Detail of Bird Eye

Prefazione

Riccardo Stracuzzi

E’ critichi v’aranno civo esquisitissimo, non dirò pasto, che è delle galline: e le galline, sopr’al molto fimo di mia carte a razzolar venute, e pascendone, e becchuzzando qua o là, sentirannosi l’ale voler batter, e dar volo: e levarannosi, e saranno avile in cielo, o sia morali sofistici. (SGF II 78)

1. È forse conveniente prendere l’abbrivo da una considerazione essenziale, per inquadrare a qualsiasi titolo la fortuna di Gadda presso i suoi contemporanei: essa fu ottima, sin dagli esordi. E ciò mette conto ripetere, (1) affinché sia fugata sin dal principio l’opinione comune in senso contrario, che, facendo leva su certa suscettibilità dell’autore verso i suoi critici, (2) contribuì meno a discriminare che non a confondere la posizione di Gadda nel pantheon letterario del Novecento italiano.

Le più influenti pronunce a sostegno del luogo comune sono senz’altro ascrivibili a taluni degli scrittori e degli studiosi provenienti dalla nuova avanguardia. Specialmente ad Arbasino 1971, e ad Angelo Guglielmi 1987, bisogna rivolgersi per vedere tematizzata ed enunciata l’ipostasi critica secondo cui Gadda sarebbe stato tardivamente riscoperto nel dopoguerra, e segnatamente tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta: su queste pronunce si è già, altra volta, allegata qualche considerazione, e non è utile soffermarcisi oltre. (3) Resta in ogni caso, ancora oggi, una sorta di diceria circa l’insufficiente o svogliata intelligenza che critici e colleghi coevi prestarono all’opera iniziante di Gadda. (4)

Accanto a questa si accampa evidentemente l’altra, e complementare, opinione diffusa: che il vero inventore di Gadda fosse, al tempo del Castello di Udine, Gianfranco Contini. C’è qualcosa di vero in un’osservazione di Donnarumma, secondo cui il quadro in cui Contini colloca la scrittura gaddiana (Dossi, scapigliatura in senso lato, surrealismo, il futurista Bucci, Rabelais e Joyce) è «fissato per primo da Linati sulla Madonna dei Filosofi e confermato da pressoché tutti i recensori di quel volume, concordi nel richiamare Dossi e Lucini, lo spirito lombardo, talvolta i vociani»; tanto che anche nell’«allargamento verso il Cinquecento» (ossia verso Rabelais), Contini è preceduto da Vittorini. (5) Sarà forse Contini a fornire un primo bilancio critico, ancora molto parziale, sulla scrittura dell’Ingegnere; ma ciò avverrà semmai con il saggio, dedicato al Gadda traduttore espressionista, uscito su Trivium nel 1942, e non con il Primo approccio al «Castello di Udine», che invece dichiara a tutte lettere la sua indole recensiva. E in effetti per il primo vero bilancio su Gadda si deve aspettare il 1943, quando Binni traccia ampiamente l’itinerario che va dalla Madonna sino ai tratti della Cognizione pubblicati in Letteratura.

Una neutra lettura della critica militante su Gadda, negli anni Trenta e Quaranta, ci informa di quanto segue: l’edizione di Solaria della Madonna dei Filosofi – che il colophon attesta essere stampata nel marzo 1931 – è recensita da Linati, De Robertis, Vittorini; e da Gadda Conti, Gargiulo, Franchi, Tecchi. Seguono, dopo l’uscita del Castello di Udine (il finito di stampare è del 30 aprile 1934), interventi di Bo, Contini, Radice, Gadda Conti, De Robertis, Linati, Vittorini, Masciotta, Gargiulo e, più tardi, Devoto. All’apparire delle Meraviglie d’Italia, e quindi dopo il 14 luglio 1939, prenderanno la parola anche Pancrazi, Traverso, Falqui, e ancora Bo. Nel ’43 Angioletti e Antonini troveranno posto a Gadda in antologia, ossia nei Narratori italiani d’oggi da loro curati, e stampati a Firenze presso Vallecchi; mentre Binni – tracciando uno Svolgimento della prosa di C.E. Gadda – si occuperà nello stesso anno di un primo bilancio dell’opera gaddiana. Già sette anni prima, però, Devoto aveva pubblicato un articolo che schiudeva a Gadda i titolati portoni dell’Accademia. (6) Sull’analisi di Devoto, e sulla controanalisi gaddiana (fiancheggiata dalle reprimende di Contini e di Falqui), si tornerà in séguito: frattanto basti annotare che il linguista testimoniava inequivocabilmente, con quel lavoro, di scorgere nelle pagine del Castello di Udine uno degli oggetti più qualificati tra quelli della letteratura italiana coeva.

L’idea di un Gadda poco frequentato dai letterati italiani risale, et pour cause, proprio agli anni in cui si accendeva il ruvido dibattito intorno alla nuova avanguardia. Nel 1965, Paolo Milano dava per certa la scarsa fama di Gadda; (7) molti anni dopo, Nello Ajello – conoscitore non dilettantesco delle patrie lettere – ancora ne riferiva il referto, senza ripensamenti né correttivi:

Carlo Emilio Gadda, uno scrittore per lungo tempo, e scandalosamente, poco e mal conosciuto. Dopo il successo del Pasticciaccio (1957) e la ripubblicazione di tutta la sua opera narrativa e saggistica, «il posto di lui nella nostra letteratura si è fatto sovrano». Gli esponenti della neoavanguardia onorano in lui «il dissolvitore delle strutture e dei linguaggi del romanzo», cioè una specie di precursore sia delle loro vedute critiche che dei loro esperimenti creativi. (8)

I motivi che presiedettero alla generazione di questo equivoco – in quanto di rilevante avevano circa la carriera di Gadda e, insieme, circa l’istanza sociologica delle allora risuonanti, in Italia, trombe dell’industria culturale – possono essere ridotti a questo: che l’Ingegnere era approdato a maturità del suo lavoro letterario negli anni che andavano dal 1938 (con l’inizio dell’uscita dilazionata della Cognizione) al 1944 (con la comparsa dell’Adalgisa). Quest’ultima cadeva in un momento storico luttuoso per l’Italia, e nondimeno suscitava interessi e letture. La Cognizione, invece, testimone della vocazione romanzesca di Gadda, era abbandonata dal suo autore a impolverare nelle vecchie annate di Letteratura (donde Binni la recuperava subito per esaminarla), e riappariva solo nel 1963, a sei anni dal grande successo del Pasticciaccio. All’inizio degli anni Sessanta, va aggiunto, il romanzo è l’oggetto capitale – che si tratti di scriverlo o di intenderlo – del dibattito letterario italiano, ciò che proprio non si può dire quanto agli anni Trenta e Quaranta.

Pretendere che una fitta schiera di critici e scrittori scorgesse, nella Madonna e nel Castello (non tutti riducibili, in quanto oggetti-libro, agli esperimenti narrativi eponimi), o addirittura nelle Meraviglie e negli Anni, l’opera di un dissolvitore di strutture e linguaggi del romanzo, sarebbe stato chiedere un po’ troppo. È vero: Linati assicura che «L’innovazione elocutiva del nostro Gaddone appare così rivoluzionaria e spesso così ben aggiustata che a Firenze han preso a adorarlo come una specie di Messia di un nuovo linguaggio» (Gaddone). Ma una repubblica letteraria agli occhi della quale il romanzo non costituisce l’oggetto commercialmente, socialmente e quindi letterariamente più qualificato, non può riconoscere a uno scrittore – che oltretutto al romanzo si accosta in modo meditabondo e inavvertito – lo statuto che gli riconosceranno coloro che identificheranno questo scrittore con i due romanzi da lui pubblicati in anni successivi.

2. Se si passa ad esaminare iuxta propria principia quanto la critica militante e giornaliera ha scritto su Gadda, la prima impressione è che essa si sia dedicata all’autore in modo appropriato e abbastanza ampio, trovando in lui quel «civo esquitissimo» che anche i posteri andranno cercando. Si può concedere che il «fimo di sua carte» possa aver indotto qualche becchuzzamento di troppo, e qualche volo che probabilmente appariva a Gadda da «avile in cielo»; tenendo a mente, però, che non meno «avile» e non meno alto «cielo» dovettero sembrare all’Ingegnere, anni dopo, gli entusiasmi nuovo-avanguarditistici nei suoi confronti.

Converrà insomma vagliare come i critici abbiano letto i primi libri di Gadda, e anzitutto i due volumi esordiali del ’31 e del ’34. Oggetti scrittorî, questi, non scevri da bellurie stilistiche, da echi simbolistici e da accostamenti immediati tra tendenze lirico-descrittive e narrative. A soppesarli nella loro struttura di libri, la Madonna e il Castello sono abbastanza sperequati: alla chiusa schiettamente narrativa che dà titolo al volume, nel primo caso, si giunge solo dopo una serie di tranches narrative e confessionali di tenore frammentistico (gli Studi imperfetti) e due esercizi satirici (Teatro e Cinema). Nel secondo caso, invece, alla sezione memoriale – su cui da subito quasi tutti i critici puntano il dito, a indicare la parte migliore del volume – è premessa una prosa-manifesto ardua da decifrare (almeno prima che la scrittura di Gadda dispieghi sistematicamente una sua regola); seguono poi pagine odeporiche felici nel dettaglio, ma effettualmente diseguali (tutta la Crociera mediterranea, e poi La festa dell’uva a Marino, Polemiche e pace sul direttissimo), e lacerti narrativi isolati (La fidanzata di Elio, ma anche alcuni torsi delle altre prose). (9)

Questo vale per lo sguardo d’insieme, cui d’altronde un recensore, nel riflettere su un volume che esce dall’officina dello stampatore, è tenuto a indulgere particolarmente: e pare anzi di poter dire che i primi lettori siano stati, non di rado, alquanto indulgenti. Ma lo stesso vale per quello statuto generico cui, anche in temperie crociana, un recensore attribuisce inevitabilmente rilievo, se non altro perché è il primo indice attraverso il quale identificare la produzione di un letterato esordiente, di cui non sono ancora note frequentazioni della biblioteca classica, scritture pregresse e posizioni etico-letterarie. Se tuttavia dallo sguardo d’insieme e dallo statuto generico si passa al dettaglio – in quanto di linguistico, stilistico e ideologico esso comporta – l’altra impressione è che i primi lettori di Gadda si siano riconosciuti tutti, sia pure in termini differenti e anche conflittuali, entro un argomento: quello dell’accordo armonioso tra la vena del dire e le cose da dire (così Pancrazi): o, se si vuole, della meravigliosa misura dello scritto gaddiano (così Bo, discorrendo delle Meraviglie). Siamo insomma all’origine di quelle impressioni di lettura da cui scaturiscono poi le note definizioni, non sempre gradite all’autore: bizzarria, spirito barocco (Linati e Tecchi dalla prima ora, più tardi De Robertis e mille altri; ma forse è perché proveniente dal secondo che Gadda patisce l’etichetta come un addebito), pittoresco, grottesco (Falqui) ecc.

Le recensioni qui raccolte circolano tutte intorno a questo tema, cosa che in sé non sorprende, trattandosi per l’appunto del sintomo primo in cui ogni semeiotica letteraria – anche quelle di oggi, venute dopo la scoperta, negli anni Settanta e Ottanta, che lo scrittore era intento sin dagli inizi a meditare e praticare il mezzo narrativo – s’imbatte quando si accinga a spiegare gli affetti della nerboruta, e apparentemente congestionata, complessione della scrittura gaddiana. Che le diagnosi successive prendano le strade distinte delle analisi stilistica o linguistica, storica, strutturale o narratologica, psicoanalitica, filosofica ecc. – con gli espliciti o impliciti effetti prognostici che ne derivano – è circostanza che evidentemente pertiene all’esercizio di una critica accademica, e non più militante.

Com’è facile immaginare, una tale pattuglia di critici e di scrittori produce differenti modi di intendere questo accordo armonioso o, propriamente, l’armoniosità dell’accordo gaddiano. C’è chi la sente d’impronta; chi invece la sente legare molto imperfettamente la frase musicale della scrittura; chi non la sente nella Madonna, ma poi se ne fa persuadere (caso illustre: Gargiulo che si ricrede leggendo il Castello); chi ne tesse le lodi con qualche esagerazione, e ripetutamente, come se dimenticasse l’altezza degli elogi già comminati (per esempio Bo all’uscita delle Meraviglie); e finalmente chi ammette che essa risuona non compiuta, ma vede in ciò la personalità dello scrittore. La varietà delle pronunce è tanto più degna di menzione, quanto più esse insistono a battere e ribattere lo stesso ferro.

Nel maggio del ’31 (evocando la «tendenza a volte labirintica e pregnante dell’umorismo del Gadda»), Linati traccia la doppia partita dei meriti e degli eccessi gaddiani, segnando una via poi seguita pressoché da tutti coloro che scriveranno nei mesi e negli anni successivi. Che gli prema anzitutto mettere in luce le qualità dell’esordiente, in cui ritrova un nipotino di Dossi e Cantoni, è senz’altro vero; e anzi nei rilievi che muove all’autore, saranno da vedere ulteriori elogi al suo umorismo, che il discorso mira ad accrescere per effetto del surplus antifrastico. Nondimeno, è di qui che inizia a scriversi l’argomento circa i limiti dell’Ingegnere nel controllo della pagina:

Il discorso narrativo del Gadda è piuttosto svagato, scucito, problematico, spampanato, sovraccarico di escursi, di fraseggiati oziosi, messi lì unicamente per far macchia, come detta l’estro, il piacere di dipingere all’improvviso. Senonchè il buono sta appunto in questo divagare e fuorviare […]. Lo scrittore umorista è per natura divagatore: […]. Ma il Gadda rovina la frase buttando all’aria le parole, esagerandole baroccamente, ora dando a tutto vapore in un andamento solennemente pedagogico, ora abbordando in pieno il grottesco, ora usando frasi protocollari per esprimere atti di tenerezza, ora infarcendo di terminologie ermeticamente industriali descrizioni gloriose…

Poco tempo dopo, De Robertis chiude la sua recensione alla Madonna dei filosofi con queste righe:

Vorremmo che il lettore, a questi segni, avesse avvertito, nel giro dello stesso libro, il crescere in ricchezza dell’arte di Gadda, il castigarsi dei mezzi espressivi, la rinuncia ai facili effetti. A un tratto la complicatezza dimostrata sulla pagina s’è fatta somma di sentimenti da cui nasce uno e diverso un sentimento solo, musicalmente ineffabile.

Fa loro eco Vittorini con tono alquanto acceso, in uno dei passi che poi espungerà dall’articolo, all’atto di pubblicare il Diario in pubblico: «Al lume puro dell’arte la satura di Gadda si avvera con altri mezzi, in tutto altro stile; ed è uno stile stranissimo, fiorito all’incontro della tecnica, forte dei contributi più piccanti del linguaggio scientifico e dell’esperienza di una vitaccia nevrastenica ancora impacciata; magnifico primo pelo». Di qui si passa a Gargiulo, perplesso: «Consideriamo nel libro il caso estremo: quale interesse sintetico animò il Gadda, nello scrivere La Madonna dei Filosofi? Nessuno; e il racconto risulta infatti svagato e slegato in una misura appena verosimile»; e a Tecchi, più benevolente ma non acritico:

Anzi, se parlando di scrittori giovani e moderni, la difficoltà è in molti casi quella di seguire un solco sottile in mezzo a un campo magro e asciutto, qui invece si tratta di scoprire il filo conduttore in una stoffa ricca e sontuosa, perchè in Gadda c’è gran dovizia esterna, cioè di materiale linguistico e visivo, ma non mancano neppure consistenza e complessità interne. […] Ma non direi tutta la verità, se non m’internassi di più nell’esaminare il modo come la fusione avviene, come i due elementi si proporzionano; e dalle loro sproporzioni nascono, secondo me, le manchevolezze di questo scrittore. Le quali non sono lievi. […] noi non ripeteremo al Gadda le lodi che altri, sotto questo punto di vista gli hanno fatto. Diremo invece con vera fiducia che il giorno in cui egli si ricorderà di ciò che ha più nascostamente dentro – e potrà benissimo rimaner nel campo dell’umorismo – allora, data la ricchezza di mezzi esterni e di interiorità che abbiamo cercato d’illuminare, avremo senza dubbio uno degli scrittori più interessanti delle nuove generazioni.

Su ciò non si esime dal dire la sua anche Gadda Conti; né si esime, con spirito di gentiluomo borghese, dal riprovare certi eccessi:

per improvvise cadute, si va da notazioni di una sobrietà, energia e potenza umoristica perfettamente raggiunte a pesantezze della più uggiosa ostinazione perifrastica. […] Ma esiste, ed il Gadda talora non se ne avvede, anche una convenzionalità uggiosissima, che consiste nel parlar difficile e perifrastico anche quando non ce n’è alcuna necessità. Scoppia un parapiglia in una sala di cinema suburbano? «La sindrome tipica delle frenosi collettive si manifestò nel magma». Mi pare un po’ troppo. (10)

Da qui in poi, la sequela sarebbe davvero sterminata, e per questo la si riduce alle pagine sinora meno lette: «Necessità della pagina che si tradurrà in ogni linea portando l’arte a un perfetto stato di economia. Stranezza o se preferite ancora, giuoco apparente, altro non è che obbedienza all’intima musica dello scrittore» (Bo, sul Castello di Udine); «stonature irritanti dovute a un umorismo male inteso» e «questa inclusione di note viene a confermare un difetto dell’autore, che è la mancanza del completo dominio di certe sue particolari fantasie, proprio di quelle che a me piacciono meno» (Masciotta); «Il Gadda sarà assai spesso – troppo spesso – contorto e arrovellato nella sua sintassi, del resto piena di vigore, se non di ordine, classico, ma le sue idee fondamentali le ha ben chiare salde, – e scontrose, – nella testa» (Gadda Conti, sul Castello di Udine); «Per me Carlo Emilio Gadda è attualmente una figura significativa di letterato nelle sue pagine più cantate come in quelle dove vale soprattutto il virtuosismo di una personalità letteraria molto sensibile» (Benedetti); «E anche la fantasia presto si anima e vibra i suoi razzi colorati, mentre gli aggettivi più pregnanti s’aggrappano di sorpresa ai sostantivi attoniti nella loro solidità […]. Anche spesso in quel tumulto due sostantivi disparatissimi s’attaccano fusi da una lineetta in un’istantanea lotta a corpo a corpo, minotauromachia» (Traverso); «[A differenza delle opere precedenti, ora] non c’è più il timore di dover arginare una tendenza esclamativa del discorso, il pericolo di portare la propria pagina a un moto affrettato di colori e di sostegni esteriori» (Bo, sulle Meraviglie d’Italia); «il suo arabesco è troppo insistente; il suo gioco bellissimo ma si prolunga spesso oltre il dovuto» (Linati sulle Meraviglie d’Italia, quasi echeggiando il primo Gadda Conti); e, in ultimo, lo scabro Antonini:

è in corso di pubblicazione l’opera sua più impegnativa, «La Cognizione del dolore». È difficile esprimere già ora un giudizio complessivo, mi sembra però che anche in questo suo libro Carlo Emilio Gadda ceda alla tentazione di strafare ed accentui troppo il tono grottesco e caricaturale del suo racconto. Ne consegue un certo squilibrio fra intenzione e risultati raggiunti, un lieve sapore dilettantesco che malgrado l’originalità dell’assunto e dell’ingegno stesso dell’autore rimane ancora in tutti i suoi scritti.

3. Nello sforzo di descrivere il grado negativo, o quello segretamente positivo o, ancora, quello apertamente positivo di questo accordo armonioso nella pagina gaddiana, è fisiologico che i critici militanti di questi anni si ingegnino a ricostituire la genealogia dei prodromi, dei concittadini, oppure semplicemente dei confratelli. D’altronde la scrittura recensiva consente di affastellare paralleli storici e geografici anche disparati, senza troppo interrogarsi sulla loro cogenza, o altrimenti sul loro segno prettamente tipologico. Si è già visto, con Donnarumma, che l’album di famiglia sfogliato da Contini, prima di lui ha già assunto una certa stabilità: Folengo, Rabelais, Dossi, Lucini, Linati; cui si aggiungono ora o in séguito Calandra, Cagna, Faldella. Vittorini, prima ancora, aveva proposto con risolutezza Parini, e lo stesso Contini, nel ’42, farà i nomi di Porta e Rovani. Linati, da altri chiamato in causa come modello, si spenderà per Machiavelli e per Bruno, e arriverà a nominare (quale mero raffronto di obscurisme di successo) l’Eliot della Waste land. Si noti anche che De Robertis, allorché recensisce Il Castello di Udine, rinvia per primo, e meritoriamente, a un autore importante nella formazione di Gadda: «Più d’una volta la forza e il suono delle parole classiche ricordano ciò che di Carducci fu più suo, il suo piglio, il suo scatto, l’aria sua grande; e nulla manca della sua caparbietà inventiva». Se Carlo Bo richiama Sbarbaro, Masciotta giunge sino a evocare la incongrua triade di Boccalini, Baretti e Anatole France, in una sorta di ragionamento per assurdo che invita i colleghi a non cader preda di una qualche angoscia da angoscia dell’influenza. Falqui però non accoglie l’invito, e leggendo Le meraviglie d’Italia vi percepisce «gli sparsi e smorti umori di certa conterranea Scapigliatura lombarda (dal Dossi al Lucini, al Cantoni), con un pizzico d’Imbriani Bini Scalvini, nonché di Barba Piero». È Binni a chiudere la fila di questo itinerario attraverso fonti e paralleli, individuando raffronti, ma di segno differenziale, con Céline (è il primo a farlo) e Dos Passos.

Nella serie di questi disparati echi, e anzitutto tra quelli che hanno avuto minore o nessun corso nelle vicende successive della gaddistica, spicca per qualche buona ragione Jahier, con le sue Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi, uscite nel 1915 nei Quaderni della Voce, e finalmente ristampate nel ’66. Le buone ragioni di questo suggerimento derobertisiano risiedono nel fatto che si tratta del più fortunato tra i paralleli sfortunati che la critica gaddiana abbia proposto. De Robertis lo avanza nel ’31 («Ma anche Gadda ha la sua parte, a scrivere così. E noi gli troveremo un vicino, Jahier. In Gino Bianchi, chi ricorda, certi pesanti effetti stilistici tolti al gergo delle pratiche d’ufficio, e ai “protocolli”, fecero, tutt’uno, piacere e dispiacere, ci sorpresero un tempo a ridere di buona voglia, e ci stancarono. Gadda ha più libero e, direi, lieto campo»), e gli rispondono indirettamente un meditabondo Vittorini, Gargiulo più assenziente, Franchi, Bo e Masciotta poco persuasi e anche Contini, che però evidentemente non pensa alle Resultanze.

A distanza di anni non ha certamente molto senso vagliare il significato o il calibro del raffronto in senso veritativo: non sappiamo se Gadda, per via diretta, ebbe qualcosa da spartire con Jahier e con i vociani in genere. (11) Rimane tuttavia che proprio Contini ha altra volta chiamato in causa Rèbora (nel saggio sul traduttore espressionista), e ha poi finito, nel 1977, per situare Gadda in quella famiglia degli espressionisti italiani entro la quale i vociani hanno un ruolo dominante. La questione è contesa, e non è questa la sede per affrontare una materia tanto articolata: ma vale la pena rammentare – sempre in ordine al tentativo di rendere Gadda agli anni della sua formazione, e magari a qualcosa come lo Zeitgeist di allora – che «interessi sui problemi tecnici che l’Ingegnere andrà manifestando nei suoi numerosi scritti esistevano già in ambiente vociano (Boine, Jahier)» (Ceccaroni 1978: 4). Così, se apriamo le Resultanze anche a pagine diverse e lontane, dobbiamo ammettere che De Robertis non era nel torto quando scorgeva una certa air de famille, arrestandosi a quella, come anche a noi conviene:

E come non scordare ogni avversità di fortuna – investigando la verità obbiettiva di un avvenimento storico nelle sue antecedenze e conseguenze, senza oscuramenti di sorta derivati da preconcetti e presupposti metafisici o categorici che vanno fino alla soprafenomenia deviata e indiretta, e conglobandola, alfine, nella inaudita conclusione, ispirata ai principi incrollabili della filosofia positiva, delle nazioni più progredite: | Essere la burocratica la più umana e civile condizione di vita, sia politicamente che filosoficamente considerata in rapporto al moderno concetto dell’evoluzione, degna di assurgere nella sua teorica sostanziale a fondamento della civiltà democratica?
Ora avvenne, dopo la tempesta dell’agitazione, che spuntò il giorno della riforma inevitabile. | Gli agitatori avevano tutto agitato, e gli spettabili sodalizi e consorzi i millanta ordini del giorno votato, e il governo le millantamille commissioni spesato, la stampa il tutto politicamente introgolato e stampato. | Fu in quei giorni, anzi, che qualche giornalista scoperse che cosa è un treno; che è una dispensa rotolante, minacciata dagli uomini, dal sole e dal vento. | (Ecco: filavano in colonna sull’orlo della collina, respingenti a bocca baciata, i trenta pezzi etichettati rigurgitanti di mercanzia, quando li raggiunse la passata d’acqua di stravento; e quella tastò nell’imperiali fessure e vi stabilì stillicidi micidiali ai sacchi di farina che s’appallottola e lievita; fece borsa e laghetto specchianuvole del copertone anziano, con emissario fermentatore sul caldo fieno maggengo ecc. (12)

Esiste qualcosa che sembra apparentare il modo discorsivo dei due scrittori: certi parallelismi sintattici spinti alla figura etimologica; certe inflessioni lessicali che, nel caso di Gadda, sono i lasciti incidenti degli studi scientifici, filosofici e dell’esperimento della Meditazione milanese; certe derivazioni grammaticali; certi arcaismi o al contrario certi dialettismi popolari, entrambi fruiti scopertamente per strategia satirica; certe icone metaforiche raffigurate grazie all’accostamento ad alto tasso di incompatibilità di contenuti lessicali semanticamente poveri; certe ostensioni gestuali; certo animismo nella rappresentazione verbale e aggettivale degli oggetti; e, ovviamente, certi effetti allitterativi e di controllo del colore vocalico; tutto ciò ci conduce addirittura a un Gadda che, ai tempi della Madonna dei Filosofi, era ancora da venire. È pur vero che questa prosa di Jahier appare agli occhi del gaddista più rettilinea nella disposizione della sintassi, meno tentata dall’escursione lessicale tout court, e soprattutto dalla escursione modale in quel genere di fenomeni iterativi che manifestamente la dominano. Proprio dalla Madonna, in ogni caso, si possono estrarre luoghi fruttuosi per mettere in luce affinità e dislivelli. E per esempio:

Inorgogliti dalle luci color indaco, violetto e giallo canarino che gli aiuti-elettricisti proiettavano sopra di loro, eccitati dall’invidia e dall’ammirazione che venivan suscitando in tutti gli altri, rimasti così miseramente al buio, essi tranghiottivano a tratti, nelle pause, la tenue saliva del loro magnifico «io». | Egli, poi, andava giustamente superbo d’un elmo dorato e d’una scimitarra argentata nel tintinnìo metallico come di posateria presso l’acquaio. (Teatro, RR I 11)

I cassettoni del monte si chiudono, rabbiose porte. A poco volo sono nuvolette rosse, come nei quadri dei martiri. A poco volo sono nuvolette bianche, laceranti scoppî e sibili di cose nemiche | […] Ecco: a tutto il monte invisibili marre sovvertono la groppa in ferace, fra tuoni furibondi è deposto il seme dei cumuli bianchi, o neri. Sotto la grandine dei sassi e delle schegge di ferro, ogni uomo è in ascolto alla propria destinazione. Sotto il funebre sole aleggiano calabroni ignorati e chiedono a suggere compatti lacerti, delicate meningi. (Manovre di artiglieria da campagna, RR I 28)

Ed altre sale poi anche: dopo la fervida e magnificente tristezza dei seicentesco lombardo, dopo la blanda serenità giuseppina, quasi desolate in certo lor vuoto freddo; con esigue mensole e dorature metalliche di smilze ghirlande, e colonnine con capitello cubico dalla cornicetta in bronzo dorato, a spigoli vivi e a vertigine pungente; e specchiere alte, di luce fredda e fastosa, che sentivano il cerimoniale imposto e ricordavano alamari e colbacchi e sciabole e bande e stelle, di generali e di viceré, più o men cisalpini od italici. (La Madonna dei Filosofi, RR I 94)

4. Che un filologo (nell’accezione estesa di cultore del linguaggio), com’è Devoto, si dedichi a studiare la lingua di un autore a soli due anni dal secondo dei suoi libri, e a cinque dal primo, appare a Pancrazi degno di menzione, e lascia Linati alquanto perplesso. Ma le reazioni all’articolo di Devoto sul Castello di Udine non si limitano alla perplessità: l’analizzato in persona prende la parola un anno dopo e, mal dissimulando il suo fastidio dietro formule di lode e gratitudine, che restano d’altronde di qua dal rituale, (13) redige sedici postille da allegare a quelle, più numerose, del postillatore. Seguono poi un saggio di Falqui sul Gadda di Devoto, e uno di Contini di argomento più generale: rispettivamente nel 1939, almeno quanto all’edizione in volume, e nel 1943. Anche il saggio di Contini figura nella presente silloge, ancorché dedicato a Gadda solo per poche righe, proprio perché i quattro testi, insieme, contribuiscono a fornirci un’immagine della gaddistica in stato nascente, e fuori dai meri limiti della critica recensiva. (14) Il motivo che unisce le diverse pronunce entro il dibattito è, ancora, quello dell’accordo armonioso, o della meravigliosa misura, che abbiamo seguito sino a qui. Falqui, dopo alcune ironie un po’ facili e un po’ grevi sulla singolarità dell’esercizio di Devoto, (15) dichiara di essere contrario a una simile indagine per principio, giacché

Al centro dell’analisi estetica v’è «un fatto di espressione individuale, del quale la lingua è soltanto specchio». L’analisi stilistica, invece, «parte dai valori acquisiti (al di fuori e anteriormente all’attività dell’individuo) dagli elementi linguistici, cioè dai valori collettivi». Ma «criticare le forme stilistiche impiegate da un autore, mettendosi dal punto di vista della collettività del valore delle parole e delle risonanze che esse hanno presso la collettività di noi Italiani d’oggi», non presuppone e non implica, come risultato, la collettivizzazione (ovvero l’annientamento) degli autori a beneficio della collettività? Eccoti, infatti, Carlo Emilio Gadda (e come lui chiunque cui tocchi in sorte l’analisi stilistica?) vivisezionato in rapporto ai «criteri fondamentali dell’estensione (formule vaghe o precise), della forza (formule forti o deboli), della classe sociale (formule espressive, letterarie, tecniche o usuali)».

Il che in sostanza vuol dire, come poi si desume meglio dalle repliche puntuali a Devoto: il linguista, traendo un autore come Gadda verso i valori collettivi della lingua, finisce per tralasciare quel proprium stilistico che risiede, effettualmente, nella disparità degli addendi, nella congerie caotica, nel plusvalore semantico assurdo o grottesco, nella ricercata o prestabilita dis-armonia. Gli fa eco Contini, sorvegliato e cauto nell’ironia, ma non meno duro nel rilevare una commovente e pedagogica ricerca di unità, da parte di Devoto (di cui è anche detto: «nel bilancio consuntivo della sua personalità esiste un leggero squilibrio a carico dell’intelletto piuttosto che del gusto»), in quei territori gaddiani in cui è sovrana la non-unità:

Lo scritto più normativo e, arrischiamo la parola, pedagogico del Devoto è senz’altro quello su Carlo Emilio Gadda; dov’è commovente scorgerlo intento a smorzare, rassettare, condurre all’ovile lo scrittore più puntualmente violento e centrifugo che possa immaginarsi. Travagliato dalle avverse dominanti dell’elegia desolatissima e della deformazione ironica, Gadda non corre certo a comporle con facilità, e non è detto che una comprensione dialettica eventualmente più accentuata di quella del Devoto riesca a recuperarlo intero, corpo e beni, al regno della poesia. Ma per il momento, più che l’ovvia metodologia utile a rintracciare, quando c’è, la non-riuscita di Gadda come non-unità, importa l’opzione del Devoto per i «passi francamente epici», poesia insomma d’una realtà naturale. Ciò determina la specie dell’unità cara al Devoto; e poiché il passaggio dalla descrizione stilistica alla normatività è una vera conversione della scienza del Bally in arte, le correzioni da lui proposte c’informano dello stile corrispondente. (16)

Ciò detto, è forse utile indugiare sulle Postille gaddiane, e specialmente sulle controdeduzioni quinta e nona, se non altro perché gli argomenti linguistici lì discussi sono ripresi anche da Falqui e da Contini. Questa la trafila di scrittura, commento e commenti al commento:

(Gadda, Il Castello di Udine, RR I 153) Ricordo un altro, quasi un fanciullo, che sedette sul sedile scheggiato della roccia […]. Nella destra aveva la pistola pronta […], aveva una bella cintura di cuoio. Sedutosi, appoggiò il capo sul palmo sinistro, la mano armata la lasciò sul ginocchio, pareva un poeta fra le rovine, in una calcografia wertheriana.

(Devoto 1936: 200) Tutto questo è descritto in modo perfetto, salvo le due ultime parole: che possono essere obiettivamente esatte, ma (per noi del novecento), ci riconducono dal pathos del Carso al salotto polveroso dei borghesi dell’ottocento: con un effetto di grottesco esclusivamente demolitore, nel quale hanno colpa tanto «calcografia» – arretrata rispetto alla tecnica d’oggi, quanto «wertheriano», – anacronistico rispetto al sentimento amoroso d’oggi. Una frase «pareva un poeta tra le rovine, come in una stampa dell’ottocento» avrebbe salvato con la sua genericità il passo da una caduta.

(Gadda, Postille, SGF I 817-18) «Calcografia wertheriana» è intenzionale, e recede al decoro ottocentesco di quel giovanissimo aspirante non lombardo: «nel suo volto pallido, italianissimo…» Ammetto che il tocco possa gravare la descrizione come d’una nota burlesca. E non è.

(Falqui) Devoto, fra l’altro, postilla: «Una frase pareva un poeta fra le rovine in una stampa dell’ottocento avrebbe salvato con la sua genericità il passo da una caduta». Mentre le due parole «calcografia wertheriana» non provocano alcuna caduta, bensì raggiungono il voluto e non impersonale effetto tra di grottesco e d’ironia.

(Contini) Si ricordi ancora questo, almeno, poiché porta su uno dei punti più lirici e patetici del Castello: dove l’ufficiale giovinetto e morituro di Gadda «pareva un poeta fra le rovine, in una calcografia wertheriana», lo «scriver bene» del Devoto suggerisce «pareva un poeta fra le rovine come in una stampa dell’ottocento», frase che «avrebbe salvato con la sua genericità il passo da una caduta». Una così evidente decolorazione delle armoniche poetiche e l’affermazione che la «calcografia wertheriana disturbi con secondari effetti di grottesco e d’ironia, non devono stupire se non quanto l’ingrandimento consequenziario d’una premessa, per chi non misurasse abbastanza la deviazione iniziale. Posto infatti che sfuggano quelle armoniche poetiche, un fantasma concretissimo e centrifugo come quello di cui si discorre non può non dovere la sua esistenza, per un osservatore logico, a un’intenzione astratta di porre appunto armoniche ed echi centrifughi, con gli effetti che si sono definiti.

I commenti di Falqui e di Contini non si comprendono se non si osserva che nella versione in volume del saggio di Devoto (1950) – che qui ci si esime dal trascrivere perché la variante è una netta soppressione, priva di conseguenze sintattiche – il capoverso si arresta al primo periodo, cioè dopo: «[…] sentimento amoroso d’oggi». Ciò vuol dire che, lette e meditate le opinioni di Gadda, Falqui e Contini, Devoto non ha creduto di dover mutare la sua opinione circa l’effetto di controdeterminazione incongrua prodotta dalla chiusa della frase, benché poi abbia voluto recedere da un suggerimento che era apparso tanto didascalico e tanto impari al testo in lettura. Ergo: la frase raccomandata avrebbe evitato, in quel luogo, una caduta; ma, sostengono Falqui e Contini, è proprio in quella caduta che si mostra all’opera la scrittura di Gadda. Il quale, a sua volta, è più vicino a Devoto di quanto non sembri, giacché entrambi confondono l’ironia con il riso: tanto è vero che Gadda scrive «nota burlesca», e Devoto «effetto di grottesco esclusivamente demolitore» (ricapitolazione semantica davvero eccedente il testo). Qui, semmai, Gadda ha un tocco alla maniera del più tenue Gozzano: ironia dunque, ma nostalgica e dolorante.

Occorre dire, d’altronde, che Devoto si rivela in certo senso più realista del re, e se l’autore utilizza un lessema che prevede una competenza specifica del lettore, giusta la vocazione scientista del lessico gaddiano (calcografia = «Procedimento di riproduzione a stampa mediante matrici incise in incavo sul rame»; cito per congruenza dal Devoto-Oli), il linguista interpreta il senso del passo alla luce dell’acquisizione di competenze linguistiche che il lettore si deve sobbarcare per comprendere. Gadda, dal canto suo, ha l’aria di ritenere che la ricezione si articoli soprattutto sulla sostanza sonora del sintagma, magari poggiando più sull’aggettivo (wertheriana, anche qui supponendo però una qualche competenza enciclopedica nel lettore) e meno sul sostantivo. L’effetto di controdeterminazione, tuttavia, sussiste; e se il consiglio di Devoto suona poco persuasivo, non è detto che la giustificazione di Gadda lo sia di più. Un altro esempio:

(Gadda, Il Castello di Udine, RR II 150) Uomini sciolti alle lacerazioni della tempesta, arditi nell’adempimento: degni di vivere in un motivato obbligo.

(Devoto 1936: 203 e 1950, senza varianti) Le due parole finali sono un bell’esempio di «vuoto stilistico» in netto contrasto con l’imagine impeccabile di un «dovere consciamente accettato». «Motivato» è un termine amministrativo che si riferisce ad affermazioni documentate e quindi non entra qui. «Obbligo» poi è parola leggerissima di contenuto, legata strettamente al verbo (l’obbligo dell’istruzione elementare, l’obbligo di tenersi pronti), mai all’altezza dell’aggettivo «degno».

(Gadda, Postille, SGF I 820-21) Ringrazio il prof. Devoto dell’attenzione prestata agli impulsi etici del mio scrivere, non frequente in lettori meno acuti di lui. Linguisticamente osservo: | Obbligo, deverbale da obbligare, (latino obligare) non mi sembra parola «leggerissima di contenuto», anche se generica. È figura etimologica interessante. E conosce anche un uso non basso, ma di natura etica, o cerimonioso ed illustre. || Dal citato Voc. della Crusca: | «… mosso dall’obbligo infinito che verso l’insigne Accademia della Crusca mi corre…» | A.M. Salvini, Prose toscane, I, 92. || «… secondo quell’obbligo di servitù antica, (etico) che mi corre verso la casa di Sua Eminenza…» | B. Menzini, Opere, Firenze, 1731, 8-295. || «Motivare», per confortare di motivi, non è termine esclusivamente burocratico di oggigiorno, ma d’impiego gnoseologico ed etico. I significati principali di «motivare» son tre: 1° causare: 2° corredare di motivi, convalidare adducendo i motivi: 3° menzionare, esprimere. | Gli esempi della Crusca, bellissimi, da Magalotti, Segneri, Malpighi, riguardano piuttosto la 3a accezione. Ma la 3a è traslata dalla 2a. Così: | Segneri, Prediche, 50: «... tutte le opposizioni motivate (= espresse) contra a un Pittagora». | Magalotti, Lettere scient., 27: «... tal posizione... motivata prima dal Ghiberto, è stata poi ricevuta (= accettata, menata per buona: = reçue di Cartesio, Leibniz, Malebranche) dal Galileo e nuovamente dal Gassendo». | Id. Id. 64: «... un’ipotesi già motivata e rifiutata da altri…» E in Marcello Malpighi, Lettere, 395: «… le motiverò il mio sentimento, intorno a ciò che desidero». || E nel Voc. Tommaseo-Bellini: motivare: addurre i motivi. Anche spiritualmente. | Si voglia aver presente, d’altronde, la rigidezza delle espressioni militari ufficiali, p.e. dei bollettini di guerra: (se ben redatti). Qui si ha imitazione di quelle, a raggiungere un tono d’austerità. E l’idea d’un dovere che degrada a semplice obbligo non è poi così spiacevole al mio inconscio: precisi ricordi e sensazioni dell’adolescenza. Joie de vivre dello Zola. Accettazione germanica del dovere, sentito come duro compito. Precisione esecutiva: accudire al lavoro senza commenti etici, senza pompa morale. Senza medaglie. Col badile, o col fucile, nel gelo del mattino.

(Contini) Il castello di Udine definisce i soldati italiani della guerra del ’15 come «degni di vivere in un motivato obbligo», espressione senza dubbio d’una deformazione concentrata e contratta; ma il Devoto commenta (e fu uno dei luoghi che determinarono la cortesissima [sic] protesta dello scrittore): […] e in questo ideale, quanto mai razionale e analitico (nell’accezione corrente), dello «scriver bene» del Devoto […], in questo ideale dunque è ovvio riconoscere un ideale funzionale.

Su questo punto Falqui tace, ma il rilievo di Contini ne fa le veci, dando in sostanza ragione a Gadda e introducendo un ulteriore elemento di analisi, perché l’endiadi con cui è caricata la qualifica («deformazione concentrata e contratta») sembrerebbe quasi far eco al fatto che lo scrittore astringe qui in clausola, con contiguità incisiva, un aggettivo verbale e un deverbale: l’effetto che ne deriva è brusco, e sulle prime suggerisce in effetti l’impressione di un vuoto stilistico ossia, nel senso di Devoto, di un troppo pieno semantico. C’è da dire, però, che il Gadda postillatore non ne esce bene: allinea una serie di esempi che, se non gli dànno torto, non gli dànno nemmeno ragione, e chiude poi con una fuga nei suoi echi personali e propositi, i quali, potrebbe dirgli il linguista, effettivamente non restano sulla pagina. Stupisce che Gadda non aggiunga nulla circa il carattere pseudo-pleonastico o pseudo-contradditorio del sintagma, che non può essere inintenzionale: ove c’è obbligo, l’atto del motivare è inutile o anche contrastante con la natura obbligatoria dell’obbligo. Se invece l’atto del motivare risalta sull’obbligo, significa che questo è di qualità (etica, cerimoniosa o illustre) più rilevata del consueto: il che vuol dire che nel solo sintagma che chiude il periodo, e quindi in vera micrologia, Gadda allestisce una risemantizzazione che muove dal lessico burocratico. Più o meno in questo senso si intende la critica mossa a Devoto da Contini, in quanto cioè rimarca l’«ideale funzionale» a fondamento di un commento che razionalizza il testo esaminato.

Altri incroci di analisi tra mittente e destinatari si potrebbero qui illustrare, proprio per saggiare in re le intersezioni e le esclusioni di contesto, messaggio e codice. Per esempio là dove il Gadda postillatore (SGF I 823) rimprovera a Devoto di non aver compreso che in «gli autocarri colmi delle loro bombarde come di scrofe gravide» (ancora RR I 150) scrofe gravide è comparante di bombarde e non di autocarri. Il linguista, nel 1936, aveva definito il sintagma come un «errore puramente materiale» (p. 209), indicando infatti che si sarebbe dovuto correggere «come di scrofe gravide» in come scrofe gravide. Alla precisazione dell’autore, era seguita anche quella di Falqui, e quindi, in ultimo, la soppressione da parte di Devoto delle due righe, nella versione del 1950.

Simile caso si verifica circa una discussione sul valore durativo, rispettivamente, di «vampa» e di «vampata» in questo luogo del Castello: «furono celeri vampe, come sussulti repressi: vampate di sangue al cervello» (RR I 148). Devoto, nel 1936, ravvisa una contraddizione nella compresenza – diciamo così, per effetto di una variatio troppo o troppo poco rilevata – di vampa e di vampata: «Vampe, vampate probabilmente si trovano qui associati inconsciamente: che se fossero volute associazioni di suoni sarebbero contraddittorie non potendo essere una stessa cosa nello stesso momento “vampa” (momentanea) e “vampata” (che dura qualche momento)» (p. 193). Gadda, quando scrive le Postille (SGF I 817), e con lui Falqui, è di parere opposto: vampa è durativo, puntuale vampata; ma nessuno dei due, anche in questo caso, argomenta su ciò che premeva a Devoto, ossia sull’effetto contraddittorio della compresenza dei due addendi entro il sintagma. Nel 1950, la versione che Devoto dà alle stampe in volume è, su questo passo, abbastanza differente:

La struttura spezzata del periodo mette in rilievo invece di una, diverse imagini, le quali devono essere fra loro in un rapporto reciproco che giustifichi la disposizione allineata. Questo risalto dato a ciascun elemento è già in contraddizione con la conclusione finale «roba di nessuna importanza». E la contraddizione si accentua quando si pensi: che le vampe dette «celeri» dovrebbero compiere un lungo percorso in poco tempo e quindi sono cose «importanti»; che i «sussulti repressi» appunto perché «repressi» rappresentano dispersioni «importanti» di energia; che le «vampate di sangue al cervello» rappresentano in ogni caso una violenza. Tutti questi inconvenienti sarebbero stati ridotti con una struttura del periodo meno rigida.

Il linguista deve aver ammesso, tra sé, la difficoltà di distinguere quanto ai valori puntuale e durativo di vampe e vampata (che il dizionario da lui compilato non discrimina, almeno nella versione odierna). Posto anche che Gadda e Falqui abbiano ragione, il che resta da dimostrare, (17) Devoto non è nel torto, da parte sua, quando circostanzia ed estende un rilievo sul quale, nei fatti, non ha ricevuto risposta.

Oltre a questi ed altri simili punti, sarebbe utile analizzare anche quelli in cui la riposta di Gadda nelle Postille manca il bersaglio, situandosi tra il dritto e il rovescio dei rilievi di Devoto. Come avviene nel caso della postilla settima, circa uno «spasimo di ogni rovina» che per lo scrittore non produce «animismo, cioè “la roccia soffre per una cannonata ricevuta”», perché si tratta di «mera contrazione in genitivo d’un complemento d’agente: “lo spasimo prodotto in noi da ogni rovina”», anche se poi aggiunge che «Il caso si approssima a quello del genitivo soggettivo: p.e. l’amore del padre = il padre ama me» (SFG I 818), con l’effetto che «spasimo di ogni rovina» si tradurrebbe, però, con ogni rovina spasima. (18) Interessante sarebbe anche studiare i moltissimi rilievi di Devoto su cui lo scrittore non risponde: cercando magari di intravedere se tace perché punto sul vivo, oppure perché certe annotazioni gli appaiono indegne di risposta.

La questione di maggior interesse non risiede, d’altronde, nella doppia partita, – redatta in un modo o nell’altro, è lo stesso – dei torti e delle ragioni. Il piglio critico di Devoto appare ai nostri occhi affetto da quell’istanza correttoria che, giustamente, Contini segnala come afferente a una stilistica normativa, prossima a Bally, la quale rischia di cadere nell’incongruo atto di emendare il testo dell’autore, invece di analizzarlo. È vero, d’altronde, che anche questo sguardo correttorio contribuisce a illuminare il funzionamento disarmonico della scrittura di Gadda, armonica semmai là dove l’effetto di dizione è raddoppiato da quello di ipertrofica elaborazione del detto. Tutto ciò rivela la gratuità delle ironie, implicite o esplicite, di Pancrazi, Linati e Falqui sul lavoro analitico di Devoto; ma soprattutto istruisce sull’opportunità di rivedere i testi di un autore anche alla luce delle loro latenze, dei loro lapsus, dei loro tic irrelati: dei sintomi insomma, e non solo a partire da ciò che più manifestamente fa sistema.

Università di Bologna

Note

1. Lo rammenta Manzotti 1999: 678; e l’incipit del primo degli articoli dedicati da Linati a Gadda (Un umorista, 1931) si dimostrò, sotto questo rispetto, profezia erronea.

2. Suscettibilità che è ben nota: oltre alle piccate Postille in risposta al Devoto (vd. infra), basti qui nominare la lettera «di sommessa e accorta amarezza» spedita a De Robertis nel settembre del 1934, in risposta alla recensione di quest’ultimo del Castello di Udine (cfr. Gadda 1983g; la definizione è di Rodondi, nella Nota al testo del Castello: RR I 814). Tale suscettibilità, del resto, è già iscritta in una certa equiparazione, ricorrente nello scrittore, magari in termini solo allusivi, tra critico e moralista sofistico. Essa agisce nella Meditazione milanese del ’28 (dove la stessa figura del «critico» è ampiamente compresa in questa identificazione), e si ritrova poi nei successivi articoli letterari: vd. la sostanziale stroncatura di Pierre Abraham, in SGF I 723-31, che echeggia sottilmente un’idea di critica come cavillo e sottilizzazione, non dissimile dalla scomunica degli storici moralisti di contro a quelli triviali come Svetonio (SGF I 828; sulla storiografia gaddiana, vd. Casini 1993a: 141-95). Nel passo che si è offerto in esergo, tratto dalla Nota bibliografica al Primo libro delle Favole (1952), l’equiparazione per esempio passa dalla negata, per via di preterizione, e poi subito asserita, coincidenza di critico e di gallina. Insomma, la gallina è moralista, sofisticatrice e filistea, sino al punto da tentare, credendosi aquila, ridicolmente il volo. Gallina è il Cicerone principe dei moralisti, e per questo sbeffeggiato in San Giorgio in casa Brocchi: «“Quel Penella!... […] ha avuto fra l’altro il coraggio, in mia presenza!” (Frugoni rantolava) “dico in mia presenza, di sostenere che Cicerone è… una gallina piena di idee morali…”» (RR II 679); ma anche nella Meditazione milanese: «La balbuzie senile non è la limpida voce della maturità e i “distinguo” di Panezio, che fanno il gioioso becchime della gallina Cicerone son meno sugosi di quelli dello Stagirita» (SVP 713). A ragione, dunque, si è registrata «la frequentissima ricorsività dei gallinacei, e di quando ad essi attiene, nelle dissacrazioni gaddiane» (Narducci 2003: 58). Stupisce anzi che galli e galline non figurino, come mi sembra, nel Guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo.

3. Cfr. Stracuzzi 2004b: 121-22; annoto solo, di passata, che gli argomenti di Arbasino e Angelo Guglielmi, tra loro omologhi, echeggiano in modo singolare – non si sa se consapevolmente – una considerazione del Linati di Un umorista: «[Gadda] non somiglia a nessun altro, ha un estro, un piglio, un’ideazione tutta sua. E coraggio! In stagioni di compitini a scuola, di prosette psicoanalitiche e di rifacimenti valeristi o surrealisti uscire con un libro così scandalosamente personale!».

4. Con differenti sottintesi e distinguo, finiscono per accreditare quest’immagine, p. es., Patrizi 1975a: 14; Scrivano 1977: 736 («Il discorso critico s’apre, dunque, solo col saggio di Contini del ’34 che è all’origine di varie scelte di lettura anche tarde»); Ceccaroni 1978: 1, 13 («La critica gaddiana ha inizio nel 1931 e il suo primo oggetto è La madonna dei Filosofi. Un’occhiata alla bibliografia critica rivela immediatamente che la risonanza del libro è modesta»; «Accanto ad atteggiamenti cauti, misti di consenso e riserve (Gargiulo e De Robertis) vi sono, in questo periodo [scil. gli anni ’30-’40], giudizi più coraggiosi e sicuri. Quelli di Contini, ad esempio […]»); e Ungarelli 1993b: vii.

5. Donnarumma 2001a: 184. Tutto ciò ha qualcosa di vero, ma in margine segnalo: che il primo articolo di Linati su Gadda data all’8 maggio 1931: non al 9, come Donnarumma riferisce (vd. 2001a: 184 n. 4 e 2006: 183, forse seguendo Roscioni 1997: 348), né al 10, come invece compilano Lavezzi e Modena, nella Bibliografia degli scritti acclusa in calce a C. Linati, Il bel Guido e altri ritratti, a cura di G.L., A.M. (Milano: All’insegna del pesce d’oro, 1982), 172; e che Lucini e Joyce non figurano tra i nomi pronunciati da Linati riguardo a Gadda. Lucini è evocato per primo da Vittorini, nel ’31; Joyce, nel ’34, da Bo (ma se sia questi a suggerirlo a Contini, ovvero l’inverso, mi sembra cosa indecidibile). Sostenere poi che «il quadro» di Contini è «fissato» da Linati, come fa Donnarumma, pare alquanto contraddittorio: se Contini allarga, i quadri saranno poi due, e non uno; e infatti Linati si limita a menzionare Dossi, Jean Paul, Cantoni e Barilli. Bucci e Joyce non provengono a Contini né da Linati (è Bo a nominare l’irlandese). Ciò detto, la questione della lettura continiana di Gadda, come lo stesso Donnarumma mostra di ritenere, non risiede nella novità o meno dei paralleli offerti, bensì nel ruolo che ad essi il critico fa svolgere quando definisce una modalità scrittoria, ossia un uso della lingua e delle istituzioni della letterarietà, ciò che non si potrebbe trattare in questa sede. Semmai va notato che per Donnarumma le note a piè di pagina dell’Adalgisa «disturbano il flusso narrativo»; esse, assenti nell’ipotesto del Fulmine, sarebbero «confezionate per degustatori di invenzioni prosastiche [leggi: per Contini] piuttosto che di romanzi» (Donnarumma 2001a: 202). Assai più verosimile che il costume postillatorio venga a Gadda dalla sua pratica di scrittura saggistica e teorica, già dai tempi della Meditazione, della dissertazione di laurea ecc. (vd. p. es. Gadda 2006a-b). Se poi dovessimo credere a un’influenza esterna – già lo considerava Rodondi nella Nota al testo del Castello di Udine (cfr. RR I 819) – meglio sarebbe attribuirla al De Robertis recensore della Madonna dei Filosofi (vd. infra): «[Gadda] stordisce il povero lettore con termini che richiederebbero a piè di pagina un commento allegro e altra mormorazione di riso. (è una proposta questa che noi facciamo a Gadda, per quando si farà, e certo si farà, una seconda edizione del suo libro)».

6. L’articolo, con il titolo Studi di stilistica italiana, comparve sugli Annali della R. Scuola Normale Superiore di Pisa. Lettere, Storia e Filosofia serie 2a, vol. II (1936), fasc. III: 187-210, e non passò sotto silenzio. Pancrazi, recensore delle Meraviglie d’Italia, riferisce con qualche degnazione che «l’originalità dello stile e della lingua di Gadda […] furono di recente catalogati e studiati anche da un filologo»; mentre Linati prende a pretesto l’articolo per un’ironia più esplicita: «Gadda ha un grandissimo talento, ma ancora purtroppo non è uscito dal frammento, dall’articolo lungo, dal racconto: oltreché dobbiam convenire che spesso il suo arabesco è troppo insistente, il suo gioco bellissimo ma si prolunga spesso oltre il dovuto […]. E ci fa un po’ ridere vedere un suo libro commentato eruditamente come si trattasse di un testo raro della Sacra Scrittura. Ci siamo anche detti che se Gaddone si monta siamo perduti». Nel 1950 Devoto raccolse l’articolo, con il titolo di Dal «Castello di Udine», insieme agli altri che era andato intanto scrivendo (su Fogazzaro, d’Annunzio, Proust, Svevo, Pascoli e Santa Caterina da Siena), negli Studi di stilistica (Firenze: Le Monnier), 57-90, donde è tratta la versione del testo qui inclusa.

7. P. Milano, Questi romanzi, in Dieci anni, fascicolo dell’Espresso per il decennale del periodico (1965): 75.

8. N. Ajello, Il lungo addio. Intellettuali e PCI dal 1958 al 1991 (Roma-Bari: Laterza, 1997), 36. I passi tra virgolette provengono dall’articolo di Milano menzionato sopra.

9. Cfr. su ciò Manzotti 1999: 627.

10. In verità, le note del cugino sulla Madonna dei Filosofi sono assai poco benevole; si può solo supporre quello che avrà detto tra sé, l’Ingegnere, leggendo questi affondi e queste parziali concessioni: «In “Cinema” ed in “Teatro” troviamo appunto un ampio repertorio di acri notazioni umoristiche, talora appesantite da una insistenza un po’ pedantesca. Ma moltissime sono assai bene azzeccate, come gli strali alle “analfabetissime donne, sazie d’ogni cibo, sdraiate nelle fanfaronesche automobili de’ spaccamonti falliti” o, nella colorita descrizione di Corso Garibaldi, certe pennellate vegetali: “c’era il presentimento dei cocomeri patriottardi; bucce da marciapiede, care ai chirurghi” | Il Linati ha insistito sulle qualità di variazionista del Gadda, ed ha ricordato il Barilli, per la somiglianza di qualche estroso seicentismo. Ma va notato che, nel Barilli, gli svolazzi sono tutto: mentre nel Gadda v’è un impegno narrativo che non sempre s’accorda coi vagabondaggi delle variazioni. Altro è andare a spasso senza meta, e cogliere impressioni, come farfalle a volo; altro partire con uno scopo e lasciarsi andare, un po’ troppo facilmente, a bighellonare strada facendo. Nel caso del Gadda spesso sono gli episodi che, ramificandosi e spadroneggiando, prendono la mano allo scrittore: e allora come non pensare che un più fermo controllo sarebbe riuscito provvidenziale?»; «Nel notevole e vasto racconto che conchiude, – dandogli il titolo, – il volume, le virtù ed i difetti dello scrittore si trovano portati a maggior maturazione e come ingranditi da una lente: è quindi più agevole studiarveli. Ci imbattiamo nella rievocazione (ventisette righe senza un respiro) di tutti i San Franceschi a tutt’oggi registrati dall’agiografia; […] ma questi episodi stanno a sé, e non riescono a legarsi al racconto».

11. Nulla di Jahier è menzionato nel Catalogo dei libri gaddiani contenuto in Cortellessa & Patrizi 2001a; due marginali cenni al vociano, tuttavia, si trovano negli Scritti dispersi: «La sera di martedì 1o maggio nella rubrica “Scrittori al microfono”, avrà inizio la nuova serie “Arti e mestieri”. […] Si lamenta da taluni (e non sappiamo quanto giustamente) che gli uomini di penna siano ogni volta a parlar di sé, de’ casi propri […]. Ebbene: la nuova serie li indurrà (o li forzerà) ad occuparsi del prossimo: degli umili e delle loro umili fatiche […]. A Jahier, naturalmente, è stato chiesto un ferroviere» («Mestieri», in SGF I 984-85, 986, dove l’avverbio in chiusa allude proprio al Gino Bianchi del ’15); vd. anche l’altrettanto neutro e informativo «La rassegna», in SGF I 1113.

12. P. Jahier, Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi (Firenze: Vallecchi, 1966), 8-9 e 109; corsivi dell’autore.

13.«La ricognizione a cui il prof. Devoto ha creduto di dover procedere nei confronti del mio elaborato è di sommo interesse per me. L’acutezza e la diligenza della sua indagine possono attingere a conclusioni normative che non vorrò trascurare quinavanti: se pure, lavorando, mi sia avveduto subito che i modi della espressione (in un dato sistema di tempo, luogo, affetti, ambiente, cognitiva, studio: e stato fisico e morale dello scrivente) procedono da impulsi pressoché ineluttabili a una fattispecie che direi preordinata e fatale» (SGF I 816).

14. Questo dibattito a quattro, p. es., ci costringe a rivedere un’altra idée reçue recente, ossia che all’influenza di Contini vada ascritta l’eccessiva inclinazione della critica gaddiana alle letture linguistiche e stilistiche, e l’inversa disattenzione per interpretazioni narratologiche o storiografiche. Certo, Devoto non ha fatto scuola ai gaddisti, a differenza di Contini; ma la pura presenza del primo, anch’egli filologo, tra i lettori di Gadda degli anni Trenta, mette il sospetto che non sia fuorviante, proprio per una qualsiasi cognitio Gaddis, passare inizialmente per l’esame delle superfici testuali. E in questo Contini aveva senz’altro ragione di attribuirgli una particolare funzione e una grande importanza teorica: l’esempio abnorme di Gadda, infatti, istruisce sul dovere materiale di interpretare ogni testo, quale che sia l’epoca e la scuola, per prima cosa attraverso la sua costituzione discorsiva; tanto a livello alto (il processo argomentativo), quanto a livello basso (il profilo sonoro e la grammatica). E si veda, per misurare i prolungamenti anche dialettici di questa lezione, come un certo modo continiano di auscultare le scritture espressionistiche, mescidate e scandalose ha indotto, anche per reazione, linguisti non avversi a Contini a esercitare la lettura stilistica, in termini si direbbe cooperanti, di scrittori supposti medi, colloquiali, denotativi: i rinvii più ovvi sono al Mengaldo lettore di Calvino: Aspetti della lingua di Calvino, in La tradizione del Novecento. Terza serie (Torino: Einaudi, 1991), 227-92; al Coletti della Storia dell’italiano letterario, parte II, cap. 9, Un italiano concreto e preciso (Torino: Einaudi, 20002), 367-79; oppure a E. Testa, Lo stile semplice. Discorso e romanzo (Torino: Einaudi, 1997). Alla fine, e sia pure con direttive meno esplicite, a questa riconsiderazione critica si vota anche uno studioso come Segre; il quale p. es. riaccosta il Baldus folenghiano, malgrado i titoli di saggio e di sezione, con intento normalizzante: «I problemi della lingua hanno sempre impegnato gli studiosi di Folengo. È giusto, ma forse eccessivo. Ritornando anni dopo al grande mantovano, vorrei provare a risalire dalla lingua alla tematica; magari, se ci riesco, all’arte» (Segre 1993: 193).

15.«Capisco come un autore italiano contemporaneo possa ripagarsi e insieme consolarsi dello squallido abbandono in cui viene lasciato dalla critica militante, scoprendo il proprio stile saggiato dalla critica universitaria alla stregua d’un Benvenuto Cellini o d’una santa Caterina da Siena. Gli sembrerà, e non a torto, di usufruire da vivo di un poco della considerazione cui si stima (terque quaterque…) destinato da morto. […] E giustamente il contemporaneo chiamato a goderne se ne compiace e rallegra come di un primo e sicuro e vantaggioso riconoscimento. Il quale vuol sembrargli tanto più storico provenendogli da uno studioso universitario, poco incline, per tradizione, a lasciarsi, nonché conquistare, nemmeno incuriosire, ai fini d’un’applicazione al proprio scientismo linguistico, da un autore che abbia il torto (… testiculis tactis…) d’essere ancora vivente».

16. La chiusa del saggio di Contini rimane a mezzo tra ironia ed elogio, quest’ultimo ovviamente escogitato per celare la ruvidità sostanziale, se non formale, con cui la stilistica di Devoto è stata esposta: «Resisteremo all’indiscrezione e maleducazione di chiedere, perorando dopo questo breve discorso, nuovi documenti; nella specie, nuovi saggi che approfondiscano o colmino l’iato fra passato e presenza linguistica: la problematica del Devoto è lì. Se l’attività del Devoto è “discutibile”, ciò va inteso nel significato di cosa che merita la discussione, che susciti essenzialmente la discussione. Quella discussione infinita che si conduce con gli intelligenti in senso stretto, che uno fa all’interno di se stesso». Uno degli argomenti continiani sostava, al postutto, sulla discriminazione assente in Devoto tra analisi linguistica e preferenza estetica, ergo ideologica. Critici nei confronti della stilistica di Devoto, furono anche, anni dopo, Sansone e Spitzer; dalla parte di Devoto si schierarono invece Nencioni e Altieri Biagi: vd. per ciò l’alquanto schematico A.R. Romani, La stilistica di Giacomo Devoto (Roma: Bulzoni, 1999), specialmente alle pp. 109-24. Devoto, riflettendo sul proprio metodo, negava di poter essere ridotto a critico travestito da linguista, e con ciò rilevava implicitamente certi argomenti individualistici e ineffabilistici dei suoi avversatori (ciò che vale senz’altro per Falqui, e in parte per Contini): «Non è qui il luogo di rispondere che la critica è indispensabile ma definisce lo scrittore solo come “creatore di lingua”. Esiste anche l’aspetto dello scrittore “utente di lingua” che va giudicato, non più secondo il criterio del bello e del brutto, ma secondo quello stilistico, e perciò giuridico, del “sociale” e “asociale”». G. Devoto, Per una critica di me stesso (1957), in Scritti minori, I (Firenze: Le Monnier, 1958), 23. Entro questo quadro concettuale, e ideologico, si comprendono meglio le righe con cui Devoto chiude il suo studio gaddiano.

17. Sembrerebbe che il Grande dizionario della lingua italiana (vd. s.vv.) inclini a dare ragione a Gadda e Falqui, soprattutto nelle accezioni 1, 2 e 5 del lemma vampata (rispettivamente: «Fiamma viva e intensa, per lo più di breve durata»; «[…]. – Sprigionamento, zaffata breve e improvvisa di un odore»; e «Successo, scalpore non durevole, momentaneo di un’opera»). Ma si rivede qui la deliziosa generosità degli avverbiali, comune ad alcune voci del Grande dizionario; capaci sì di promettere, meno di mantenere. Perché scrivere «per lo più di breve durata» se poi tutti i passi escussi a riscontro (Tommaseo, Nievo, Cecchi, Comisso, Volponi; e Betteloni nella accezione quinta) testimoniano unanimi, nell’insistere delle qualificazioni a lato del sostantivo (vampata), che il sema della puntualità non è implicito nel sostantivo stesso? Una pletora di ridondanze e di pleonasmi semici affetta i riscontri? O, più economicamente pensando, la definizione è inadeguata al definendo? è verosimilmente incongruo cercare una discriminazione, in ordine alla puntualità, tra vampa e vampata; e può anche darsi che il compilatore del Grande dizionario abbia finito per far coincidere, implicitamente, la nozione di brevità con quella di puntualità. Basti qui osservare che, giusta l’aspetto deverbativo del vocabolo, vampata ha una durata (breve o lunga, essa è già conclusa); mentre vampa è semplicemente acronico.

18. Gadda qui confonde i termini: quello delle «rovine», secondo la sua intenzione, sarebbe semmai un genitivo oggettivo, ma impervio a rischio effettivo di una lettura metaforico-animista.

Published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS)

ISSN 1476-9859
ISBN 1-904371- 18-3

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framed image: after a detail of a drawing of a Burrowing Owl, in Charles Lucien Bonaparte, American Ornithology, or, The Natural History of Birds Inhabiting the United States, Not Given by Wilson: With Figures Drawn, Engraved, and Coloured, from Nature, Volume 1, 1825.

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