di lettura, di continiana lettura». Rispondendo ad una richiesta di spiegazione (come è probabile) a proposito della espressione «come il babbo di Lucherino», che era ferroviere come appunto certo personaggio del romanzo (e della biografia continiana: Lucherino-Contino?), Gadda fa prova di quel gusto che è suo di spiegare senza spiegare, senza dire l’essenziale, cumulando l’ovvio ad importanti ma distraenti informazioni collaterali:

A pag. 294 [della originale edizione garzantiana] la battuta «come il babbo di Lucherino» è beninteso riferibile a un babbo, bravissimo babbo, imagino, il cui figlio si era vantato di averlo avuto casellante nelle F.F.S.S., con ostentazione che i giornali di tono serio chiamerebbero «demagogica». Questa ostentazione del figliolo (gentile e generosa persona) mi aveva leggermente indispettito, donde la battuta, che ti prego appunto ascrivere al mio «dispitto» per la ostentazione del figliolo, non certo a mancato rispetto verso i funzionarî delle F.F.S.S. [quale era il padre di Contini].

La chiave dell’enigma (Lucherino-Vittorini), che Contini preferisce non rivelare, è reperibile nella equazione Lucherino-Vittorin(o)i-Usignolo (ma di altra Chiesa che della cattolica), che da un lato fa tornare tutti i dati, e dall’altro è avallata, per la prima parte almeno, da una confidenza di Gadda stesso a Gian Carlo Roscioni. Ma di più Gadda aggiunge ad abundantiam una ulteriore preziosa informazione – che certo darà lavoro agli esegeti futuri dell’Adalgisa – sulla genesi del protagonista maschile dell’Adalgisa, il Carlo Biandronni:

[…] funzionarî delle F.F.S.S., al cui novero appartenne anche il fratello di mia madre, per quanto beoncello, quello: ma molto colto e molto sveglio dans le domaine de la littérature e (sic) de la science. Questo mio zio, a nome Carlo, è un po’ il Carlo dell’Adalgisa, mutato il colore de’ capelli, e prestatigli dei baffi che non aveva.

3.5. Ma senza dubbio la (ennesima) più sorprendente conferma della pervasività dell’autobiografismo gaddiano è, come si mostrerà, quella ricavabile dalla lettera fiorentina del 14 gennaio ’49, di cui si sono citati e si citeranno altri passi, una lettera di insolita lunghezza e importanza. Fermiamoci sopra la sezione seguente:

A proposito di valenze femminine, sono sempre sotto il fuoco di una buona e cara ex-compagna di scuola, che era una magnifica ragazza (38 anni fa): oggi vedova (di 2 portatori di zebedèi, entrambi defunti), suocera (di un genero) e nonna (di 2 nipotini). Non vorrei, come una palla grulla al bigliardo, finir terzo nella buca: più superstizioso di un prete napoletano, ricordo il proverbio: «non c’è due senza tre». Sarei dunque il terzo alla buca, il terzo alla fossa.
Il mio amico ingegnere mi muove reprimende da tragedia astigiana, verbali e scritte, per la mia in parte (minima) reale, in parte supposta fainéantise. Così mi innervosisce, mi irrita, mi scombina le ore. Un’aureola da Donna Prassede gli circonfonde (nella mia recezione ossessa) la bella testa ingegneresca, milanese, lionese, borghese. Mi presta dei soldi, con grande bontà: per controbilanciare il prestito, mi catechizza e vitùpera, senza tener conto che vituperî e catechismi sono deprimenti borromeiani della specie più funesta.

Non identificabile la «buona e cara ex-compagna di scuola», e problematica restando la transizione tra i due paragrafi (sono in qualche modo tra loro collegati oppure no?), il commento ci fornisce ad ogni modo una preziosa ipotesi sul «mio amico ingegnere»: «probabilmente Luigi Semenza, che tornava spesso nel discorso di Gadda come il più vicino dei colleghi di Politecnico». L’ipotesi è avvalorata dai dati forniti dalle Lettere agli amici milanesi curate da Emma Sassi. L’«amico ingegnere» non può essere in effetti che uno dei tre compagni di corso al Politecnico – Ambrogio Gobbi, Domenico Marchetti e Luigi Semenza («detto familiarmente Lulù») – ed esattamente il terzo: lo accerta credo fuori di ogni dubbio la testimonianza di una lettera ad Ambrogio Gobbi del 18.VIII.1948 (Gadda 1983c: 56):

Valetudinario, nevrastenico, ultramisantropo, desideroso di schiacciare a colpi di ciabatta i quarantesei milioni di mangiamaccheroni, giunto alla miseria, con addosso le prediche milanesi e borromèiche [cfr. sopra il rimando ai «deprimenti borromeiani»] di quell’Arcitanghero di Lulù (Semenza ing. Luigi),

a cui si affiancherà (il rimando è del resto nel commento della Sassi) il passo di una lettera del 25 novembre 1947 al cugino Piero Gadda Conti: «Da Milano il solo amico Semenza mi manda notizie, di tempo in tempo, per lo più contenenti predicozzi sulla mia incapacità e lentezza nel partorire capolavori, mancanza di spirito pratico, agorafobia, ecc. ecc.!!». Luigi Semenza, dunque, «funzionario della Pirelli a Milano» (E. Sassi, Introduzione a Gadda 1983c: X), e compagno di scuola di Gadda (a differenza degli altri due amici) al Liceo Parini (Gadda 1983c: VIII n. 5). (7) Ma un importante ulteriore contributo per la comprensione del nostro passo ci viene dai frammenti di biografia pubblicati da Giulio Cattaneo sotto il titolo dantesco de Il gran lombardo. Il moraleggiare dell’amico établi, vi si apprende, trova campo d’applicazione preferenziale proprio nella anomala solitudine di Gadda:

Ancora si infuriava al ricordo dei tentativi di un ex compagno di Politecnico, moralista e tenace assertore della bontà dell’istituto familiare, per accollargli un’amica d’infanzia a distanza di circa un trentennio dalla beata adolescenza: «Oltre tutto è un errore psicologico, perché il vecchio è maiale, il vecchio vuole la bambina». (8)

Aneddotica biografica, tutto questo? Forse, ma non solo. Al lettore di Gadda torneranno infatti alla mente, dal fondo della memoria, le brevi pagine di una delle Novelle dal ducato in fiamme, (9) Saggezza e follia, pubblicata originariamente nel giugno del ’50 nel primo numero di Ca Balà (e ripresa quindi con lievi varianti – che valgono non sorprendentemente per i nomi dei personaggi (10) – negli Accoppiamenti giudiziosi col titolo de La cenere delle battaglie, RR II 857-65). Vi compaiono un uomo «probo e serio», che «dirigeva un’industria»: Eucarpio Vanzaghi (la presentazione riproduce le cadenze narrative di un antico frammento di racconto, Villa in Brianza (Gadda 2001a), in cui l’exemplum di moralismo è calcato sulla figura del padre); e «tra gli ex-compagni di scuola, tra i dilettissimi» del primo, Prosdocimo, la cui vita «aveva preso una cattiva piega»: «era andato a stare in un’altra città [= Firenze] molto meno industre di quella [= Milano] su dove tutt’e due avevano declinato rose al ginnasio», «aveva lasciato un impiego redditizio, e molto serio, per occuparsi di quisquilie», «aveva rinunciato a prender moglie: e viveva solo […]. E poi non aveva più un soldo. E poi era pazzo». Eucarpio, oltre a sovvenire con prestiti cospicui (occultati dal beneficiario in volumi della biblioteca gaddiana: le «Confessioni di Gian Giacomo», ovviamente, ma anche il più peregrino Tractatus de lapide philosophico ora conservato al Burcardo) alla indigenza di Prosdocimo, medita «nel suo buon cuore» un intervento risolutivo:

trovò che il rimedio di tutti i mali, per Prosdocimo, sarebbe stato… il gran toccasana del matrimonio. Ma, dato che era pazzo, chi proporgli? Quale vittima offrire… a un così biscornuto Minotauro?

Nella città «meno industre» si manifesta Eulalia, «vedova fulgente», una signora «della quale tanto lui (Prosdocimo) quanto Eucarpio erano stati, illis temporibus, cioè sui banchi del ginnasio, ammiratori giovinetti». L’ovvia consecuzione narrativa è condensata dialogicamente nelle reprimende dell’«amico ingegnere» e nei rifiuti e malumori di Prosdocimo:

Gli disse: «Vergognati. Quello che stai combinando non lo so, non mi risulta: e non m’interessa di saperlo. So, comunque, che non è degno di un uomo», così disse: «che non è degno del mio amico, del mio vecchio compagno. Consumi gli ultimi risparmi, e gli ultimi anni, senza concludere nulla. Morirai nella neve. I miei aiuti non possono continuare all’infinito. La tua anomalia psichica, che è indiscutibile…». Ecc.

La confessione cronachistica della lettera si rivela così contigua – preliminare o parallela – alla inventio letteraria: ne è una prova, un abbozzo di prima elaborazione del reale autobiografico. Ciò che sembra rendere difficoltosa o impossibile, all’occhio dello scrittore, la creazione e la vita, è esattamente ciò che dà materia (alla vita e) alla creazione. In maniera analoga, il racconto delle Novelle si serve per fare scrittura degli impedimenti ad un atto di scrittura: accantonati i quali Prosdocimo-Gadda «sedé al tavolo, accese la lampada […], mentre abbadava a riempir la penna malvagia […]. | Tra le ceneri delle battaglie lontane…».

3.6. Di importanza non trascurabile, infine, sono anche i passi in cui Gadda, reagendo a giudizi dell’amico critico, si ferma su moventi e forme della propria scrittura con autodefinizioni differenziali di insostituibile utilità per l’esegeta. Del resto, è ad una reazione di dispetto nei confronti della lettura stilistica di Giacomo Devoto che si devono le splendide pagine delle Postille ad una analisi stilistica (SGF I 815-23). Gadda, per dare un primo esempio, non ammette nella sua portata più generale l’affermazione continiana della polemica come primo motore della sua [= di Gadda] arte; egli insiste piuttosto sulla importanza della componente lirica, che certo potrà solo operare, come viene concesso, nel campo rappresentativo che la vis polemica ha delimitato:

non tutto, in me è polemica; posto il cànone polemico dall’inizio, nel mio mondo io poi mi muovo liricamente. La polemica, per quanto mi consta, è in me il muro di cinta del territorio, delimitante il mio possesso, che io rabbiosamente contendo all’intrusione altrui, cioè alla moda o alle ideologie. (lettera n. 2)

Singolare è ciò che avviene di una precisazione gaddiana sulla propria frammentarietà narrativa. Rispondendo a Contini a proposito di osservazioni che valevano probabilmente per i racconti delle Novelle dal Ducato in fiamme (lettera del 22 luglio ’53), Gadda volentieri ammette che

«frammento narrativo» è giustissima clausola e chiave: poiché veramente si tratta di involontarî espunti da narrazioni più ampie […]: espunti involontarî, simili a quei pezzi di affresco che contengono alcuni volti o alcune figure e oggetti superstiti da un più folto e organato collegio, che è andato sommerso nel tempo [solché la parola «frammento» è praticamente oggi calamitosissima in Italia.]

La nozione di frammentarietà viene cioè compresa ed accolta in termini che sembrano puramente materiali, anche se legati a ricorrenti immagini e concezioni del mondo gaddiano (si pensi al «reliquato di smarrite cagioni» che è l’imprevisto cippo o paracarro nella chiusa del secondo tratto della Cognizione). In effetti Gadda ha costantemente ribadito il carattere contingente, esterno ai propri intenti rappresentativi, della incompiutezza o frammentarietà della maggior parte dei suoi testi, e certo dei testi centrali: la Cognizione, L’Adalgisa, il Pasticciaccio. Ma proprio dalle parole di Gadda nella lettera citata sembra prendere spunto Contini, nel paragrafo dedicato a Gadda della voce Espressionismo letterario della Enciclopedia del Novecento Treccani (poi in Ultimi esercizî ed elzeviri, e da ultimo in Contini 1989: 61-67), per una formula definitoria dell’arte gaddiana: arte del frammento, arte del torso: l’opera di Gadda è cioè vista come una «serie, con l’eccezione di pochi “studi”, in sé perfetti, di mirabili frammenti o, nel senso tedesco del termine, “torsi” narrativi». Le vie del critico e dello scrittore vanno qui in direzioni risolutamente diverse, focalizzando l’una i risultati, l’altra gli intenti.

4. Il lettore non specialista si fermerà di preferenza su altri ingredienti delle lettere gaddiane, e in primo luogo come è probabile sulla solforosità di certi (ingiusti) giudizi – sfogo umorale più che giudizio – nei confronti di autori contemporanei. Ne fa le spese ad esempio Moravia, che è il principale indiziato, secondo Gadda, della divulgazione di voci calunniose sulla candidatura delle Favole al premio «Strega» 1953 – le Favole sarebbero state «sostenute dai preti»:

Se è Moravia che ha varato questo siluro di tutta puzza, bisogna dire che il suo cervello è quello di un autentico deficiente: e che la spondilite e l’eredolue gli è arrivata alla ipòfisi, o pituita (lettera n. 59).

Bersaglio polemico sono altre volte, non sorprendentemente per il lettore di Gadda, gli abitanti della «terra per me perduta di Lombarda», ma non stavolta i dialettofoni contadini-calibani:

l’ideale dei lombardi, etico e noetico, […] è un regolamento daziario. «El polaster el paga dazzi!» La Erziehung dei lombardi è il modo imperativo: «si sale di dietro, si scende davanti!» (Sui tram di Milano, in lettere d’oro.) (lettera n. 48)

Più che per queste violente macchie di colore la corrispondenza gaddiana si segnala alla lettura del non addetto ai lavori per le impennate puntuali del manierismo arcaizzante della scrittura, in particolare quando questo è asservito ad un innalzamento mitico del rappresentato, specie della realtà più umile o più infanda. Eccone un esempio da una lettera del 3 aprile 1948, nel quale si ammirerà anche il contraddittorio combinarsi di praeteritio («Tralascio ecc.») e di esemplificazione:

Tralascio qualche altro personale o pubblico fasto o nefasto, le disfunzioni della macchina corporea cacheggiante a vànvera in sinistra colite, i denti, l’odontojatra, le piqûres di vitamine b e c per via paraculereccia ovverosia naticale alterna, destra e manca.

Questi inarcamenti di stile estraniante consentono a volte la confessione e lo sfogo di ciò che è atroce e infame, notturna corrente sotterranea del proprio essere. Un esempio è la laudatio dell’oltraggio estremo alla sepoltura di un Mussolini che precedentemente era stato evocato da Gadda con ben diversi accenti:

Molto mi ha giovato l’apprendere che i «buoni milanesi» non fecero del dilettantismo sulla sepoltura della Carogna, ma estrusero con sistematicità natalizia. (lettera n. 47)

La dissacrazione, del sacro di ogni specie, è comunque tendenzialmente riflessiva, in accordo alla legge psicologica formulata in un passo celebre della Cognizionel’andare nella rancura è sterile passo, negare vane immagini, le più volte, significa negare se medesimo»). Ne può allora essere coinvolto anche il passato più gelosamente caro e doloroso, con un atto – cfr. lettera n. 18 del maggio ’39 – che è dello stesso stampo del dono proustiano di mobili di famiglia ad una casa, e che non è forse estraneo all’accostamento continiano di Gonzalo a Mlle Vinteuil:

Regalata alla serva Maria la divisa (alta tenuta) di alpino del mio povero fratello morto in guerra nel 1918. Trauma. La Maria se ne farà una sottana: dei pantaloni, un giubbetto per sua figlia dattilografa e self-made-woman

(nella Cognizione, come si ricorderà, Gonzalo fa dono alla lavandaia – Peppa, tuttavia, e non Maria o Marietta come altra figura di serva – dell’«abito nero da sposo» che «aveva ereditato dai suoi maggiori»).

A volte la lettera si fa racconto, fulminea e autonoma rappresentazione, che mirabilmente ricrea una vulgata freddura lombarda. È tale, muovendo dal dato quasi banale di una cartolina di auguri pasquali con una riproduzione di Leda e cigno, l’inizio di una lettera (la n. 46) del 1948:

Il volo pasquativo dei cigni-ocazzi e delle fulgide e soavemente correggesche divaricazioni di poppe-chiappe ha lietamente oltreché stupendamente arriso alla mia Pasqua pocolieta di cigno, (come opini con caritatevole attenuazione), piuttosto oco e nemmeno, hélas, ocazzo, come dich’io. Tantoché mi risovvenne della di già, forse, epistolografata botta-risposta: (invecchio, mi ripeto).
– Te se sü con l’arkitètt? (con largh i tètt).
– No son giù con l’arkiciàpp! (con largh i ciàpp).
(Amebeo ambrogiano tra due dattilografe diciannovenni, di cui l’una dimandava dell’altra per televocazione soave secondo usano appunto le Liliane-Marise: credendola in soffitta con l’architetto suo principale, mentr’era invece in cantina con un quissimile del principale, diplomatosi «per corrispondenza» a Winterthur.)

Ocazzo – commenta Contini – «figura qui per il vocabolo di cui, giusta un parere avanzato perfino da professionisti [credo che l’allusione sia a F. Crevatin, la cui ipotesi è accolta dal Dizionario etimologico di Cortelazzo e Zolli], sarebbe etimo». E Gadda stesso, d’altronde, si compiace di ribattezzarsi, come si è visto, «Ojo de Madrigal», cioè occhio, ma anche oco; e ancora più esplicitamente (in Eros e Priapo) «Alì Oco De Madrigal». Le prestazioni ginniche del cigno mitologico affascineranno Gadda ad una data più tarda (entro la prosa «giornalistica» Conforti della Poesia) anche nel loro revival foscoliano: «Nel secondo inno alle Grazie, il poeta immagina che ad una gentile milanese, la signora Maddalena Bignami, sia stato conferito mandato dalla Viceregina Amalia sua sovrana di dedicare un cigno alle tre vergini sorelle»: questa «signora Bignami», poi, «non è la Leda del Correggio: il flessuoso e superbo collo del cigno, il dealbato splendore del piumaggio non la inducono in tentazione», e così via, sino ad un lavoruccio «degno piuttosto d’un serpente boa che del collo d’un cigno» (SGF I 964-65). L’intrecciarsi e il rielaborarsi dei temi ha insomma manifestazioni in ogni esemplare di prosa gaddiana, per occasionale che esso sia.

5. L’annotazione del curatore è densamente essenziale, e lascia volontariamente in più luoghi al lettore la decifrazione di certi crittogrammi del testo, e la valutazione della rilevanza critica dei nuovi materiali. Di più l’annotazione, di una dimessa eleganza, è depurata, nel discorso al servizio dell’amicizia, della tensione o oscurità tipiche di una «scrittura per la scrittura» e «sulla scrittura» che a più riprese Gadda aveva rimproverato alla prosa critica di Contini. Non sorprenderà anzi che la definizione (lettera n. 67, sett. 1957) della antidichiaratività continiana come stile «stupendamente allusivo», fatto come si dice altrove di «trapassi in sordina», coincida con quella di Cesare Segre in una nota del Corriere del Ticino (26 marzo 1988) sui saggi raccolti nei citati Ultimi esercizî: «stile ad accostamenti e allusioni, che mette alla prova la vastità delle conoscenze del lettore, creando in compenso un clima di complicità».

Emotivamente intensa la nota finale, che registra l’estremo saluto e l’estremo omaggio all’amico riscrivendo le linee finali della Premessa su Gadda manzonista (poi negli Ultimi Esercizî, e ora in Contini 1989): «Il catafalco, quella torrida mattina di maggio, aspettava in Santa Maria del Popolo la bara di Gadda; ed ecco il suo editore [Giulio Einaudi?] avvicinarsi con un amico [Contini stesso] alla cappella di sinistra e infilare una moneta nella fessura. Così le tele di Caravaggio risplendettero di un’ultima luce prima di congedarsi da Carlo Emilio Gadda».

E qui:

Così l’altro idolo lombardo del nostro amico lombardo splendette nuovamente intorno a lui; quasi confortando il suo imminente imbarco per Prima Porta. «La c’è, la Provvidenza, la c’è», parole vestite di cenci fiorentini e impastate di sostanza milanese. (Gadda 1988b: 111)

Université de Genève

Note

1. Una prima redazione abbreviata di questo lavoro è comparsa nel Manifesto del 13 ottobre 1988, p. V della Talpa libri sotto il titolo (redazionale) «Dal tuo nevrastenico Gaddus». Le lettere del lungo sodalizio tra Contini e Gadda. Il ducato cui qui si allude col nuovo titolo (accogliendo una parafrasi esplicativa dell’Autore a proposito delle Novelle) è quello del «“dolorante” vivere e scrivere» «fino allo incredibile approdo».

2. Altre recensioni ne L’Espresso, 23 ott. ’88 (A. Arbasino), nel Corriere della sera del 30 ott. (G. Gramigna), nel Quotidiano del 6 nov. (F. Gimondi), ecc. Si veda ora, da ultimo, M.A. Grignani nel Corriere del Ticino del 24 dicembre.

3. Ma si veda ora la ripresa ulteriormente ampliata (sino a 419 voci!) della Bibliografia degli scritti di C. E. Gadda dell’Isella in BI 9-67. Le recenti accessioni permettono in particolare di identificare scritti sino ad ora ignoti (nella loro sede originaria) cui Gadda fa allusione nelle lettere: cfr. ad es. nella lettera n. 48 del 14 gennaio 1949: «Ho fatto un racconto per “Comunità”: riuscito così così: (causa inibizione Adrianesca; che impedì la polluzione: o almeno la coartò decurtandola)». Il racconto è Un caro figliolo (poi Una buona nutrizione di Accoppiamenti giudiziosi) comparso nel novembre ’48 in Movimento Comunità – Supplemento a Comunità, 1, no. 2: 42-46.

4. Certi romanzi (Torino: Einaudi, 1977), 339-71 (si vedano in particolare le pp. 366-67). Ora si legge anche in Gadda 1993b: 91-123.

5. Che si leggeranno, provviste di un utile commento fattuale, nella Antologia carducciana. Poesie e prose scelte commentate da Guido Mazzoni e Giuseppe Picciola (Bologna: Zanichelli, 19145).

6. C. Annoni, in una recensione apparsa – su queste stesse pagine: Cenobio, 2 (1988) – alla nuova edizione einaudiana della Cognizione.

7. Cfr. anche la menzione del Semenza in Gadda 1974c: 36.

8. Cattaneo 1973: 18-19. Un’altra menzione, più vaga, è alle pp. 129-30: «Si arrabbiava al pensiero che il lombardo-brasiliano [= l’amico Domenico Marchetti] avesse congiurato ripetutamente con altri ingegneri per fargli prendere moglie deplorando ad ogni occasione il suo mancato matrimonio».

9. La raccolta (Firenze: Vallecchi) è del 1953.

10. Cfr. ad es. «alla Clara, alla Emma, alla Teresa» (Novelle) che diviene «alla Giovanna, alla Emma, alla Teresa» (Accoppiamenti).

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371-16-7

© 2007-2026 by Emilio Manzotti & EJGS Manzotti Archive. First archived in EJGS (EJGS 5/2007), Supplement no. 5. Previously published in Cenobio 37, no. 2 (1989): 50-61. An earlier version had been published in Il Manifesto, 13 ottobre 1988, with the title «Dal tuo nevrastenico Gaddus». Le lettere del lungo sodalizio tra Contini e Gadda.

Artwork © 2007-2026 by G. & F. Pedriali. Framed image: A Cabinet of Curiosities (Wunderkammern) – detail from an illustration in V. Levinus, Wondertooneel der natuur, tome II (1715), Strasbourg University.

The digitisation and editing of EJGS Supplement no. 5 were made possible thanks to the generous financial support of the School of Languages, Literatures and Cultures, University of Edinburgh.

All EJGS hyperlinks are the responsibility of the Chair of the Board of Editors.

EJGS is a member of CELJ, The Council of Editors of Learned Journals. EJGS may not be printed, forwarded, or otherwise distributed for any reasons other than personal use.

Dynamically-generated word count for this file is 5874 words, the equivalent of 17 pages in print.